Spagna, ovvero la difficile arte di creare un governo

La fine delle vacanze natalizie non sembra portare una soluzione alla situazione di stallo che si era determinata dopo le elezioni politiche tenutesi il venti Dicembre. Il risultato elettorale ha infatti sancito la fine del bipartitismo che ha caratterizzato il sistema spagnolo sin dalla sua (tardiva) democratizzazione, avvenuta alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Ai due maggiori partiti politici tradizionali, il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) ed il Partido Popular (PP), si sono aggiunti Podemos e Ciudadanos, due partiti certamente diversi sotto molteplici aspetti – genesi partitica, programma politico, posizione circa la questione catalana e l’Unione Europea – ma entrambi accomunati da una posizione critica nei confronti dell’establishment, i quali sono stati capaci di guadagnarsi il sostegno rispettivamente del 20,7 per cento e del 13,9 per cento dell’elettorato (per un’analisi del voto della giornata del 20-D rimandiamo a questo articolo). La consueta alternanza di governo fra PP e PSOE che ha caratterizzato la competizione politica spagnola a livello nazionale degli ultimi venti anni sembra ormai appartenere al passato: tale conformazione del sistema partitico aveva già mostrato i primi segni di cedimento alla elezioni Europee del 2014, e ancor di più in seguito alle Autonomiche e Municipali tenutesi nel maggio del 2015. I risultati del 20 dicembre testimoniano come quello spagnolo sia diventato a tutti gli effetti un sistema multipolare.

Questa nuova conformazione ha generato delle dinamiche nuove nel sistema politico, e sta decisamente complicando la formazione del nuovo governo. La Spagna è infatti una monarchia parlamentare e, come in tutti i sistemi parlamentari il potenziale presidente del governo, una volta designato dal capo dello stato – in questo caso il Re, previa consultazione con gli esponenti politici dei gruppi parlamentari – deve ottenere la maggioranza assoluta dei voti del congresso dei deputati per poter procedere alla sua investitura ufficiale. Mariano Rajoy, leader del PP e presidente del governo uscente, dovrebbe nuovamente ricevere l’incarico di formare il governo, visto che il suo partito ha ottenuto il maggior numero di voti (28 per cento) e la maggioranza relativa dei seggi (123). I problemi, e le preoccupazioni di Rajoy, sorgono dal momento che la maggioranza che il PP ha ottenuto è ben lontana dal permettergli di formare un governo da solo: deve necessariamente trovare un alleato (o più alleati) che gli permetta di mettere insieme il voto favorevole di almeno 176 deputati necessari affinché il suo governo riceva la fiducia.

Guardando meramente ai risultati elettorali all’indomani delle elezioni si prospettavano diversi scenari possibili:

  1. Una “grande coalizione” à la Merkel. I due principali avversari politici, il PP ed il PSOE, potrebbero creare una coalizione dalle larghe intese che potrebbe permettergli, vista l’ampia maggioranza così prospettata (123+90 deputati), di portare avanti riforme cruciali, anche costituzionali. A rafforzare ulteriormente le larghe intese potrebbe aggiungersi il supporto di Ciudadanos, con i suoi 40 seggi.
  2. Un secondo scenario, per quanto altamente improbabile, potrebbe coinvolgere i due partiti di sinistra (PSOE e Podemos) in una coalizione insieme al partito di centro-destra Ciudadanos. Una coalizione anti-PP in altre parole. Tale “geometria” coalizionale potrebbe permettere ai due nuovi arrivati di iniziare due importanti progetti condivisi, ovvero la riforma del sistema elettorale e l’implementazione di norme anti-corruzione.
  3. Un terzo scenario potrebbe prospettare una coalizione unitaria delle forze di sinistra: PSOE, Podemos, Izquierda Unida ed i partiti regionalisti catalani avrebbero la consistenza “aritmetica” per poter formare un governo, sul modello del governo portoghese. Aritmetica a parte, da una siffatta coalizione di forze eterogenee risulterebbe un governo altamente instabile, negativamente influenzato dai differenti interessi e priorità dei suoi singoli partecipanti, ed esposto a possibili e probabili crisi di governo.

Nei quindici giorni intercorsi fra le elezioni ed oggi, la situazione è andata complicandosi ulteriormente: accanto le possibilità, per così dire aritmetiche, vanno infatti considerati i comportamenti strategici dei singoli attori coinvolti in questo processo: il PP ha tutto l’interesse a trovare una soluzione di compromesso con le altre forze politiche che gli permetta di trovare una maggioranza stabile a sostegno del suo governo, come testimoniano le molteplici consultazioni con gli altri leader condotte da Rajoy in questi giorni, e gli appelli alla responsabilità politica; Podemos, coerentemente con quanto affermato in campagna elettorale rifiuta un qualsiasi accordo con il PP, porgendo il fianco al PSOE, ma a condizioni ben precise; il PSOE si trova in una posizione scomoda, infatti, nonostante abbia nuovamente ribadito di non voler appoggiare la formazione del governo da parte del PP che, per utilizzare le parole del portavoce al Senato Oscar Lòpez, sarebbe una vera e propria “frode ai danni degli elettori del partito”, una parte della vecchia guardia del partito (Felipe Gonzales, leader storico del partito in primis) non vede in maniera favorevole un futuro accordo di governo tra il PSOE e Podemos; infine Ciudadanos, che sebbene abbia ribadito di non voler formare un governo con il PP, ha mantenuto ferma l’idea che la priorità nella formazione del governo tocchi comunque a quest’ultima forza politica, risultata la prima in termini di voti ottenuti.

Un ulteriore, particolare e scivoloso terreno di scontro fra le varie forze politiche è la questione dell’indipendenza catalana – regione che sarà probabilmente costretta a tornare al voto nei prossimi mesi, dopo la decisione presa il 4 Gennaio scorso dal partito di sinistra radicale (e indipendentista) CUP di non votare la fiducia al governo del leader secessionista Artur Mas, posizione giustificata dalla contrapposizione alle politiche di austerity appoggiate invece da quest’ultimo. L’affaire catalano ha diviso profondamente anche i potenziali alleati a livello nazionale. La posizione di Podemos, che appoggia lo svolgimento di un legale referendum per mezzo del quale il popolo catalano possa decidere in merito all’indipendenza, non trova appoggio nel PSOE che, attraverso i discorsi pronunciati dal leader Pedro Sánchez, ha più volte ribadito di non essere disposto a negoziare accordi che “mettano in pericolo l’integrità territoriale del paese”. Sembra quindi che i maggiori partiti abbiano tutti fissato delle “linee rosse”, linee di confine oltre le quali non sono disposti a negoziare per nessun motivo. Sicuramente, la logica bipartitica vigente fino a poco tempo fa ha fatto prevalere la contrapposizione fra “noi” e “loro” come dinamica del sistema, premiando la logica di un gioco a “somma zero” in cui le vittorie di uno non possono che essere basate sulla perdita degli altri.

Allora, se una “grande” coalizione guidata dal PP non sembra possibile, se il PSOE e Podemos, ovvero seconda e terza forza del sistema, non trovano un accordo a causa della loro inconciliabile posizione sulla Catalogna, allora si prospetta un ultimo, probabile scenario: il fallimento di tutti i precedenti ed il ritorno alle urne, nella speranza che queste consegnino una risultato differente.


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Classe 1991. Palermitana di origine, vive attualmente a Bologna. Laureanda in Relazioni Internazionali presso l'Università di Bologna. Si occupo principalmente di partiti politici e di temi a questo correlati.

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