Socialismo e crisi della democrazia
- 16 Marzo 2020

Socialismo e crisi della democrazia

Scritto da Stefano Poggi

5 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


Il numero 6/19 della Rivista «il Mulino» ha pubblicato in apertura un rilevante contributo dal titolo “Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi”. Che si tratti di un contributo rilevante lo suggerisce non solo l’impegnativo tema – la crisi della democrazia –, ma anche gli autori. Il saggio è infatti opera di Emanuele Felice (Professore ordinario di Politica economica all’Università di Chieti-Pescara) e di Giuseppe Provenzano (Ministro per il Sud e la coesione territoriale). Due personalità rilevanti già se prese singolarmente, ancor di più se considerate in quanto esponenti – come sembrerebbe suggerire lo stesso titolo – rispettivamente della galassia liberale e di quella socialista. Non è un caso, d’altro canto, che il saggio compaia su «il Mulino», fondamentale strumento di discussione della cultura progressista italiana e – negli anni Novanta – terreno di coltura per l’incontro fra cattolicesimo sociale e culture post-socialcomuniste.

In poco meno di venti pagine i due autori affrontano alcuni dei temi più significativi dell’attuale dibattito politico, dimostrando una notevole dimestichezza col dibattito internazionale – elemento già di per sé inconsueto nella discussione politico-culturale del nostro Paese. A venir presi in considerazione sono tanto i caratteri apparenti quanto le cause profonde della attuale “crisi della democrazia”, passando per una ricostruzione sommaria dell’evoluzione del pensiero liberaldemocratico e approdando alla proposta di un “nuovo socialismo” che possa “salvare il liberalismo da sé stesso” – ovvero dalla sua “degenerazione” neoliberale/liberista. Un incontro questo, appunto, fra “liberali e socialisti” che sappia intervenire sulle disuguaglianze, regolando globalizzazione e capitalismo anche rivalutando l’intervento statale in economia.

Come evidente, si tratta di posizioni avanzate per l’attuale dibattito pubblico nazionale. Non per niente, il saggio ha ricevuto una dura critica da un editoriale de «Il Corriere della Sera» a pochi giorni dalla pubblicazione, a dimostrazione di quanto certe posizioni – ormai pienamente legittime all’estero – trovino ancora un’ostinata resistenza nel nostro Paese. Ciò premesso, il saggio si presta ad alcune note, alcune di natura metodologica, altre di natura più strettamente politica.

In primo luogo, pare problematico il contributo del pensiero socialista alla posizione complessiva espressa da Felice e Provenzano. Il socialismo viene più volte citato en passant, spesso sotto la forma di “riformismo” o “socialdemocrazia”. Al di là di queste menzioni occasionali però l’impianto strutturale del saggio mostra un certo squilibrio verso il pensiero liberale. Ne è un chiaro esempio la ricca sezione storiografica titolata “L’incontro fra liberalismo, democrazia e socialismo”, che di fatto si limita a ricostruire l’evoluzione del pensiero liberaldemocratico a partire dal diciottesimo secolo. In questa ricostruzione, il pensiero socialista compare quasi all’improvviso solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, nel momento del suo – discutibile –approdo alle posizioni nel frattempo elaborate dalla liberaldemocrazia.

Tale “liberalcentrismo” ha delle conseguenze significative. Mentre è piuttosto chiaro cosa sia per gli autori il liberalismo, rimane invece più indefinito cosa essi intendano con socialismo e i concetti politici affini. Vi è, ad esempio, un uso del lemma riformismo alquanto anacronistico se riferito alla socialdemocrazia del secondo dopoguerra. Mentre, almeno per buona parte della tradizione socialista e socialdemocratica, la riforma era un metodo alternativo alla rivoluzione per giungere all’obiettivo del superamento del capitalismo, per Felice e Provenzano la riforma sembrerebbe piuttosto corrispondere alla democratizzazione del sistema capitalista. Gli autori sembrano così attribuire alla socialdemocrazia europea posizioni che non si sono affacciate al suo interno almeno fino agli anni Settanta “maturi” – in corrispondenza, è bene notarlo, dell’affermarsi della controffensiva neoliberale.

La predominanza dell’apporto liberaldemocratico nell’impostazione del saggio ha anche conseguenze dal punto di vista più concettuale. Nell’argomentare di Felice e Provenzano sembrerebbe infatti esserci una sostanziale identificazione fra “democrazia” e “liberaldemocrazia”, per cui la crisi della seconda implicherebbe automaticamente una crisi della prima. Ne consegue quindi una visione vagamente procedurale della democrazia, che sembra trascurare le ricche critiche sui limiti sostanziali delle liberaldemocrazie provenienti storicamente dalle analisi socialdemocratiche e socialiste. Certo, gli autori prevedono un correttivo importante alla mera liberaldemocrazia, cioè lo stato sociale. Ma esso – come in generale la questione economica – viene slegato dal tema fondamentale della redistribuzione del potere, senza cui la redistribuzione delle ricchezze rischia di essere infattibile.

