“I riformismi socialisti al tempo del centro-sinistra” a cura di Enzo Bartocci

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Il centro-sinistra e la “strategia riformista”

Ma se questi sono stati gli elementi luminosi, sono evidenti anche quelli lacunosi che in ultima analisi si sono abbattuti sul PSI trovandolo molto più fragile ed esposto al logorio.

In primo luogo una vasta, estremamente vasta, parte dell’autonomismo[4] del PSI ha una concezione politicistico-illuminista dell’operazione. I termini non vanno intesi come spregiativi, hanno un significato nobile come erano nobili le intenzioni dei loro promotori (Nenni per i “politicisti” e Lombardi per gli “illuministi”) ma entrambe queste tendenze accreditano l’idea che l’operazione del centro-sinistra non è, in definitiva il graduale coinvolgimento delle classi popolari e dei loro legittimi interessi organizzati tramite partiti e sindacati, ma una operazione “difensiva” in attesa dello scongelamento (dei blocchi sul piano internazionale e del PCI su quello interno). Bisognava difendersi in particolare o verso i rischi di deriva autoritaria di settori dello Stato ritenuti in grado di condizionare la DC; o, nel caso di Lombardi, verso le deficienze intrinseche del capitalismo italiano incapace di generare sufficiente grado di spinta modernizzatrice senza un poderoso intervento dello Stato. I sostenitori della prima versione difensiva finiranno per approvare il politicismo estremo e di fatto l’erosione elettorale (ma anche quella interna al Partito rispetto alla sinistra PSI) o ancora peggio, l’inevitabile nascita di politiche clientelari concepite esse stesse, in origine, come un antidoto al rischio autoritario. Il filone lombardiano appare debole invece proprio per la natura pedagogica. Partendo da una serie di concezioni ritenute razionali in sé, i lombardiani non si concentrano sul nesso tra azione riformatrice e crescita del consenso come leva per costruire, gradualmente, anche i progetti di più lungo periodo preferendo puntare molto su pochi grandi e decisivi progetti. Questa modalità di azione, in sistemi di tipo rappresentativo non funziona. Forse, oltre che una valutazione pessimistica dei capitalisti italiani, qui c’è anche una valutazione pessimistica del ruolo delle classi popolari giudicate come non in grado di costruire nel tempo progetti a lungo termine una volta arrivate nella “stanza dei bottoni”.

È interessante in questo senso aggiungere due note. Da un lato l’evoluzione del pensiero di Antonio Giolitti, in origine un lombardiano e successivamente spostatosi verso posizioni più personali, il quale a fronte delle difficoltà riscontrate in primissima persona nell’azione riformatrice troverà sempre di più nel processo di unificazione europea un ulteriore modalità di produrre modernizzazione ma forse anche qui senza un sufficiente rapporto con la base popolare; dall’altro il rapporto strettissimo tra la cultura politicista-illuminista e l’organizzazione del rapporto tra partito e sindacato che anche per il PSI in definitiva si è configurata secondo i canoni del primato del Partito. Pur se non arrivando al livello della teoria del sindacato “cinghia di trasmissione” questi limiti organizzativi non si sono superati anche perché connessi con i caratteri originari del sindacalismo e del socialismo italiano.

In secondo luogo una posizione di politica estera “debole”. Gli autonomisti sembrano caratterizzati da una visione di politica estera legata ad una logica da terzo polo. L’idea di non essere parte di un blocco (che peraltro aveva accarezzato anche settori della Democrazia Cristiana nel periodo della negoziazione del Patto Atlantico) contribuisce a reiterare una debolezza di schieramento molto poco tollerabile in quella fase dei rapporti internazionali. Anche in questo senso, come detto prima sul fronte della politica interna ed economica, il PSI è in grado di produrre analisi estremamente raffinate, frutto della vivacità del Partito. Vengono ben colte le singolarità nella collocazione geografica dell’Italia, ed il distacco dalla politica pro sovietica, dopo i fatti d’Ungheria, è effettivo e reale; ma non è mai in grado di determinarsi né una scelta chiaramente atlantista come quella operata da alcuni partiti fratelli (Labour) né soluzioni diverse come quelle operate in Francia, date le differenze di status post bellico tra i due Paesi. Tale situazione permarrà probabilmente fino alla presa di posizione sugli Euromissili ma saremo oramai già negli anni Ottanta.

Conclusivamente si potrebbe dire che l’approdo al centro-sinistra appare come il frutto di una riflessione figlia della consapevolezza dei limiti in cui la strategia frontista aveva chiuso il Partito Socialista ma senza l’elaborazione necessaria ad una sfida contro-egemonica. Il prestigio e la storia personale dei dirigenti del PSI garantisce una grande capacità di programmazione e progettazione, adattando la “strategia riformista” al contesto italiano in maniera brillante, ma permane il pessimismo strutturale che i dirigenti socialisti non riescono mai a superare definitivamente. La ricerca continua della “terza via” tra l’approccio socialdemocratico e quello sovietico determina il fatto di non riuscire ad immaginare ed implementare in termini nuovi il rapporto tra blocco sociale del lavoratori ed il complesso partito-sindacato. Il PSI quindi rimane partner minore rispetto al PCI a sinistra perché manca di acquisire anche in parte “l’arma” con cui le socialdemocrazie si avvicinano (o riavvicinano) al governo in Europa nello stesso periodo: la capacità di porsi come soggetto in grado di scambiare pace sindacale con riforme socialiste. L’assenza di quest’arma condanna il PSI alla seconda subalternità, quella verso la DC la cui anima conservatrice riuscirà con successo a rendere molto poco organico l’intervento riformatore di quegli anni proprio perché questo non è sorretto da una vera e propria capacità di radicamento ma solo da una progettazione sia pure molto brillante e profonda.

Nonostante ciò, però, il centro-sinistra va ricordato come una delle fasi di maggiore successo per una politica favorevole ai lavoratori italiani, e di questo i dirigenti autonomisti del PSI portano certamente una parte enorme di merito storico, così come ricostruito in maniera molto profonda dal volume curato da Bartocci.

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[4] Il termine autonomismo va inteso nel senso della corrente del Partito che nei quattro Congressi socialisti tra il 1955 ed il 1961 conduce il PSI alla svolta dalla stagione frontista a quella della collaborazione di Governo con la DC.


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Nato nel 1984 a Roma. Laureato in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza. Ha studiato sopratutto i sistemi politici istituzionali anglosassoni ed i partiti politici europei ed americani.

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