I soggetti sociali del cambiamento

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Il testo che segue è la rielaborazione di un intervento sul tema dei soggetti sociali tenuto al seminario “Una nuova cultura politica? La sinistra in tempi interessanti. Generazioni a confronto” che si è tenuto venerdì 16 dicembre a Roma presso la Sala di Santa Maria in Aquiro del Senato. Ringraziamo l’autore per avercelo inviato.


È molto importante il messaggio dominante in questo incontro: considerare questi “tempi interessanti” non solo di sconfitta; cercando per la sinistra una nuova cultura politica che la faccia uscire dall’afasia e la renda capace d’intervenire, e se possibile condizionare, i grandi cambiamenti in corso. È molto importante questo messaggio perché contiene una presa di distanza netta dal “politicismo” in cui ci siamo spenti e perduti. Il politicismo, specie nelle sue fasi finali, diventa l’artificio per sentirsi vivi mentre si è da tempo in coma profondo. Invece di pensare a come si possono  lottare la povertà e le disuguaglianze crescenti, ci siamo fatti intrappolare nel SI e NO del recente referendum costituzionale. Un SI e NO che ci ha diviso e ci ha fatto trascurare l’anomalia e la gravità della nostra lontananza dal malessere sociale diffuso. Per di più non abbiamo sentito finora il dovere  una sana  autocritica rigeneratrice. Altre volte, con il Governo Renzi, non abbiamo avuto la lungimiranza necessaria. Pensiamo alla battaglia sull’articolo 18: c’era da difendere un sacrosanto diritto di cui godevano i  lavoratori occupati, ma l’abbiamo fatto sottovalutando i rapporti di forza e la portata dell’offensiva neoliberista che avrebbero richiesto un diverso livello del conflitto  o, preferibilmente, il lancio di una proposta alternativa, che rivendicasse con coraggio e forza di motivazioni la prospettiva della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese come via maestra per accrescere la produttività ed avviare nuove relazioni sindacali. Dobbiamo, dunque, cambiare il terreno della nostra riflessione e della nostra azione. Nello stesso tempo, e qui lo stiamo facendo, dobbiamo dare senso e contenuti al bisogno di un rinnovamento della cultura politica della sinistra. Da tempo siamo alle prese con questo problema e finora l’abbiamo affrontato in maniera insufficiente o errata. Un cambiamento, infatti, l’abbiamo realizzato tra gli anni ottanta e novanta, attratti dalla terza via, quella con Blair e Schroeder, ma è stato un cambiamento che ha annacquato, non rinnovato, la cultura della sinistra, esponendola senza difese all’egemonia del neoliberismo; cominciando, cioè, a perdere la distinzione tra i nostri fini e quelli dei conservatori, o a confondere in particolare il ruolo dello Stato con quello del mercato; a ritenere, cioè, che l’aggiornamento della nostra cultura passasse dall’idealizzare quest’ultimo – per la verità fino ad allora da noi assai sottovalutato – e dal contemporaneo indebolimento dell’intervento pubblico e delle sue istituzioni. L’approdo di questo cammino è sotto i nostri occhi. È finito il ciclo dei partiti socialisti al governo dei paesi europei ed in quasi tutta l’Unione avanzano pensieri e forze politiche d’impronta nazionalistica ed anti europea, a volte apertamente ostili agli stessi valori democratici. Siamo in Europa, infatti, arrivati sull’orlo del precipizio. Io non rinuncio all’idea e al bisogno degli Stati Uniti d’Europa, ma avverto che abbiamo poco tempo. Dopo l’elezione di Trump, già si annunciano tempi di guerra fredda contro l’Europa. Tra il 2017 e il 2018 l’euro potrebbe crollare. Anche e soprattutto a causa degli sconvolgimenti politici possibili con le prossime elezioni in diversi paesi dell’Unione; in conseguenza delle contraddizioni crescenti tra gli Stati membri; a causa della politica dell’austerità e per il difficile governo delle immigrazioni. Poi, in Italia, ci si ripresenterà la tagliola delle clausole di salvaguardia, aumenterà il costoso salvataggio delle banche e,  senza una svolta,  si inasprirà il confronto con la Commissione europea sulla nostra legge finanziaria. Infine diventerà sempre più incombente l’urgenza di dare delle risposte alla povertà ed alla mancanza di lavoro per i giovani e le donne. Tutti sentiamo pericoli imminenti, non solo per l’euro, ma per la stessa tenuta dell’Unione; eppure non avremo soluzioni valide fino a quando la Germania rimarrà prigioniera della sua dottrina ordoliberista e continuerà a posporre ad essa il futuro dell’Europa. Allora, quale cambiamento vogliamo e possiamo perseguire? I problemi da affrontare sono tanti, qui voglio evidenziarne solo alcuni rispetto ai quali le nostre incertezze spesso ci costringono al silenzio o all’impotenza.

