“Statualità e minoranze” di Alessia Melcangi

Minoranze Medio Oriente

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Esclusione delle minoranze come sintomo della debolezza dello Stato

L’autoritarismo omogeneizzante in questi stati, spiega Melcangi, è spesso condizione necessaria alla loro sopravvivenza, alla luce della intrinseca debolezza delle istituzioni.

Per comprendere questo passaggio è necessario tornare al primo dopoguerra, momento critico più volte evidenziato dall’autrice. Guardando alla mappa del Medio Oriente in quel periodo, infatti, esso appare come una serie di contenitori vuoti “all’interno dei quali questi stati si potevano sviluppare, e si svilupparono, come istituzioni di potere e di appropriazione, con aspirazioni sia verso l’interno, sia verso l’esterno”. In altre parole l’indipendenza dalla Sublime Porta prima e dalle potenze coloniali poi fu l’occasione per i centri di potere allora presenti di istituzionalizzare il proprio controllo sullo Stato e sulla popolazione. Questo portò a quella che lo storico Nazih Ayubi definisce “aporia dello Stato-nazione arabo”: da una parte si assistette allo sviluppo di uno Stato iper-burocratizzato, invadente, dotato di una martellante retorica nazionalista e omogeneizzante e spietato nella repressione del dissenso, caratteristiche queste descritte dal termine “over-stating”; dall’altra si trattò (e si tratta) di stati profondamente deboli e sottosviluppati, specialmente dal punto di vista economico e democratico, ostaggio di vecchi centri di potere, spesso élite militari, costantemente in cerca di legittimazione per il proprio controllo sullo Stato, e attivi in politiche neo-patrimonialiste e dirigiste in ambito economico.

Il fenomeno di over-stating quindi sarebbe una compensazione della debolezza delle istituzioni di questi stati. Questo fu evidente soprattutto laddove, come nel caso dell’Egitto, al potere si trovarono le oligarchie militari che, dopo il colpo di stato dei Liberi Ufficiali del 1952, sostituirono definitivamente la borghesia e il notabilato nel ruolo di élite. Questa nuova classe dirigente, alla ricerca di una legittimazione per il proprio potere, operò a due livelli: a livello interno promosse un discorso retorico nazionalista e modernizzante, i cui strumenti furono la scolarizzazione di massa, il controllo dei mass-media e dei leader religiosi, musulmani e cristiani, e la negazione, nella propaganda ufficiale, della diversità interna alla popolazione egiziana; a livello esterno pose enfasi sulle rivendicazioni territoriali (come il controllo sul canale di Suez) in modo da generare coesione intorno ad una causa comune.

La diversità anziché ricchezza venne letta come pericolo. Ammettere l’esistenza di una società plurale significava mettere in discussione la scarsa inclusività delle istituzioni che la governano, evidenziandone la debolezza e mettendo in luce la scarsa democraticità dei centri di potere che controllano lo Stato.

Il risultato fu – e in molte realtà, come l’Egitto, lo è ancora – la creazione di una netta divisione tra chi si riconosce nella propaganda ufficiale e gli esclusi dal potere. Il nazionalismo, anziché inclusivo, diventa una ideologia identitaria escludente, una sorta di “Majority Rule”, una dittatura della maggioranza.

Questa situazione si verifica anche laddove al potere si trova una comunità minoritaria – si vedano la Siria, il Bahrein, o l’Iraq di Saddam. La distinzione tra inclusi ed esclusi dalla propaganda identitaria ufficiale e quindi dal potere, resta viva. Le decisioni di inclusione ed esclusione in questo caso non seguono logiche demografiche, ma sono frutto della negoziazione diretta tra le comunità e il centro di potere statale: un’ulteriore affermazione della debolezza e del mancato radicamento delle istituzioni dello Stato e del principio di cittadinanza.

Anche in questi paesi si assiste alla presenza di forti retoriche nazionaliste che giustifichino l’estensione e la presenza del potere nelle mani della particolare comunità in quel momento al governo del Paese. Anche in questo caso le parti sociali escluse dal potere, come i curdi nel caso dell’Iraq di Saddam, la comunità sciita in Bahrein, le grandi conformazioni tribali dell’Est della Siria, finiscono per essere dimenticate anche nella retorica identitaria ufficiale dello Stato.

Questi macrogruppi sociali si trovano così davanti ad un bivio: accettare l’identità dominante, rinunciando agli attributi tipici della propria comunità, oppure sviluppare meccanismi culturali e sociali di difesa, conservando e rimodulando le proprie tradizioni distintive sviluppando però un rapporto di alterità ed estraneità – e in qualche caso ostilità o vittimismo – rispetto alla comunità nazionale dominante.

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Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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