“Storia della decolonizzazione” di Dane Kennedy
- 25 Giugno 2017

“Storia della decolonizzazione” di Dane Kennedy

Scritto da Emanuele Monaco

7 minuti di lettura

Pagina 2 – Torna all’inizio

Stato-Nazione, trionfo o tragedia?

Allora se la definizione data dall’Oxford Dictionary sembra non fornire gli strumenti per comprendere le caratteristiche del processo di decolonizzazione, più associabile ai concetti di “guerra”, “rivoluzione” e “terrore” che a quelli incruenti e ideologici dell’etichetta ufficiale, questo apre a due interpretazioni storiche, secondo l’autore. Primo, che l’aspetto “transnazionale” e sincronico dato dalla definizione del processo non riesce a comunicarne efficacemente i vari aspetti e la specificità storica; secondo, che se si riconoscono “guerra”, “rivoluzione” e “terrore” come caratteristiche proprie della decolonizzazione, allora questa si pone di un contesto che va al di là delle categorie temporali che convenzionalmente definiscono il mondo contemporaneo. Kennedy propone infatti una narrazione diacronica del fenomeno, fuoriuscendo dalla specificità novecentesca di questo, trovando nelle crisi degli imperi europei avvenute nei secoli precedenti una sorta di filo rosso comune. Egli individua quindi diverse “ondate” storiche di decolonizzazione: la prima, nelle Americhe, tra il 1776 e gli anni Venti del XIX secolo; la seconda, in Europa, tra il 1917 e gli anni Venti del XX secolo; la terza quella avvenuta nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale; una quarta, provocata dal collasso dell’impero sovietico nel 1989. Caratteristiche comuni di queste quattro ondate sono la frammentazione degli imperi, l’espansione e la nascita di altri, e infine il sorgere negli “spazi liberi” di nuovi stati che hanno contrapposto la loro indipendenza e specificità nazionale alla precedente omogeneità imperiale.

Se si pone la decolonizzazione del cosiddetto “terzo mondo” nel contesto delle due ondate che la precedettero (e anche in parte di quella che le succedette) affiorano dei temi cruciali che caratterizzano i capitoli centrali e finali del libro di Kennedy. Il primo tema è quello della guerra mondiale tra imperi come momento determinante, con le conseguenti crisi economiche e politiche, per rendere il terreno fertile per le istanze indipendentiste (la guerra dei sette anni, le guerre napoleoniche, la prima e la seconda guerra mondiale, la guerra fredda). Il secondo tema è legato alle varie alternative allo stato coloniale implementate nei territori ex-imperiali. Anche se la forma nazionale fu quella che più si impose, non fu l’unica e non fu neanche scontata. Questo ci porta ad un terzo tema, quello delle violenze e delle continue pulizie etniche che seguirono l’indipendenza di molte ex-colonie e che accompagnarono la creazione dei nuovi stati. Infine un punto che apre ad una riflessione ancora più ampia, quello della mancata scomparsa dell’imperialismo o degli imperi, semplicemente rinati sotto nuove forme e nuove denominazioni.

L’originalità della narrazione di Kennedy è soprattutto nell’affrontare il secondo tema, quello dello stato-nazione come principale successore dei regimi coloniali, ma, citando lo storico americano, allo stesso tempo trionfo e tragedia del processo di decolonizzazione. Trionfo perché sancì il principio di autodeterminazione nazionale come norma globale sulla quale basare sovranità e relazioni internazionali. Milioni di persone nelle Americhe, in Africa e in Asia e in Europa trovarono nell’indipendenza una nuova identità come cittadini di stati-nazione, ammessi a far parte di quella “famiglia di nazioni” rappresentata oggi dall’ONU. Tragedia perché la costruzione di questa nuova identità nazionale fu un po’ ovunque caratterizzata da conflitti etnici, religiosi e culturali. La creazione di nuovi stati fu accompagnata spesso dalla morte e dall’esodo di milioni di persone. L’eredità di questa memoria ha lasciato in tutto il mondo risentimenti e odi che ancora oggi risultano difficili da gestire e risolvere. Il libro cerca quindi, per comprendere questi aspetti, di rispondere a due domande fondamentali che potrebbero saltare alla mente del lettore: perché lo stato-nazione fu sempre l’esito della decolonizzazione? Perché si rivelò così spesso una soluzione problematica e complessa? Le risposte possibili sono molte, e il lavoro di Kennedy non basta ad esaurirle completamente, viste le implicazioni vastissime del tema. Cercando di riassumere le tesi dello storico americano, non si può che notare che le domande sono sicuramente incomplete e qui si nota anche il limite di una forzata narrazione globale del fenomeno. Le soluzioni trovate per il futuro delle ex-colonie infatti furono molte e si differenziano da caso a caso. Spesso esse furono accompagnate dalla volontà delle ex-potenze imperiali di mantenere contatti con i territori perduti, e anche dalla necessità di trovare una forma che meglio rispondesse alle criticità scaturite dalla questione dei confini (alcuni storici oggi chiamano molti paesi africani “stato-nazioni”, sfuggendo alla definizione “etnonazionalista” della forma statale), o da fenomeni come quello panafricano, panarabo e panasiatico (scaturiti anche da un processo che Kennedy chiama di “cosmopolitismo anti-coloniale”). Queste questioni, soprattutto quella dei confini, sono alla base di molti dei problemi che il globo si trova ad affrontare al giorno d’oggi, come le continue guerre civili, le migrazioni, le lotte per le risorse, la ricomparsa di atteggiamenti imperiali. Questo ci porta a pensare, insomma, che la vera tragedia è che lo stato-nazione, che vediamo identificato come fine ultimo del processo di decolonizzazione, mal definisce idealmente e nei fatti il mondo scaturito da questo fenomeno secolare, e che l’incapacità di superarne i limiti è alla base delle sfide del mondo contemporaneo.

Uno degli scopi di questo volume è infatti quello di far capire al lettore che il costo che comportò il lento processo di passaggio dal giogo coloniale all’indipendenza nazionale, ci condiziona ancora molto, ci fa riflettere sui limiti e sulle mancate aspirazioni dello stato-nazione, ci rende consapevoli di un peso che il mondo non ha ancora smesso di portare. Come afferma lo stesso Kennedy nell’introduzione, “non si tratta di celebrare la decolonizzazione, quanto di tenerne presente la dimensione problematica”. In quanto ciò che essa ha realizzato, o meglio non realizzato, rappresenta la più grande sfida con cui il mondo dovrà confrontarsi nel prossimo secolo.


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Emanuele Monaco

Classe 1990. Dottorando in storia contemporanea presso l’Università di Bologna. Dopo aver studiato presso l’Università Federico II di Napoli, l’Università di Bologna e la Paris I Sorbonne di Parigi, ha lavorato a Londra. Si occupa di storia europea, relazioni transatlantiche e storia di genere

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]