Spagna: il tramonto del bipartitismo

Le elezioni politiche in Spagna del prossimo 20 dicembre si presentano come le più insolite nella storia della democrazia spagnola dal 1982, quando il tentativo di colpo di Stato del 1981 mise fine alla transizione cominciata con la morte del generalissimo Franco nel 1975 e la fine dei suoi quasi quaranta anni di dittatura. Le ragioni di tale particolarità sono da ricercarsi nella fortissima crisi economica attraversata dalla Spagna, che ha scatenato rumorose manifestazioni popolari come quella storica del 15 maggio 2011 (nota in Spagna come 15M) con il raduno di migliaia di persone alla Puerta del Sol di Madrid, autoconvocatesi in modo spontaneo attraverso i social network. Questa manifestazione prese esempio da quanto accaduto nelle piazze di molti paesi arabi e soprattutto in piazza Tahrir al Cairo. L’iniziativa continuò per diversi mesi nei quartieri di Madrid e in molte altre città spagnole.

Da allora due fenomeni si sono sviluppati in modo lento ma inarrestabile fino ad arrivare alle elezioni europee del 2014 e a quelle amministrative del maggio scorso. Da una parte si sono formate nuove forze politiche, come nel caso di Podemos che in meno di un anno e senza una vera struttura di partito ha conquistato cinque seggi al Parlamento Europeo, o partiti che avevano una dimensione regionale sono riusciti a crescere in modo esponenziale in breve tempo come nel caso di Ciudadanos. D’altra parte, invece, i due grandi partiti che si erano aggiudicati tutte le elezioni politiche sin dal 1982, cioè la destra moderata del PP (Partido Popular, ex AP, Alianza Popular) e il PSOE (Partido Socialista Obrero Español) hanno perso consensi in modo inarrestabile, nonostante un leggero recupero negli ultimi mesi. Questa competizione elettorale a quattro presenta al suo interno una realtà molto complessa.

Non c’è dubbio che il fenomeno più eclatante di questi ultimi anni sia stata la nascita del movimento di Pablo Iglesias, Podemos, che partendo da un piccolo nucleo di professori dell’Università Complutense di Madrid è arrivato a catturare un’importante fetta dell’elettorato spagnolo. Podemos, come Syriza in Grecia, è un fenomeno la cui eco ha sorpassato le frontiere nazionali ed europee. Pochi mesi dopo essersi formato come movimento ha ottenuto un successo inaspettato alle elezioni europee, con più di 1.200.000 voti. Questa iniziale sorpresa ha trovato poi conferma alle elezioni amministrative, anche se in coalizione con altre forze e associazioni popolari, conquistando le principali città spagnole, tra cui Madrid, Barcellona, Valencia, Cadice, La Coruña e Santiago de Compostela. Madrid e Barcellona sono governate attualmente da due donne sostenute da Podemos, Manuela Carmena e Ada Colau rispettivamente. Tuttavia, alle elezioni regionali catalane dello scorso settembre, la lista di Podemos, Catalunya sí que es Pot, ha ottenuto un risultato molto modesto. Bisogna comunque osservare come le elezioni catalane non siano state esattamente una competizione elettorale tra diversi orientamenti politici quanto piuttosto un referendum sull’indipendenza.

Ciudadanos invece è un movimento di destra moderata, nato in Catalogna ma con una chiara vocazione nazionale. Si è dichiarato sin da subito contrario all’indipendentismo catalano, ma si è anche allontanato dal PP, al quale rimprovera di non voler eradicare la corruzione presente al suo interno. Dopo sei anni di maturazione nella Catalogna è entrato in questo ultimo periodo nell’arena nazionale, riuscendo in poco tempo a registrare numerosi consensi, evidenti soprattutto nelle ultime elezioni amministrative. in Catalogna i candidati di Ciudadanos sono riusciti in parte a frenare l’ondata indipendentista della alleanza Junts pel Sí, che raggruppava tutti i partiti che chiedevano l’uscita dalla Catalogna dal Regno di Spagna. E’ evidente che la crescita di Ciudadanos abbia una spiegazione molto valida nel crollo subito dal PP nelle ultime elezioni amministrative (2 milioni di voti in meno rispetto a quelle del 2011), crollo che era stato già registrato alle europee del 2014 e dovuto in gran parte alla cattiva gestione della crisi ma soprattutto ai casi di corruzione scoperti a livello nazionale, regionale e locale.

