“Storia del Medio Oriente contemporaneo” di Massimo Campanini
- 12 Giugno 2017

“Storia del Medio Oriente contemporaneo” di Massimo Campanini

Scritto da Francesco Salesio Schiavi

11 minuti di lettura

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Lo scontro con la modernità

Campanini fa iniziare la sua opera dalla spedizione napoleonica in Egitto del 1798. Nonostante questo non fu un evento di particolare rilevanza dal punto di vista storico, la scelta dell’autore è tutt’altro che casuale. Con lo sbarco delle truppe di Napoleone, infatti, la comunità islamica entrò a diretto contatto con una moderna potenza europea, all’epoca in rapida ascesa e portatrice di un nuovo messaggio rivoluzionario. Sebbene i primi segni di arretratezza rispetto al mondo cristiano iniziarono ad emergere già un secolo prima, “di fatto, per la prima volta da più di quattrocento anni, il cuore delle terre islamiche veniva a contatto diretto con l’Europa, apportatrice di modernità, e scopriva di avere un vuoto da colmare rispetto al progresso acquisito da “altri”. All’epoca l’Egitto era sotto il controllo dell’impero ottomano, i cui confini si estendevano dalle coste algerine ad Ovest, alla Mesopotamia ad Est; dalle città sacre del Hijaz a Sud, sino al Danubio a Nord. Nonostante fosse indubbiamente la realtà politica islamica più solida alla fine del Settecento, in quel periodo la sua influenza su diverse regioni era ormai divenuta soltanto formale. Per tutto il XIX secolo, inoltre, l’impero fu colpito da una serie di rivolte e iniziò a sperimentare la sempre più crescente invasività delle principali potenze europee. Fu a partire dello sbarco delle truppe napoleoniche, quindi, che vennero poste le basi per le future campagne di sottomissione dei territori arabo-islamici nel Medio Oriente. 

Nell’arco di un secolo, gli eserciti europei occuparono tutto il Nord Africa e parte del Golfo Persico. Se all’inizio dell’Ottocento l’Europa era vista da alcuni pensatori mediorientali come una reale portatrice di civiltà, a distanza di qualche decennio essa mostrò il suo vero volto, diventando sempre più oppressiva e a tutti gli effetti un pericolo per l’integrità dei territori musulmani. I nuovi rapporti tra i popoli che abitavano il Medio Oriente e le grandi potenze europee, di conseguenza, avvennero attraverso l’occupazione coloniale. Sarebbe errato, però, ritenere che per questo gli stati europei fossero più civilizzati rispetto alle popolazioni assoggettate. Come sottolinea Campanini, “la potenza dell’Europa consisteva nella sua superiorità economica, tecnologica e militare, frutto della rivoluzione industriale e del capitalismo”. Questo concetto, all’apparenza dato per scontato, riveste invece un ruolo fondamentale, in quanto getta luce su come i traguardi raggiunti dagli europei siano stati il risultato di un peculiare sviluppo avvenuto in una specifica area geografica e durante un determinato periodo storico. Davanti alla concreta possibilità di continuare a subire il giogo europeo, i diversi popoli che componevano l’ecumene mediorientale furono costretti a trovare un rimedio a questi innegabili elementi di arretratezza rispetto all’Occidente. Le alternative, purtroppo, erano scarse: adeguarsi alla superiorità europea, tentando di introdurre i cambiamenti necessari a colmare le distanze tecnologiche e cercando di non modificare eccessivamente le proprie tradizioni (turāth); oppure trovare una via alternativa che riuscisse a mediare tra le antiche tradizioni islamiche e la nuova realtà occidentale (asāla).

