Lo Stato come innovatore “organizzativo”
- 07 Agosto 2018

Lo Stato come innovatore “organizzativo”

Scritto da Lorenzo Cattani

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Conclusioni sullo Stato innovatore

Lo Stato viene descritto come un attore fondamentale per il processo di innovazione tecnologica. Nel caso italiano, come affermato da Pierluigi Ciocca[7], lo Stato ha lavorato sulla frontiera della tecnologia, compensando la mancanza di investimenti da parte del capitalismo privato. Tuttavia, il caso considerato in questo articolo mostra che c’è un’altra faccia della medaglia quando si parla di innovazione. In un momento in cui il principio organizzativo principale era quello taylorista, dove la gerarchia e l’autorità davano vita ad aziende verticistiche, in cui tutto veniva deciso ai “piani alti” dell’azienda e i quadri e i lavoratori avevano un ruolo di mera esecuzione (con i lavoratori che, naturalmente, avevano meno autonomia di tutti gli altri), lo stato italiano, tramite l’IRI, era riuscito a lanciare una riflessione che andava nella direzione opposta a quella che allora era la visione maggioritaria.

È anche interessante notare come l’IRI abbia avviato questo processo negli stessi anni in cui McGregor parlava di leadership partecipata (il suo famoso articolo circa la “teoria x e la teoria y” è del 1960) e alcuni anni prima che Miles pubblicasse il suo lavoro appena menzionato. È quindi interessante notare come in quegli anni l’IRI non si muovesse solo sulla frontiera della tecnologia, ma anche sulla frontiera dell’organizzazione[8]

Naturalmente questo percorso va inserito nel periodo storico in cui è avvenuto: il ruolo dei lavoratori verrà preso in considerazione solo verso la fine degli anni Sessanta, ma è innegabile che l’IRI avesse dato inizio ad un processo di decentramento delle responsabilità, che continua ad essere al centro dell’attenzione anche in questi anni. In un recente articolo di Pandora sul taylorismo digitale si è discusso di come non vi sia un’unica interpretazione circa l’organizzazione del lavoro. Alcune aziende avrebbero optato per ribadire il percorso di trasferimento delle responsabilità verso le prime linee (il cui focus è ora soprattutto sui lavoratori), mentre altre avrebbero puntato su un rafforzamento della gerarchia e del controllo dall’alto tramite il cosiddetto “taylorismo digitale”, che non è escluso abbia conseguenze negative sui lavoratori in termini di stress, specialmente ora che i “lavoratori della conoscenza” sono una quota sempre maggiore della forza lavoro.

Questi cambiamenti organizzativi non possono essere lasciati solo alle aziende, poiché gli esiti sarebbero inevitabilmente legati al tipo di cultura aziendale e ai valori che ciascuna impresa sceglie di coltivare. Oltre a guidare l’innovazione tecnologica, è fondamentale che lo Stato svolga un ruolo guida anche per quanto riguarda i cambiamenti “organizzativi”.

Nel caso italiano, per cui il ruolo dello “stato produttore” è molto più importante rispetto alle altre economie, questo rappresenta un’ulteriore punto a favore per la creazione di una “IRI della conoscenza”, poiché il sistema produttivo italiano è caratterizzato da una élite di aziende innovative che operano sulla frontiera della tecnologia, e anche dell’organizzazione, ma allo stesso tempo vi sono moltissime aziende che non sono disposte ad eseguire investimenti di questo tipo. È quindi fondamentale che lo Stato non si occupi solo dell’innovazione tecnologica, che è condizione necessaria ma non sufficiente per rilanciare il sistema produttivo e traghettare le aziende verso il lavoro del futuro.

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[7] Ciocca, P. (2015), L’IRI nell’economia italiana, Laterza.

[8] Ovviamente la differenza principale è che l’IRI è arrivato alla conclusione di decentrare le responsabilità in seguito ad un indagine anziché tramite la formulazione di una teoria.


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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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