La crescita di questi due movimenti è dovuta al vuoto creato dal drammatico sgretolarsi del bipartitismo che dalla fine della transizione si è alternato nel governo della Spagna. Da una parte il PSOE ha subito una dura sconfitta nel 2011 alla fine della legislatura guidata da José Luis Rodríguez Zapatero, che nell’ultima fase del suo governo ha subito una profonda crisi dell’economia spagnola causata dall’esplosione della bolla immobiliare e dalla cattiva gestione finanziaria del sistema bancario. Si era reso necessario l’intervento esterno per poter sopperire al buco creato dalle banche: il “prestito” della BCE al governo spagnolo è stato però accompagnato da una serie di tagli drammatici nei settori della sanità e dell’educazione. Per questa ragione il PSOE ha perso più di 4 milioni di voti rispetto alle precedenti elezioni del 2008, e la discesa nei consensi è stata continua nonostante una certa ripresa nell’ultimo periodo, comunque insufficiente a raggiungere il 28% ottenuto nelle ultime elezioni politiche del 2011. Dall’altra parte si trova il PP, che nel 2011 ha ottenuto un consolidamento nel numero di voti con più del 44% dell’elettorato spagnolo a suo favore ed è riuscito a conquistare una maggioranza assoluta, ma che negli ultimi anni è calato vertiginosamente, sia per il logoramento del potere, come dicono al suo interno, ma soprattutto per gli innumerevoli casi di corruzioni trai i quali spicca quello dell’ ex tesoriere Luis Bárcenas, che ha portato alla luce una contabilità parallela che per anni distribuiva soldi tra i dirigenti del PP.

Ma i due nuovi giovani movimenti -e giovani sono anche i loro dirigenti e rappresentanti, basti pensare che Iglesias ha 37 anni e Albert Rivera ne ha 36- non solo stanno riempiendo il vuoto lasciato dai partiti preesistenti, con Podemos che prenderebbe una bella fetta dell’elettorato del PSOE e a Ciudadanos andrebbero molti dei voti persi dal PP, ma sono riusciti anche a convincere tanti giovani e anche meno giovani elettori che si sentivano disillusi nei confronti dei partiti politici tradizionali, della “casta” (termine importato dall’Italia ma con un’accezione diversa da quella immaginata da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella) e li hanno spinti ad interessarsi alla politica e a impegnarsi in tutto quello che essa comporta. In questo senso è da sottolineare anche la grande diffusione attraverso la rete e i social network portata avanti dal partito di Pablo Iglesias con la creazione di “circoli” che operano tanto in Spagna come al estero. Iglesias quadruplica il numero di followers (1.363.834) su Twitter di Rivera (422.298), che si trova a molta distanza degli altri due candidati dei partiti tradizionali, Sánchez e Rajoy.

Ovviamente, anche se si è rotto il tradizionale bipartitismo e sono sorte nuove formazioni, ci sono altre forze politiche di minor rilievo che concorrono in queste importantissime elezioni politiche spagnole. A livello nazionale non si può dimenticare IU (Izquierda Unida), il partito che raggruppa al suo interno anche il vecchio PCE (Partido Comunista de España) e che senza dubbio è il grande sacrificato a vantaggio di Podemos, che all’inizio della sua crescita sembrava potesse fagocitarlo del tutto. L’elettorato di sinistra, molto sensibile ai casi di corruzione, non ha tollerato gli scandali sorti all’interno di IU e soprattutto quelli riguardanti le schede nere (tarjetas opacas o tarjetas black) che permettevano ai rappresentanti politici di una famosa banca madrilena di fare spese e prelevare contanti senza renderne conto a nessuno. Così, molti dei suoi affiliati e simpatizzanti si sono spostati verso il movimento di Pablo Iglesias, che offre nuove prospettive e si discosta nettamente dai casi di corruzione e dalla “politica della casta”. Dopo una iniziale confusione, IU si è ricompattata attorno a Alberto Garzón, giovane militante che ha cercato in tutti i modi di rimettere in piedi la vecchia formazione di sinistra. Per queste elezioni Garzón ha cercato di costituire una alleanza con Podemos, per presentarsi uniti contro la destra e i socialisti, ma Iglesias avrebbe preferito che IU si sciogliesse nel suo movimento senza creare coalizioni. L’accordo, quindi, non c’è stato e Garzón corre in solitario.

