“I social network” di Giuseppe Riva

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Il lato oscuro dei social network

Sul fronte invece dei problemi, sono i vincoli fisici dei social a determinarne gli impatti negativi. Prima di tutto, poiché l’interfaccia da fisica diventa «disincarnata» (p. 28), cioè adattabile ai vari supporti da cui si può accedere alla rete social, l’identità del singolo si ritrova ad essere frammentata e parziale. Viene infatti a mancare il contesto entro cui collocare ciascun frammento, che quindi si presta ad essere interpretato nei modi più diversi, indipendenti dalla realtà e dalla volontà della persona che questi frammenti dovrebbero far conoscere. Tutto questo apre la strada a comportamenti disfunzionali (come atteggiamenti aggressivi, cyberbullismo, sexting, trolling), alimentati da un anonimato (vero o presunto) o da un desiderio di rivalsa e riconoscimento che il social amplifica. Questo genera un primo paradosso, legato alla facilità di cambiare la propria identità social, in questo modo però anche un intervento esterno è in grado di mutare facilmente la percezione che gli altri utenti hanno. Da ciò risulta che l’identità social è una «identità fluida» (pp. 140-142), soggetta ad un continuo mutamento che può essere causato da fattori interni (la volontà del singolo) ed esterni (l’intervento di terzi). Questa instabilità, soprattutto nell’adolescenza, può portare a problemi nella costruzione di un’identità stabile, gettando invece in uno stato di precarietà che al posto della stabilità e del futuro ha come riferimenti «un eterno presente privo di certezze e legami» (p. 166). Per questo motivo le autorità hanno imposto limiti di età per l’accesso ai social, limiti però che sono facilmente aggirati dai ragazzi, i quali aspirano ad entrare nello spazio dei social o per volontà di emulazione o per una prima volontà di affermazione sociale della propria esistenza come individuo autonomo (pp. 166-167). Per evitare l’uso dei social network da parte di utenti troppo giovani e poco educati all’uso di questi mezzi, Riva propone l’introduzione di un patentino dei social rilasciato da istituzioni certificate che attesti la capacità del giovane di accostarsi ad un social network.

Un altro dei problemi causato dai social è la riduzione delle distanze interpersonali, che producono tre effetti negativi: il primo è il gossip, il secondo è l’«invidia digitale» (p. 144), il terzo è l’«analfabetismo emotivo» (p. 143). Il gossip è dovuto al facile accesso alle informazioni su persone terze su cui basare il discorso con un’altra persona che, presumibilmente, avrà anch’essa avuto accesso a quelle stesse informazioni. L’invidia sociale è invece dovuta al continuo confronto con gli altri e con le informazioni che questi condividono con la rete. Questo accesso continuo alle informazioni, anche su persone che si frequentano poco, conduce ad un secondo paradosso: poiché i social network ci permettono con poco sforzo di gestire anche legami deboli, allora non ci sarà più differenza fra questi e i legami forti. Insomma, non riusciamo più a distinguere i gradi delle relazioni sociali e a ricoprire i diversi ruoli che possiamo assumere al loro interno (pp. 146). Questo può condurre a quello che Riva chiama «analfabetismo emotivo» (p. 143), cioè l’incapacità di riconoscere le emozioni proprie e altrui dovuta alla mancata relazione con un’altra persona fisica – circostanza che ci permette di apprendere l’empatia e di capire le nostre stesse emozioni – sostituita con un oggetto inanimato. Questo analfabetismo può condurre dal disinteresse emotivo fino alla psicopatia.

Infine, problema incombente sia per i giovani, sia per gli adulti, è quello generato dal terzo paradosso dei social network: se è possibile cambiare facilmente la propria identità social, è altrettanto facile per le altre persone risalire le tracce delle precedenti identità per farsi un quadro dell’identità reale dell’individuo. Questo comporta la fine della privacy, con l’identità digitale consegnata in mano a terzi (come, ad es., i dipendenti dell’ufficio del personale dell’azienda alla quale si è fatta domanda di assunzione).

Per concludere, Riva analizza velocemente i disagi che la dipendenza da social può arrecare alle persone, mettendo in evidenza come molti studi dimostrino che un utilizzo dei social pari a due ore al giorno possa portare benefici al modo di lavorare e al carico di lavoro che è possibile gestire in una giornata, mentre uno anche di poco superiore può arrecare gravi danni alla salute psicofisica della persona. Per questi motivi, l’autore conclude il testo definendo il giusto rapporto con i social su tre basi: la formazione del singolo, che deve essere consapevole delle opportunità e dei problemi posti dai social; la responsabilità nell’uso, che deve essere avveduto e volto a non nuocere agli altri utenti; la consapevolezza che i social network sono dei medium che permettono di migliorare le proprie relazioni sociali, ma che in nessuno modo surrogano la vita reale, che è sempre da preferirsi. I rapporti diretti con le altre persone infatti, per quanto complessi e a volte difficili, sono quelli che davvero ci rendono umani, arricchendo la sfera emotiva ed esperienziale come nessuna relazione via web può fare.

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Nato nel 1996, studia Storia all'Università di Torino, dove si sta laureando con una tesi in Storia medievale. Si interessa di storia e politica, con particolare riguardo alla crisi della democrazia contemporanea.

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