Spettri: il rimosso dell’Occidente. Intervista a Monica Maggioni
- 12 Maggio 2024

Spettri: il rimosso dell’Occidente. Intervista a Monica Maggioni

Scritto da Margherita Montanari

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In un mondo attraversato da crisi ricorrenti e ideologie che riemergono, le figure del passato tornano a influenzare il presente. Attorno a questi rimossi si sviluppa questa intervista a Monica Maggioni che, a partire dal suo libro Spettri (Longanesi 2024), esplora le fragilità delle risposte occidentali alle crisi internazionali, il ritorno della questione palestinese, il peso di figure politiche radicali e terroristiche e il rischio della normalizzazione dell’estremismo.

Monica Maggioni è giornalista e conduttrice televisiva, inviata speciale in zone di crisi. Ha raccontato il Medio Oriente, i Paesi africani, gli Stati Uniti, l’Afghanistan e l’Iraq, dove ha lavorato a lungo durante la Seconda Guerra del Golfo. È stata Presidente della Rai e Direttrice del TG1. Oggi è Direttrice della Direzione Editoriale per l’Offerta Informativa della Rai. È docente di Storia dei conflitti contemporanei presso l’Università Cattolica di Milano. Tra le sue pubblicazioni: The Presidents (Rai Libri 2025), Il marketing del terrore (con Paolo Magri, Mondadori 2016) e Terrore mediatico (Laterza 2015).


Spettri, edito da Longanesi, prende forma dopo il 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas a Israele e la reazione dello Stato ebraico hanno riportato la questione palestinese al centro dell’attenzione globale. Perché questa data è così significativa? E da quali esigenze nasce questo lavoro? Quali riflessioni intende portare avanti?

Monica Maggioni: Il 7 ottobre segna, per me, un momento di rottura. La ferocia a cui assistiamo quel giorno e la sensazione di una spaccatura netta, di un prima e un dopo, mi generano un’angoscia profonda. Eppure, quando arriva la sera e rifletto su ciò che stiamo raccontando, avverto una sorta di blocco. Per anni la causa palestinese è stata relegata ai margini del dibattito pubblico, trattata in modo superficiale o addirittura ignorata dai media mainstream. Abbiamo creduto che l’assenza dai titoli dei giornali significasse che la questione fosse pacificata, risolta. In realtà, era esattamente il contrario: in quegli anni si stava costruendo l’abisso nel quale siamo precipitati dal 7 ottobre in avanti.

 

Per comporre questo saggio, ha attinto dai taccuini e dai nastri raccolti in anni di esperienza come giornalista e inviata di guerra, recuperando le biografie sommerse di personaggi controversi della storia recente, cui dà l’appellativo di “spettri”. Ha intervistato, guardandole negli occhi, figure come Ahmed Yassin, padre spirituale di Hamas, o Mahmoud Tawalbe, addestratore dei kamikaze a Jenin. Altri uomini di cui racconta li ha conosciuti attraverso le parole delle vittime delle loro azioni, come il terrorista norvegese Anders Breivik o il fondatore della polizia morale iraniana Morteza Talaei. Si tratta di personaggi diversissimi, appartenenti a epoche e luoghi apparentemente senza legami tra loro. Cosa li rende spettri, capaci di radicare la loro eredità al punto da riemergere dopo anni di oblio? E che cosa rende le loro idee capaci di trovare ancora presa, a distanza di anni?

Monica Maggioni: Ciò che li accomuna è il fatto di essere simboli di un problema, di un’idea che viene accantonata, resa marginale, nascosta sotto il flusso del racconto quotidiano. Qualcosa con cui non vogliamo fare i conti e che poi, invece, ritorna. Gli spettri sono figure controverse e contraddittorie, emblemi di una questione. Sono figure “squietanti”, come diceva Andrea Camilleri, perché non lasciano tranquilli. Non sono facili da decifrare, non sono bianche o nere, scardinano molte delle categorie interpretative a cui siamo abituati e incarnano una contraddizione della storia e di noi stessi. Anche se nel libro si intrecciano storie di nazisti europei, suprematisti bianchi americani, kamikaze di Hamas e talebani di ritorno, il filo che tesse queste vicende è proprio l’elemento della contraddizione.