Per quanto riguarda i programmi, i quattro schieramenti si dividono tra destra (PP e Ciudadanos) e sinistra (PSOE e Podemos), anche se tanto Ciudadanos quanto Podemos rifiutano gli inquadramenti tradizionali. Il PP ha rinnovato le sue proposte per la crescita e lo sviluppo del paese, così come ha fatto con il suo logo e la colonna sonora della sua campagna. Spinti dai risultati delle ultime elezioni e dai sondaggi negativi, i popolari hanno messo in atto un importante rinnovamento del partito, allontanando o espellendo tutti i dirigenti implicati in casi di corruzione e proponendo nuove figure giovani in posti strategici, mettendo a punto nuovi modi per avvicinare l’elettorato. Mentre confermano e sostengono le politiche economiche e del lavoro attuate in questi anni, sono aperti ad una revisione della Costituzione per ammodernarla e adeguarla alle nuove realtà territoriali, soprattutto quella catalana, ostacolando però in ogni modo qualsiasi referendum o consultazione indipendentista.

Il PSOE invece ha virato a destra, presentandosi come un partito nazionale di centro sinistra e allontanandosi dalle proposte “radicali” di Podemos. Sintomatica è stata la presentazione della candidatura di Pedro Sánchez avendo come sfondo una enorme bandiera spagnola con lo scudo costituzionale. In questo senso, il PSOE concorda con il PP sull’ostacolo a qualsiasi consultazione riguardo l’indipendenza della Catalogna. Si dissocia invece delle politiche economiche e soprattutto della Riforma del lavoro effettuata dal PP, che ha portato ad una liberalizzazione senza precedenti, e accusa i popolari di aver effettuato tagli alla scuola e alla sanità che hanno danneggiato pesantemente i cittadini, facilitando la privatizzazione di buona parte di questi settori strategici per il paese. Le proposte dei socialisti in questi campi vertono sul ricupero dei modelli sanitario ed educativo affermati nei primi anni della democrazia spagnola.

Ciudadanos è senza dubbio più vicino al programma del PP, ma insiste nel non voler avere nulla a che fare con i vecchi partiti, criticati per aver sprecato l’opportunità avuta in passato e per non aver servito bene il paese. Ostacolano, come il PP e il PSOE, qualsiasi tipo di consultazione per l’indipendenza della Catalogna e non si esprimono in modo chiaro sul ritiro dell’attuale Riforma del lavoro, anche se propongono molte misure nuove e moderne nelle politiche sociali come i regolamenti per una “morte dignitosa” o la maternità surrogata. Ciudadanos enfatizza la novità delle proprie proposte e dei propri candidati, nessuno dei quali risulta essere mai stato implicato in casi di corruzione.

Il programma di Podemos è stato elaborato in rete insieme agli affiliati. Si tratta di un programma articolato in varie sezioni, con quasi 400 punti chiave. Come abbiamo già detto, una delle proposte che li allontana dagli altri tre partiti è quella di convocare un referendum sull’indipendenza della Catalogna, e ci sono molte proposte di sinistra come quella sui pagamenti del debito estero che, secondo Podemos, sta affogando l’economia spagnola. Inoltre, il movimento guidato da Iglesias è schierato contro la Riforma del lavoro del PP e propone di fissare lo stipendio minimo a 800€ con 14 mensilità. Riassumendo, Podemos auspica un cambiamento molto radicale della politica portata avanti dal governo del PP, soprattutto in materia sanitaria e educativa. Vorrebbe ripristinare ed estendere la gratuità di questi due settori e farli tornare completamente nelle mani dello Stato.

Questa accesa rivalità tra i partiti e i movimenti che si contendono l’elettorato spagnolo è arrivata al suo punto più caldo nelle ultime settimane, con l’inizio della campagna elettorale, catturando l’interesse della grande maggioranza dell’elettorato. Sembra che l’affluenza a queste elezioni possa superare il 75% degli aventi diritto, e alcuni sondaggi già prevedono un record assoluto. Questo dato sottolinea la somiglianza di queste elezioni con quelle del lontano 1982, che misero fine alla transizione e segnarono l’inizio della democrazia. Anche se i sondaggi danno come vincitore il PP, comunque molto lontano dalla maggioranza ottenuta nel 2011, il duello tra i partiti che lo seguono, cioè, PSOE, Ciudadanos e Podemos, determinerà le possibile alleanza per formare il governo.

Dopo l’ultimo dibattito a quattro, che si è tenuto lunedì 7 dicembre, la situazione si conferma incerta e le variazioni elettorali dipenderanno dagli ultimi colpi di scena e dagli assi nella manica che i leader si sono riservati per il gran finale. Fuori da ogni dubbio è che il panorama politico in Spagna, dopo queste elezioni, cambierà profondamente e, per il momento, l’epoca del bipartitismo è finita.


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Lettore madrelingua spagnola all’Università La Sapienza e professore di Lingua Spagnola per Scienze del Governo e Relazioni Internazionali presso la LUISS di Roma. Formatore di professori, ha tenuto diversi corsi presso le sedi di Parigi, Atene, Budapest e Roma dell’Instituto Cervantes.

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