All’origine di questi sbilanciamenti sembrerebbe situarsi una scelta di fondo intellettuale e politica, che purtroppo nel saggio rimane sostanzialmente ingiustificata – nonostante la sua centralità. Il “nuovo socialismo” proposto da Felice e Provenzano, infatti, sembra muoversi saldamente all’interno dell’orizzonte del capitalismo. Una precondizione questa quasi ovvia per un liberale, molto meno per un socialista. Non sembra quindi un caso che nella ricostruzione dell’incontro fra liberalismo e socialismo venga omesso un riferimento quasi scontato, quello al “socialismo liberale” di Carlo Rosselli. Un pensiero, questo, che al di là della vulgata post-azionista, aveva come obiettivo dichiarato il superamento del capitalismo tramite la socializzazione dei mezzi di produzione.

L’accettazione del capitalismo come orizzonte economico-sociale implica due conseguenze rilevanti. In primo luogo, la globalizzazione viene descritta come un processo naturale causato dall’evoluzione tecnologica più che come una scelta politica guidata da determinati interessi economici e sociali. Si propone quindi una sorta di “globalizzazione dal volto umano” che non pare tener gran conto delle difficoltà derivate dagli attuali rapporti di forza a livello sociale. In secondo luogo, lo svolgersi storico sembra ricondursi all’interno di una sorta di battaglia di idee, in cui le scelte politiche non avvengono in base a determinate egemonie sociali, quanto piuttosto alla predominanza di questa o quella posizione intellettuale. Una sorta di “autonomia del pensiero”, che schiaccia non solo l’autonomia del sociale, ma pure a quella del politico.

Coerentemente, la mancanza di un’Europa sociale sembra così scaturire storicamente più da una mancanza di volontà politica delle classi dirigenti progressiste che da quella formidabile “controrivoluzione conservatrice” che si serviva certo di intellettuali neoliberali, ma che traeva la sua forza ultima da rapporti materiali ben definiti. Insomma, nella ricostruzione di Felice e Provenzano perdono di rilevanza gli interessi economici – e di conseguenza non si pone il problema di individuare concretamente l’attore sociale che dovrebbe assumersi il compito storico di rimettere oggi il freno al capitalismo. Ad assurgere ad agente storico sembrano essere così così le più volte citate “classi dirigenti progressiste”, animate più da spinte intellettual-morali che dalla rappresentanza di determinati interessi sociali.

Al “nuovo socialismo” di Felice e Provenzano, in definitiva, sembrerebbe mancare una punta di socialismo. Un elemento necessario per contrastare quella tendenza intimamente antidemocratica del capitalismo a cui gli stessi autori dedicano qualche riga. D’altro canto, se i socialisti e i liberaldemocratici sono riusciti una volta ad imbrigliare il capitalismo non significa che tale operazione sia ripetibile oggi. Molto banalmente, il capitale possiede oggi strumenti infinitamente più efficaci per controllare e dissipare le spinte di cambiamento che vengono dal basso – e, al tempo stesso, le classi popolari sono ben più deboli organizzativamente di settant’anni fa. Non tenere conto di questi cambiamenti rischia di vincolare queste analisi ad un terreno meramente intellettuale, facendogli perdere mordente con la realtà.

Al netto di alcune inevitabili contraddizioni, il contributo di Felice e Provenzano segnala una vivacità e originalità intellettuale con cui è necessario confrontarsi. Un’apertura di dibattito che – se combinata ad una valorizzazione del pensiero socialista come quella contenuta in La sinistra e la scintilla dello stesso Provenzano – potrà sicuramente essere fruttuosa, aprendosi e contaminandosi ulteriormente con le numerose analisi e critiche al sistema economico-sociale in cui viviamo. Nel deserto di una sinistra italiana perennemente impaludata nell’anacronistica divisione fra “riformisti” e “radicali”, la proposta di Felice e Provenzano segnala un nuovo punto di riferimento per chiunque si ponga il problema della costruzione di una nuova cultura politica socialista democratica in Italia.

Scritto da
Stefano Poggi

Dottorando in storia all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. È stato Presidente dell’Associazione Fornaci Rosse di Vicenza. Ha contribuito a fondare Pandora Rivista e, in seguito, Senso Comune.

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