Durante la prima metà dell’Ottocento una serie di rovinose sconfitte imposero un’accelerazione dei processi di riforma in tutto l’impero ottomano. Ebbe così inizio una fase nota come tanzīmāt, “riorganizzazione”, attraverso cui il governo ottomano confidava di modernizzare il Paese. Nel giro di pochi decenni si tentò di introdurre innovazioni che l’Europa aveva elaborato nell’arco di secoli: venne creato un esercito permanente sul modello europeo; vennero standardizzati i codici giuridici; si procedette ad una razionalizzazione delle funzioni dei governatori, migliorando la riscossione delle tasse ed estendendo il controllo del governo centrale; infine, venne riformato anche il sistema scolastico, introducendo scuole secolari per la formazione di nuovi studenti per la crescente amministrazione imperiale. Fu uno sforzo enorme per adeguare l’impero ai livelli di complessità raggiunti dall’Occidente, modificando indubbiamente sotto molti aspetti la società ottomana. Secondo Campanini, l’aspetto particolare che eleva i tanzīmāt ad un qualcosa di più di una semplice imitazione dei progressi occidentali, però, fu il tentativo di introdurre un’identità che fosse compatibile con la natura multietnica dell’impero. “Il riformismo del periodo dei tanzīmāt appare dunque come un movimento che prese le mosse dallo scontro con l’Europa e dalla modernizzazione, ma si sviluppò poi secondo linee sue proprie e caratteristiche”. L’esempio ottomano fu presto motivo di ispirazione per gli shāh di Persia della dinastia Qājār, i quali intrapresero anch’essi un campagna di riforme, nel tentativo di unificare l’impero, all’epoca frammentato in varie autonomie locali. Nonostante questi sforzi, ne’ il governo ottomano ne’ quello cagiaro riuscirono a proteggere i loro imperi dalle potenze europee. Alla fine del XIX secolo, Francia e Gran Bretagna si spartirono i Nord Africa, la Russia fece da garante per la separazione delle varie realtà slave dei Balcani e, in Persia, l’impero zarista e quello britannico entrarono in competizione per il controllo delle risorse cagiare. All’alba del Novecento, la situazione nell’impero ottomano era divenuta così drammatica che nel 1913 fu necessario un coup d’état, imponendo allo stato ottomano una dittatura militare sotto l’egida di Tal’at Pasha. In Persia, l’inasprimento del conservatorismo dello Shāh e le pressioni britanniche e russe fecero sprofondare nel 1911 il paese in una grave crisi interna.

Mentre gli imperi islamici languivano e le potenze europee si contendevano il controllo sul Medio Oriente, si assistette ad una straordinaria rinascita della cultura e dell’identità araba, la nahda. Letteralmente “rinascita”, fu un movimento culturale e politico i cui esponenti ambivano a trovare una via per far progredire la civiltà araba, unendo alcuni elementi della loro civiltà a quelli occidentali. Tali dibattiti avevano luogo nelle pagine dei vari giornali, che iniziarono a diffondersi a partire dalla metà del XIX secolo in città come Beirut e il Cairo, che presto emersero come capitali dell’editoria mediorientale. Sul piano sociale si assistette alla nascita dei primi movimenti femministi arabi, mentre in quello politico fu fondamentale la diffusione di concetti-chiave quali quello di patria (watan) e quello di libertà (hurriyya). Alla riconosciuta esistenza di una nazione araba, però, non corrispose una “liberazione” dei territori arabi dal controllo ottomano. Un filone importante, all’interno di questi dibattiti, venne fornito dai modernisti islamici. Come afferma Campanini: “la tendenza opposta alla modernizzazione dell’Islam fu quella dell’islamizzazione della modernità, cioè l’attitudine a considerare l’Islam come un’ideologia perfettamente in grado di interpretare la modernità senza sottostare a particolari cambiamenti o modificazioni”. I pilastri di questa ideologia furono Jamāl al-Dīn al-Afghānī, Muhammad ‘Abduh e Rashīd Ridà, “una triade di pensatori e di attivisti che ebbero un ruolo fondamentale nel gettare le basi del riformismo islamico, cioè un riformismo dell’Islam endogeno e non esogeno, come poteva essere quello della nahda”. Essi sostenevano la necessità di rinnovare l’Islam (islāh), nel tentativo di riunire tutti i credenti sotto la medesima bandiera e creare uno stato musulmano sufficientemente forte per potersi difendere dall’imperialismo europeo. Si rendeva così necessario “il ritorno alle origini, all’esempio dei salaf, la prima generazione dei credenti […] (da cui deriva il termine salafiyya)”.

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Scritto da
Francesco Salesio Schiavi

Nato a Bologna nel 1990, è laureato in Storia e in Scienze Orientali. Attualmente segue un Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si interessa principalmente di storia contemporanea e delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

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