Steve Bannon: l’uomo del suo tempo
- 06 Febbraio 2019

Steve Bannon: l’uomo del suo tempo

Scritto da Alessandro Maffei

8 minuti di lettura

Quello che pubblichiamo di seguito è il primo di una serie di articoli dedicati a Steve Bannon, alla sua vita e alla genesi delle sue idee politiche. Si tratta di una figura che ha giocato un ruolo rilevante nell’ascesa della cosiddetta alt-right statunitense, prima come executive chairman di Breitbart e poi come consigliere di Donald Trump, e che tuttora si propone come organizzatore e come ideologo delle nuove formazioni di destra a livello europeo e internazionale. La sua controversa figura resta tuttavia relativamente poco conosciuta. Un approfondimento a lui dedicato ci sembra pertanto utile e necessario e diamo volentieri spazio a questo ciclo a cura di Alessandro Maffei. Al centro del secondo articolo c’è invece l’analisi del legame di Bannon con Robert Mercer, il “finanziere nero”, sostenitore di Trump e dell’estrema destra americana, mentre il terzo contributo ripercorre i duecento giorni di Bannon come Capo stratega della Casa Bianca.


Steve Bannon è senza ombra di dubbio un uomo fuori dal comune. È passato in pochi mesi, grazie alla strepitosa vittoria elettorale di Donald J. Trump, dall’essere uno sconosciuto attivista di estrema destra a venir considerato come uno degli uomini più influenti del mondo. È lungamente sembrato l’unica figura capace di controllare, gestire e (soprattutto) manipolare il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Alla gloria improvvisa però, come accade spesso a chi si avvicina troppo a Trump, è seguito un declino altrettanto rapido.

Il suo lavoro strategico, supportato dal denaro di una famiglia di miliardari di estrema destra, i Mercer, non ha influenzato solo le presidenziali americane del 2016, ma anche la Brexit. Oggi starebbe provando a dare vita a un’internazionale nera. Teorizza il sovranismo di destra ma parla di alleanze transnazionali. Vuole distruggere il partito di Davos, ma da decenni si accompagna a milionari. Dice di voler ritornare alle radici giudaico-cristiane del capitalismo ma tra i suoi sostenitori vi sono antisemiti dichiarati.

È un innovatore, che ha compreso con dieci anni di anticipo la nascente bolla di destra populista, o un semplice reazionario xenofobo, che vuole ritornare agli “splendori tradizionali”? È uno stratega che può ancora avere un ruolo nel futuro globale o, senza poter contare sulla figura carismatica di Trump, non rimane che un personaggio folkloristico da corteggiare per politici europei alla ricerca di un po’ di visibilità?

Per rispondere a queste domande bisogna provare a capire le varie sfaccettature di questa complessa figura. L’obiettivo di questa serie di articoli è esattamente questa. Protettori e formazione; vita, morte e (forse) resurrezione dell’uomo che meglio rappresenta il suo tempo: Steve Bannon.

Il Figlio del Sud, ovvero i primi anni di vita

Nacque a Norfolk (Virginia) il 27 novembre 1953 Stephen Kevin Bannon. Norfolk è una grande città a 90 miglia da Richmond, quella che fu la capitale degli Stati Confederati durante la Guerra Civile. A due passi vi si trova la Naval Station Norfolk, la più grande base navale al mondo. Il padre, Martin, era un dirigente di medio livello di una compagnia telefonica, mentre la madre, Doris Herr, cambiò nel corso della vita vari lavori, mantenendo però sempre un grande interesse per la politica.

La famiglia di Steve aveva origini irlandesi e come ogni buona famiglia della classe media irlandese era cattolica, democratica e numerosa, cinque figli in tutto. Steve, come due suoi fratelli, frequentò la Benedictine High School, una scuola militare cattolica. Alla Benedictine i ragazzi (il maschile è d’obbligo, poiché alle ragazze era vietata l’iscrizione) erano obbligati a portare la divisa e i capelli corti. I professori chiamavano gli studenti Cadet e i ragazzi dovevano rispondere Yes Sir! o No Sir!.

