“Stato e rivoluzione” di Lenin

Lenin

Recensione a: Vladimir Il’ič Lenin, Stato e rivoluzione. Edizione del centenario con un saggio introduttivo di Tamás Krausz su “Lenin e la rivoluzione d’Ottobre”. Traduzione di Lila Grieco, Donzelli, Roma 2017, 224 pp., 25 euro (scheda libro).


L’anno della Rivoluzione d’Ottobre fu anche l’anno in cui vide la luce Stato e rivoluzione, che viene ora ripubblicato in nuova traduzione e con un’introduzione di Tamás Krausz. L’opera venne terminata da Lenin «nel fuoco della lotta», nell’estate del 1917, durante la persecuzione antibolscevica seguita ai fatti di luglio, che lo aveva costretto alla clandestinità. Fu proprio dai mutamenti avvenuti in quelle settimane che maturò il cambio di strategia: dall’evoluzione pacifica («tutto il potere ai soviet») alla presa del potere dei bolscevichi reclamata in modo martellante, fino al punto di minacciare le dimissioni dal Comitato centrale in caso di disaccordo («se non prendiamo il potere adesso, la storia non ci perdonerà»[1]). La stesura dell’opera sarà poi interrotta dalla stessa rivoluzione, «intralcio [di cui] non ci si può che rallegrare [, poiché] è più piacevole e più utile fare “l’esperienza della rivoluzione” che non scriverne»[2].

A cent’anni dai fatti dell’Ottobre, su di essi e su tutto ciò che attiene al comunismo si è sedimentato un senso comune che oscilla tra il ribrezzo morale (il comunismo come parte del male assoluto che piove inesplicabilmente sul mondo nel Novecento, come le cavallette sull’Egitto) e la condiscendente ironia (ma davvero i comunisti pensavano possibile la trasformazione dell’uomo, il paradiso in terra, l’«assalto al cielo»?); discorso amico dell’indistinzione e della genericità, che sovente scade nella polemica dozzinale e che non spiega perché il comunismo non fu follia di una setta, ma movimento reale di massa che impresse una torsione nella storia. È usuale, ad esempio, ritenere che l’anatomia di Stalin illumini quella di Lenin, se non dello stesso Marx. Al fine di evitare un determinismo ancor peggiore di quello che è rimproverato agli stessi marxisti, sarà innanzitutto necessario evitare una lettura di Stato e rivoluzione che imputi i fatti di figli e nipoti. Nonostante Lenin vanti innumerevoli tentativi di imitazione col bronzo, a dimostrazione dell’influenza della sua azione, più perenne del bronzo è ciò che hanno decretato i «cocciuti fatti», e cioè l’attribuzione di un seggio nel consesso degli sconfitti della storia. In attesa di una qualche «rimessa in questione di ogni vittoria che sia toccata nel tempo ai dominatori», come diceva Benjamin, sarà opportuno evitare di sovrapporre a Lenin valori e criteri normativi esterni e arbitrari.

Oltre al problema costituito dalla realtà storica del socialismo realizzato, scrivere di un testo come Stato e rivoluzione dopo un secolo dalla sua pubblicazione pone difficoltà varie. Innanzitutto per via della variegata ricezione, che ha comportato una notevole stratificazione di interpretazioni. Poi per ciò che concerne il testo in sé, per le questioni teoriche che solleva e per il rapporto con la tradizione precedente cui si rifà. C’è poi la natura del testo: come tutti gli altri scritti di Lenin, Stato e rivoluzione è interamente calato nella dimensione della lotta e della polemica politica. Ancora in corso la «guerra imperialista» che ha visto molti socialisti far feticcio dello Stato nazionale, i bolscevichi si preparano a fare i conti con lo Stato di lì a poco: è evidente che la questione dello Stato non è, per Lenin, mera teoria. Pure, il taglio è spiccatamente teorico e vi è l’ambizione di «ripristinare l’autentica dottrina di Marx sullo Stato»[3] mediante «scavi archeologici»[4] (durante i quali emerge l’intercambiabilità di Marx con Engels, come d’uso).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: “Stato e rivoluzione” di Lenin

Pagina 2: Stato borghese e dittatura del proletariato

Pagina 3: Lenin e la concezione dello Stato

Pagina 4: La tecnica e il problema dello specialismo

Pagina 5: Lenin e la questione del potere


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Nato nel 1988 a Sassari. Dopo la laurea triennale in Filosofia e gli studi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, studia Giurisprudenza all’Università di Pisa.

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