 

Esistono ulteriori eredità di personaggi altrettanto ingombranti che restano ancora sottotraccia. Ad esempio, incombe sull’Occidente lo spettro dei miliziani dello Stato Islamico e quello dei talebani in Afghanistan. Su quali elementi di questi due scenari – che abbiamo dimenticato frettolosamente – non ci stiamo soffermando abbastanza?

Monica Maggioni: Sono due scenari uguali e contrari. Uguali perché rappresentano un “buco nero” nel quale è precipitato un pezzo della storia. Contrari perché, da un lato, abbiamo riconsegnato ai talebani un Paese dentro cui ci sono le esistenze e le speranze delle donne. Abbiamo lasciato alla ferocia dei talebani il controllo sulle vite di milioni di persone. E sappiamo anche che dentro una società che distrugge le possibilità di futuro delle bambine e delle ragazze ci sono i germi per la distruzione della società stessa. Dall’altro lato, accettiamo che nel deserto, al confine tra Siria e Iran ci sia un campo, Al Hol, dentro il quale vivono circa 40.000 persone, quasi la metà delle quali hanno meno di 14 anni. Sono figli dei combattenti dell’Isis o di persone che hanno avuto a che fare con l’esistenza dello Stato Islamico. Oggi accettiamo che siano lì, senza presente e senza prospettiva. Fatalmente, quest’assenza si tradurrà in qualcos’altro con cui dovremo, presto o tardi, fare i conti.

 

La narrazione di Spettri si snoda su due piani che si intersecano: uno è quello delle biografie, l’altro quello delle azioni dei sistemi politici. In tutte le vicende riportate, emerge la debolezza delle risposte dei secondi nelle situazioni di crisi e la forza delle azioni o delle parole degli individui. È il fallimento del disegno politico che crea il terreno fertile per l’insorgere degli spettri?

Monica Maggioni: Per molti anni, le risposte internazionali sono state di natura emergenziale, reazioni immediate a situazioni contingenti piuttosto che strategie orientate a soluzioni di lungo periodo. Quando la contingenza si è dilatata nel tempo, trasformandosi in decenni, si è compreso che anche le grandi operazioni internazionali – come nei conflitti in Afghanistan e in Iraq – erano diventate ingombranti e difficili da gestire, soprattutto in relazione alle opinioni pubbliche degli Stati coinvolti. È emerso così il bisogno di chiudere rapidamente questi capitoli di storia, perché non più sostenibili. Ed è proprio in quel momento che si è manifestato il problema: la fine di un impegno durato decenni, giusto o sbagliato che fosse, non ha lasciato spazio alla costruzione di un percorso alternativo, ma è stata semplicemente una chiusura dettata dall’insostenibilità politica, elettorale e mediatica dell’operazione.

 

Sempre a proposito di sistemi politici, nel saggio si coglie l’ambiguità e, talvolta, l’ipocrisia delle posizioni dell’Occidente. Si evince quanto la politica interna diventi il metro per misurare il protagonismo o l’astensionismo in politica estera. Eppure, il saggio non vuole essere un j’accuse. In che misura ha avuto responsabilità o colpe l’Occidente nell’affrontare certe crisi?

Monica Maggioni: Spettri non è un libro pensato per esprimere posizioni nette, né per tracciare confini tra bianco e nero. È un racconto in cui condivido molto della mia esperienza diretta da giornalista inviata, vissuta sul campo, osservando le persone negli occhi. E raramente, quando le guardi negli occhi, ne esce un giudizio netto. Il racconto diventa piuttosto un momento di riflessione, in cui si nutrono i dubbi. In ciò che l’Occidente ha fatto esistono molteplici responsabilità collettive, che analizzo anche in chiave positiva. Ad esempio, vi è un approccio multilaterale attivo, costruttivo, che spinge a credere che anche ciò che accade in altre parti del mondo ci riguardi e debba essere affrontato. Ciò che invece non ha funzionato è stata la modalità con cui queste iniziative sono state strutturate e le ragioni che, a un certo punto, hanno portato alla loro interruzione. 

 

Ragionando sulle cause, quali sono le motivazioni che hanno portato l’Occidente a creare interruzioni così critiche delle operazioni internazionali?