La famiglia, a differenza di quello che si potrebbe immaginare vedendo gli attuali sodali di Bannon, non era razzista. Stando alle ricostruzioni dei parenti, ci furono molti matrimoni non solo interrazziali ma anche interreligiosi. Steve crebbe fin da bambino sia con amici di altre etnie che di altre religioni[1]. Pare che da ragazzino il futuro stratega di Trump fosse un attaccabrighe idealista. Finì spesso per partecipare a risse e scazzottate, ma ne uscì più o meno sempre illeso, grazie anche al suo fisico tarchiato e massiccio. È un lottatore, dice sempre di lui il fratello. È un Figlio del Sud, dicono i suoi amici.

Non si può capire questo personaggio senza conoscere la storia degli Stati Uniti del sud. La Virginia, la terra di Steve Bannon e di otto presidenti, è sempre stata democratica ma, soprattutto, meridionale. Lo è da un punto di vista culturale prima ancora che geografico.

I democratici del sud sono stati lungamente eredi della Guerra Civile. Durante quel conflitto i democrats, situati nel meridione, lottarono in favore dello schiavismo, mentre i republicans, presenti nel nord, si batterono contro di esso. Questo portò per esempio alla nascita del luogo comune (non del tutto infondato) che sarebbe più a sinistra un repubblicano del nord che un democratico del sud. Il meridione rimase pressoché inalteratamente democratico fino al 1968, quando iniziò – dopo il “tradimento” del texano Johnson che promosse leggi in difesa dei neri[2], la sconfitta del candidato Goldwater (repubblicano ma razzista e sostenitore della segregazione razziale)[3] e il fallimento di Wallace (candidato democratico xenofobo presentatosi alle elezioni del 1968)[4] – ad avvicinarsi ai repubblicani.

Questo tipo di sud si è sempre percepito come una realtà armonica, in cui neri e bianchi convivevano in pace, ognuno nelle sue rispettive sfere e senza discriminazioni (Separate but equal come definisce la sentenza della Corte Suprema Plessy vs Ferguson del 1896 che diede legittimazione a tutte le discriminazioni razziali[5]).

Se si vuole avere un’idea più chiara di come questo mondo si auto-percepisca basta guardare quel capolavoro cinematografico che è Via Col Vento, dove i neri sono servi e schiavi ma appaiono soddisfatti della loro condizione poiché consapevoli che quello è il loro ruolo nella società. Non deve quindi sorprendere che i parenti di Bannon, così come molti suoi amici o collaboratori, non lo dipingano come razzista.

Il nemico del millantato “sud armonico” è sempre stato, più ancora che la popolazione afroamericana, lo Stato Centrale, un organismo visto come tentacolare e autoritario, desideroso di intromettersi nella vita dei cittadini e manovrato da una sorta di lobby ed élite corrotta, il Deep State (termine che potremmo paragonare al nostro “poteri forti”).

Il sud ha sempre contrapposto a esso uno Stato minimo che non insidiasse i singoli Stati della Federazione, vero fulcro e cuore della nazione. Per i sostenitori dello Stato minimo sono i singoli Stati il luogo geografico e politico in cui il popolo si può esprimere liberamente. Lo Stato centrale invasore, invece, era quello che voleva imporre cambiamenti, un tiranno lockiano da limitare poiché ambiva a violare la libertà dei suoi cittadini imponendosi politicamente e intromettendosi nella cultura e le usanze locali (venivano derubricate in questo modo la schiavitù, la sistematica violazione dei diritti dei neri e la macabra usanza del linciaggio degli afroamericani).

Se la “traversata del deserto” del sud, da democratico a repubblicano, iniziò con la strategia meridionale di Nixon, il vero fautore di essa fu Ronald Reagan, che divenne l’eroe di chi voleva più rispetto delle autonomie locali e uno Stato minimo. Rientra in pieno in questa categoria Steve Bannon, che infatti abbandonò i democratici e divenne un reaganiano di ferro.