Il rapporto con la globalizzazione

Abbiamo condiviso l’onda della globalizzazione senza sufficiente spirito critico, oggi non possiamo tornare indietro, ma non dobbiamo assolutamente andare avanti negli stessi modi con cui finora si è proceduto. Bisogna correggere la globalizzazione in corso perché essa, così come procede oggi, se riduce le differenze di ricchezza tra i vari continenti, li accresce smisuratamente all’interno dei singoli paesi e perché essa procede con l’esplicito intento di sostituire la legge dei mercati a quella democratica  della giustizia sociale. Nei trattati trans-atlantici e trans-pacifici si prevedeva esplicitamente che le imprese potessero sottrarsi al dominio dell’ordine democratico esistente potendo ricorrere ad arbitrati fuori, e contro, lo stato di diritto. Qui, il ruolo essenziale dell’Unione Europea; sappiamo che la sua crisi è profonda, ma noi dovremmo stare sempre dalla parte di chi non rinuncia alla grande e salvifica impresa degli Stati Uniti d’Europa. Non può essere il solo  Stato nazionale a correggere la globalizzazione, né possiamo puntare ad un vero governo globale che non potrà mai esistere. Agli accordi globali dobbiamo far partecipare la democrazia europea, non le lobby dei singoli Stati nazionali. E’ questa una partita decisiva: qui si salva o si interrompe e si spezza la storia della civiltà e della democrazia occidentale.

Il mondo del lavoro e i soggetti sociali

Dobbiamo domandarci, di fronte alla globalizzazione ed alle innovazioni introdotte con la rivoluzione informatica, quali possono essere oggi i soggetti sociali del cambiamento. Dobbiamo ammetterlo, dobbiamo prenderne coscienza, non può più essere, da sola, la classe operaia; costretta oggi a difendere la sua stessa esistenza come forza lavoro, privata o indebolita  nei suoi diritti e nei suoi bisogni, costretta, insomma, a difendersi, più che ad essere forza generale di progresso. Ne abbiamo continue testimonianze; per ultimo, nel voto delle presidenziali americane. Dobbiamo stare sempre al fianco dei lavoratori; rivendicando e promuovendo  la creazione di nuovi lavori e diritti. Fondamentale è rivitalizzare  il ruolo della Scuola, delle Università e degli intellettuali, come proposto da Biasco nella sua relazione e; dall’altra, è necessario capire (e intervenire sui) i profondi sconvolgimenti che la globalizzazione e la rivoluzione digitale hanno prodotto nel mondo del lavoro. È questo un tema decisivo su cui, fortunatamente, la riflessione e l’analisi stanno sempre più producendo dati importanti di conoscenza. Liberiamoci dalla leggenda della “fine del lavoro” ed interroghiamoci invece sulla sua agonia e trasformazione presente e futura. In prima approssimazione sembrano delinearsi  due tendenze: da una parte sono le macchine a sostituire progressivamente i lavori di routine o di scarsa qualificazione; dall’altra, vengono invece avanti i lavoratori della conoscenza: quelli che per cultura acquisita, o per formazione raggiunta, sono in grado d’immettere, nella produzione, alti livelli di sapere e di competenze.

Sono divisioni profonde, quindi, quelle che si stanno producendo nel mondo del lavoro. Il nostro antico e costante principio guida  di unificare questo mondo, può essere perseguito solo se sapremo far fronte a tutte e due le tendenze qui  indicate. Sulla prima, emerge, oltre alla necessità di riprendere le lotte per la piena occupazione; il grande problema di conquistare un nuovo welfare. Su questo punto dobbiamo al più presto svegliarci per lanciare una grande battaglia sociale e politica  tesa ad introdurre il reddito di partecipazione, così bene illustrato da Tony Atkinson nel suo recente ed ultimo libro sulle disuguaglianze. Un reddito non incondizionato, di importo ragionevolmente contenuto e tale da attivare e sostenere  processi avanzati di formazione, di attività creative, di volontariato, di partecipazione alla cura dei bisogni sociali e civili. In conclusione, una forte risposta alternativa alla demagogia del reddito di cittadinanza, agitata dai grillini e, contemporaneamente, alla decontribuzione – praticata dal Governo Renzi – che come misura di incentivazione indiretta e non selettiva ha scarsi e fragili effetti sull’occupazione mentre, da subito, ha pesanti conseguenze sulle entrate dell’Inps pregiudicando il futuro della vita dei pensionati.

