“Storia della decolonizzazione” di Dane Kennedy

decolonizzazione

Recensione a: Dane Kennedy , Storia della decolonizzazione, il Mulino, Bologna 2017, pp. 120, 11.50 euro (scheda libro).


Il Novecento è stato il secolo d’oro dello stato-nazione. Lo dicono i numeri: se nel 1945 l’Onu contava 51 nazioni, oggi ne conta 193, quasi quattro volte tanto. Ma quello che questi due numeri fanno è soprattutto descriverci uno dei più dirompenti e globali fenomeni del secolo scorso: la fine degli imperi coloniali e la loro sostituzione da parte di una miriade di nuovi stati-nazione indipendenti. Nel raccontare come è nato il mondo contemporaneo, il nuovo libro di Dane Kennedy, un’esauriente introduzione al vastissimo e complesso tema, illustra gli aspetti principali di un processo che ha innescato spesso violenza estrema e instabilità: il suo inquadramento in due secoli di cambiamenti politici radicali sul globo; le guerre imperiali mondiali e le conseguenze per le colonie, economiche, demografiche, politiche; il ruolo delle pressioni internazionali e delle ex-potenze imperiali nello scacchiere globale; lo stato-nazione come soluzione politica post-coloniale, trionfo e tragedia allo stesso tempo.

È innegabile che la moltiplicazione degli stati-nazione sia da inquadrare nel collasso degli imperi europei. Sebbene forme imperiali siano sopravvissute ed esercitino influenze più o meno manifeste, esse sono comunque obbligate a farlo nell’ambito di una rete globale di stati indipendenti politicamente, con prerogative sancite ormai dal diritto internazionale e dalle varie risoluzioni dell’ONU sull’autodeterminazione dei popoli (per esempio la 1514 del 1960 che considera il colonialismo “una violazione dei diritti fondamentali dell’uomo”). Come si è arrivati a questo dopo secoli di dominio imperiale europeo?

Definire e storicizzare la decolonizzazione

La parola “decolonizzazione” non è nuova, né è stata coniata nel Novecento, e questo fatto ci introduce al primo tema che Kennedy ritiene fondamentale: la contestualizzazione storica della fine del regime coloniale europeo. Se il termine trova la sua origine in Francia nel XIX secolo (soprattutto nei circoli parigini contrari alla conquista dell’Algeria), per la sua consacrazione storica si sono dovuti aspettare gli anni Sessanta del Novecento, quando per la prima volta la parola “decolonizzazione” è stata definita dall’Oxford English Dictionary come “ritiro di una potenza coloniale dalle ex colonie; acquisizione dell’indipendenza politica o economica di queste colonie” (il dizionario, tra i sinonimi, offre la locuzione “trasferimento dei poteri”). Le parole chiave di questa definizione sono naturalmente “ritiro” e “acquisizione”, espressioni di un’operazione di amnesia collettiva promossa nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale sia dagli ex-regimi coloniali sia dai governi dei nuovi stati sorti in Africa e Asia. Infatti le immagini di pompose cerimonie di passaggio di consegne, di bandiere che vengono ammainate al suono di inni nazionali, di firme di documenti e di strette di mano ci parlano di una necessità di narrare la decolonizzazione in termini di pacifico processo basato sul consenso e sul semplice trasferimento di sovranità, cosa lontanissima dalla verità storica. Questa necessità nasceva da un bisogno di oblio che, come Ernest Renan osservò nel 1882, insieme “all’errore storico, costituisce un fattore essenziale nella creazione di una nazione”; questo perché le nazioni sono il risultato di “campagne di sterminio e terrore” da dimenticare se si vuole trovare una ragione per continuare a esistere come stato. Questa riflessione si applica bene anche ai processi di rimozione di memoria avvenuti nel periodo post-coloniale. Entrambi i “contendenti” di questo periodo, presenti in pompa magna alle cerimonie di passaggio di sovranità, avevano ottime ragioni politiche per minimizzare e dimenticare il disordine, i traumi, le violenze e la guerra che avevano caratterizzato la decolonizzazione. Se da una parte le potenze ex-coloniali volevano presentare la perdita dell’impero come un processo non fallimentare ma frutto di una preparazione all’autogoverno delle colonie, anche i regimi che ne presero il posto posero l’accento principalmente sulla lotta per l’indipendenza e su una narrazione di questa quasi mitica, nascondendo molte volte storie di guerre civili e pulizie etniche che spesso seguirono ad essa. Ripulire gli eventi dagli aspetti cruenti e violenti serviva, come avrebbe detto Renan, al processo razionale, avviato dalle élite politiche sia in Europa che nelle ex-colonie, di normalizzazione della decolonizzazione all’interno di un nuovo ordine internazionale.

Kennedy dà, soprattutto nella parte centrale del testo, un resoconto diverso di questi processi. Se è vero che alcune colonie riuscirono ad ottenere l’indipendenza senza eccessive violenze, la monopolizzazione, nella ricerca, nell’opinione pubblica, nell’analisi storica, da parte dei racconti delle prolungate e violente campagne in Algeria, Angola, Kenya e Vietnam ha finito paradossalmente per rendere, nella mente di molti, queste dei semplici episodi eccezionali, delle anomalie di un processo bene o male pacifico. E questa mentalità si ritrova soprattutto nella narrazione britannica del processo di decolonizzazione, un processo raccontato come relativamente senza traumi, preparato in anticipo, senza le “trappole” in cui la Francia era caduta. Nelle parole, citate anche da Kennedy, di Clement Attlee, il Regno Unito aveva “volontariamente ceduto la propria egemonia sui popoli soggetti e aveva concesso loro la libertà”. La realtà fu ben altra. I britannici, come i francesi, gli olandesi e i portoghesi ricorsero alla forza ogni volta che il loro potere nelle colonie veniva messo in discussione, e si ritirarono soltanto quando ogni altra opzione diventò impraticabile. Negli ultimi anni infatti diverse ricerche storiche, citate e rendicontate magistralmente dall’autore, hanno messo l’accento sulla violenza che dilagò in tutta l’Asia britannica e olandese dopo la seconda guerra mondiale, sui vari traumi rappresentati dalla divisione dell’India, sulle violenze nel Corno d’Africa. I documenti scoperti nell’archivio di Hanslope Park ci narrano di una politica coloniale brutale e repressiva, oggi politicamente imbarazzante e penalmente rilevante, come hanno potuto scoprire molti kenioti nel 2012, quando l’Alta Corte del Regno Unito garantì a quattro sopravvissuti alle violenze nel loro paese un risarcimento milionario. Come Kennedy racconta con chiarezza, gli stati imperiali fecero di tutto pur di mantenere il loro potere.

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Classe 1990. Dottorando in storia contemporanea presso l’Università di Bologna. Dopo aver studiato presso l’Università Federico II di Napoli, l’Università di Bologna e la Paris I Sorbonne di Parigi, ha lavorato a Londra. Si occupa di storia europea, relazioni transatlantiche e storia di genere

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