La maturità di Bannon: dalla Marina alla guida di Breitbart News

Lasciata la Benedictine, Bannon conseguì, nel 1976, una Laurea in Pianificazione Urbana e successivamente divenne ufficiale di marina. Sulle navi militari girò mezzo mondo, andando anche in Asia e in Africa.

Parlare della vita di Steve Bannon non è facile poiché sovente egli stesso manipola le notizie o mente volontariamente (come è stato dimostrato per esempio da The New Yorker a proposito delle vicende riguardanti suo padre[6]). Ha confessato egli stesso che in questa fase simpatizzasse per i democratici ma che fosse fondamentalmente apolitico[7]. Una serie di informazioni riguardanti la madre (molto attiva politicamente, tanto è vero che lavorò per la campagna elettorale del democratico afroamericano Douglas Wilder) e la sua esperienza come presidente della Student Government Association alla Virginia Tech Univerity nel 1975, paiono cozzare con questa ricostruzione[8]. Stando tuttavia a quanto egli stesso afferma, l’esperienza decisiva che lo portò ad abbandonare il Partito Democratico fu la presidenza Carter, vista come debole e incapace di gestire le problematiche più concrete (si pensi in particolare alla questione degli ostaggi presi dal governo iraniano nel 1979)[9]. L’uomo che lo avrebbe portato ad appassionarsi veramente alla politica e che lo spinse a dedicarsi con tutto sé stesso a essa sarebbe stato invece Ronald Reagan. Dell’ex attore di Hollywood, come molti altri neoconservatori, Bannon apprezzava la politica estera aggressiva e ardentemente anticomunista (il comunismo veniva visto come il male assoluto o l’Impero del Male, come lo definì appunto il presidente americano) e le maggiori libertà che riconosceva ai singoli Stati.

Bannon decise così di lasciare la marina, desideroso di indirizzare la propria vita su altri binari. Prese un Master in National Security alla Georgetown University e lavorò come assistente speciale del capo delle operazioni navali al Pentagono. Successivamente prese un Master con lode alla Harvard Business School.

Erano nel frattempo arrivati gli anni Ottanta. Bannon era più che trentenne e, dopo aver viaggiato e cambiato varie università e lavori , decise di cercare qualcosa di più stabile. Venne assunto da Goldman Sachs dove lavorò per qualche anno prima di licenziarsi. Alcuni hanno impropriamente interpretato questo impiego come la prova che Bannon fosse parte dell’alta finanza che oggi combatte. In realtà non riuscì mai a fare carriera come avrebbe desiderato e probabilmente anche questo contribuì a coltivare la sua antipatia per il mondo della grande finanza, oltre a spingerlo a cercar fortuna altrove. Si è molto speculato a proposito di questa esperienza lavorativa, arrivando in alcuni casi ad affermare che Bannon sarebbe addirittura miliardario. Non è chiaro a quanto ammonti il suo conto in banca, ma soprattutto pare trascurabile: Bannon è un uomo avido di potere e ambizioso, ma che dà un peso relativo ai soldi. Non mentiva il fratello quando lo definiva un’idealista. Abbandonò infatti Goldman Sachs, aprendo la Bannon&Co, una piccola agenzia di intrattenimento che collaborò anche con Berlusconi e la Samsung. Nel 1998 vendette l’agenzia alla Société Generale e iniziò a inseguire il suo nuovo sogno: diventare produttore e regista cinematografico di opere politiche.

Il suo obiettivo sarebbe stato quello di diventare il Michael Moore della destra, ma una forte influenza su di lui la ebbe anche Helene “Leni” Riefenstahl[10], celebre documentarista nazista sotto il Terzo Reich. Dopo aver prodotto il film Titus (1999) diventò a tutti gli effetti regista con In the face of the Evil: Reagan War in word and deed (2004) dedicato a Ronald Reagan, The Undefeated (2011) a proposito della figura di Sarah Palin e Occupy Unmasked (2012) che trattava il movimento di Occupy Wall Street. In questo periodo crebbe sensibilmente il suo odio per tutte le élite politiche e il così detto establishment, democratico quanto repubblicano. Per combatterle attivamente nel 2012 fondò insieme a Peter Schweizer, conosciuto durante la lavorazione del film su Ronald Reagan, il Government Accountability Institute, una no-profit che si occupava di investigare sui vari politici e scoprire le loro malefatte, rendendole successivamente di dominio pubblico