Monica Maggioni: Io credo che si tratti di scelte politiche molto precise. Il désengagement è un ragionamento puramente egoistico, legato al governo delle opinioni pubbliche. Ad esempio, alla volontà di evitare perdite umane in guerra o di non destinare denaro a cause lontane migliaia di chilometri dai propri confini. È un intreccio tra esigenze economiche e consenso politico. Alla fine, l’interesse proprio prevale sempre sull’approccio multilaterale, in un atteggiamento che assomiglia all’isolazionismo. In Spettri racconto un Occidente che non riesce più a stare al passo con gli obiettivi che si era prefissato. Di conseguenza, assistiamo a una crescente messa in discussione delle grandi istituzioni e organizzazioni internazionali, senza che però vengano elaborate visioni e strumenti alternativi. Questa è un’enorme fragilità del tempo che stiamo vivendo. Viviamo, infatti, in un’epoca segnata da conflitti profondissimi, in cui le risposte, nel migliore dei casi, sono bilaterali, o spesso non esistono affatto. Il risultato? Ognuno porta avanti la propria piccola guerra per i propri piccoli interessi.

 

Se alcuni avvenimenti hanno messo in luce le criticità delle azioni occidentali e spinto a una revisione del ruolo delle grandi istituzioni e organizzazioni internazionali, allo stesso tempo sta emergendo un’agenda alternativa, promossa da un altro gruppo di Paesi: i cosiddetti BRICS. Secondo alcuni, questi potrebbero dar vita a un nuovo spazio multilaterale attivo anche nella gestione delle crisi.

Monica Maggioni: Io non sono troppo ottimista su questo punto. Non stiamo assistendo alla sostituzione degli organismi multilaterali “occidentali” con nuovi multilateralismi impostati dai Paesi del Sud del mondo. Al netto dei grandi incontri e dei proclami spesso lanciati dai BRICS, non vedo ancora una capacità strutturata di saldare gli interessi. Ciò che emerge chiaramente, però, è un dato di fatto: tra i fallimenti occidentali, il Global South ha trovato una voce, delle motivazioni e degli spazi. Tuttavia, si tratta più di uno spazio narrativo che operativo, perché i singolarismi e le rivalità continuano a dominare la scena.

 

Da giornalista è entrata nei gruppi di suprematisti bianchi, tra i neonazisti americani, di cui ha incontrato uno degli esponenti più problematici: August Kreis. Alle idee di queste galassie apparentemente isolate, negli anni, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato però una riconoscibilità sociale. In un passaggio del libro lei scrive: «I quattro anni di Donald Trump alla Casa Bianca rappresentano un momento magico per la galassia suprematista e razzista che, finalmente, può alzare la testa e mostrarsi in piena luce». In che modo Trump fa spazio a quelle cellule antidemocratiche? Le affermazioni di stampo estremista fatte in campagna elettorale sono boutade o sono destinate ad avere sempre più spazio nei prossimi quattro anni?

Monica Maggioni: A me sembra, leggendo i primi segnali, che certe affermazioni estremiste non siano per niente boutade ma rappresentino una visione del mondo che si fa strada. Le nomine dei segretari e dei ministri della seconda amministrazione Trump sono state emblematiche in questo senso. E il principio per cui si è sostituita la competenza con la fedeltà al Presidente mi sembra un principio di qualche evidenza. Se le cose non cambieranno, è più probabile che negli Stati Uniti si apra una stagione di attacchi alle istituzioni, vendette incrociate e restituzioni di ciò che Trump pensa di aver subito in questi anni. Poi, siccome la storia è fatta per sorprenderci, spero che questa lettura (fatta a poche settimane dalle elezioni, ndr) possa essere contraddetta dai fatti e che nell’amministrazione Trump emergano anche elementi di dialogo e di costruzione. Oggi però è davvero difficile vederne i segni.

Scritto da
Margherita Montanari

Giornalista professionista. Laureata in European and International Studies tra l’Università di Trento e la Metropolitan University di Praga. Inizia a occuparsi di cronaca nel 2017 per le edizioni locali del «Corriere della Sera» – prima in Trentino, poi in Emilia – e di politica italiana ed europea per «Euractiv». Nel 2022 entra nella redazione de «il T Quotidiano», dove coordina le pagine di economia. Oggi è giornalista freelance per «il Corriere di Bologna», «il T Quotidiano» e «Pandora Rivista». Affianca all’attività giornalistica moderazioni e consulenze in ambito comunicazione.

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