Sui lavoratori della conoscenza, il lavoro da fare da parte della sinistra è immenso; c’è da recuperare un colpevole e lungo ritardo causato dalla nostra mancata, o insufficiente,  elaborazione della nuova fase del capitalismo. I lavoratori della conoscenza sono tanti ed il loro ruolo è crescente e sempre più strategico nel processo produttivo. Essi sono insieme produttori ed utilizzatori di conoscenza che oggi, nei mercati globalizzati, è la principale fonte di profitto e di ricchezza, ma sono, ancora spesso, mal pagati e soprattutto privati del diritto di codeterminazione nella gestione dell’impresa. L’attuale struttura gerarchica delle imprese impedisce di riconoscere e valorizzare questa realtà, anche perché il capitalismo italiano, nella sua maggioranza, ha finora  preferito far crollare gli investimenti e colpevolizzare i lavoratori per lo stallo della produttività.

Questo mondo dei lavoratori della conoscenza è da noi poco conosciuto. Abbiamo, sia a livello sindacale che politico, casuali rapporti, scarsa frequentazione. Non solo nelle fabbriche, ma anche fuori diamo, per esempio, scarsa attenzione alle trasformazioni in corso nel vasto mondo delle professioni liberali  che è sempre più connesso al settore economico.  Anche se ancora in Italia è in maggioranza strutturato in monostudi, nascono e si diffondono nei paesi avanzati i KIBS (Knowledge Intensive Business Services) vere e proprie imprese intellettuali decisive nel passaggio dalla vecchia manifattura all’economia della conoscenza.

Come possiamo avvicinare questo mondo  e, se possibile, contribuire a rappresentarlo? Non è, e né sarà, facile, ma l’impresa vale tutto il nostro impegno. Qui ci sono già primi tentativi e primi risultati a livello  sindacale con l’idea lanciata da alcune ricerche dell’Ires Cgil di trasformare le Camere del lavoro in Camere dei lavori e dei saperi. Sarà questo, certo, un passo avanti per stabilire contatti e produrre delle idee; ma, per operare una vera svolta, è necessario che il movimento sindacale italiano decida di perseguire con chiarezza e con determinazione l’obiettivo della democrazia economica.

Esistono già nella tradizione sindacale italiana importanti lotte e grandi risultati in questa direzione. Ci riferiamo alla conquista del diritto di conoscenza e di discussione conquistato negli anni ottanta; alla stipula con l’IRI, nel 1984, di un avanzato protocollo di relazioni industriali imperniato sui principi della condivisione e della codeterminazione tra capitale e lavoro; all’importante, e recente, elaborazione unitaria da parte delle confederazioni sindacali di una piattaforma rivendicativa per realizzare, anche nel nostro paese, un sistema di relazioni sindacali incentrato sulla codeterminazione. Purtroppo questo cammino è stato più volte interrotto a causa di una doppia incertezza presente nel mondo sindacale. Da una parte, la paura del “tradimento”; in quanto la partecipazione alla gestione delle imprese non può essere conflittuale, ma strategica, dall’altra; per la tendenza a considerare la partecipazione come debole e subordinata. Si è indebolito, così, il movimento per trasformare l’impresa in istituzione che riconosce i diritti non solo del capitale, ma di tutti coloro che vi lavorano e vi partecipano. Naturalmente, al conflitto sociale e politico in regime capitalistico, non si può rinunciare. Ma, quello che oggi è in discussione, su cui dobbiamo con lungimiranza e rigore riflettere, è quale tipo di conflitto serve, nella fase di profonda trasformazione produttiva che stiamo attraversando, alle forze del lavoro e del progresso democratico. Il principale luogo rimane la fabbrica, o sempre più bisogna costruirlo nella società, cercando le alleanze necessarie?

Identità

Rimane il problema dell’identità. Non è facile costruire, dopo decenni di politicismo ambiguo, un “abitino” adatto ai nuovi tempi. All’identità non possiamo certo rinunciare; ma prima di cercarne l’astratta definizione concettuale, dobbiamo da subito cominciare ad attivarla nelle cose, nei nostri comportamenti, nelle nostre relazioni, nel modo con cui cerchiamo ogni giorno di rispondere alla cultura del consumismo e dell’individualismo proprietario, praticando la solidarietà e la condivisione sia tra le persone, che tra i soggetti sociali e politici.


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Già Segretario confederale della Cgil con Luciano Lama Segretario generale; poi Presidente dell’Inps dal 1985 al 1989; infine Commissario dell’Antitrust dal 1990 al 1997.

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