Nel frattempo, nei primi anni 2000, aveva fatto un’altra conoscenza che sarebbe stata per lui fondamentale: incontrò infatti Andrew Breitbart, fondatore di Breitbart News. Dopo la morte di questi, avvenuta per infarto nel 2012, Bannon prese la guida del sito, trasformandolo in un vero e proprio punto di ritrovo online per l’alt-right americana. L’obiettivo dichiarato era quello di rendere Breitbart News “l’Huffigton Post della destra a stelle e strisce”[11]. Sul sito iniziarono a trovare sempre più spazio gruppi antisemiti, suprematisti bianchi, neonazisti vari nonché rappresentanti di tutte le realtà dell’estrema destra americana. Ciò nonostante, Bannon continuò (e continua tutt’oggi) a sostenere che il sito non fosse razzista, anche se riconosceva che tra i suoi lettori e collaboratori ve ne fossero. Poco per volta, grazie al lavoro di Bannon, Breitbart News si tramutò nel principale mezzo di informazione della destra populista USA.

Fu anche grazie a questo lavoro che Bannon riuscì a diventare, nel 2016, direttore esecutivo della campagna elettorale di Donald Trump. I principali artefici del suo successo però sono altrove. Se è innegabile il talento di Bannon per la comunicazione e il fiuto per prodotti mediatici potenzialmente di successo, coloro che gli diedero la sua grande occasione, grazie all’unione tra una disponibilità sconfinata di denaro e il desiderio di investire nel settore dell’estrema destra americana, sono una famiglia self-made billionaires che si sta oramai affermando nel panorama politico USA. Alcuni li presentano già come i Koch del XXI secolo. Il nome di questa temutissima quanto riservata famiglia è Mercer.

Il capostipite, nonché creatore del patrimonio familiare, è Robert Mercer, anche se sempre maggiore centralità sta assumendo una delle figlie, Rebekah. Bannon conobbe i Mercer tramite Breitbart intorno al 2011. La sua vita, grazie a loro, cambiò per sempre.


[1] “Mary Beth Meredith, Mr. Bannon’s sister, said accusations of personal bigotry against him were “absolutely absurd.” “We have interfaith marriages in our own family,” she said. “We have interracial marriages — our family is a microcosm of the U.S.” www.nytimes.com/2016/11/27/

[2] www.history.com/topics/us-presidents/lyndon-johnson-signs-civil-rights-act-of-1964-video

[3] en.wikipedia.org/wiki/Barry_Goldwater

[4] www.ilpost.it/2012/05/15/chi-era-george-wallace/

[5] www.history.com/topics/black-history/plessy-v-ferguson

[6] www.newyorker.com/news/daily-comment/the-problem-with-steve-bannons-story-about-his-father

[8] www.nytimes.com/2016/11/27/us/politics

[9] I come from a blue-collar, Irish Catholic, pro-Kennedy, pro-union family of Democrats,” says Bannon, by way of explaining his politics. “I wasn’t political until I got into the service and saw how badly Jimmy Carter f—ed things up. I became a huge Reagan admirer. Still am. But what turned me against the whole establishment was coming back from running companies in Asia in 2008 and seeing that Bush had f—ed up as badly as Carter. The whole country was a disaster. www.bloomberg.com/politics/

[10] www.panorama.it/cinema/leni-riefenstahl-regista-hitler-foto

[11] www.bbc.com/news/world-us-canada-37109970

Scritto da
Alessandro Maffei

Nato nel 1997 a Novara, si è trasferito a Bologna dove studia scienze politiche, sociali e internazionali. È appassionato di politica estera, filosofia politica e storia. Ha preso parte alla campagna elettorale del 2016 negli Stati Uniti.

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