“Porta d’Oriente. Storia della Turchia” di Erik J. Zürcher
- 02 Aprile 2017

“Porta d’Oriente. Storia della Turchia” di Erik J. Zürcher

Recensione a: Erik J. Zürcher, Porta d’Oriente. Storia della Turchia dal Settecento a oggi, Donzelli, Milano 2016, pp. 494, 16 euro (scheda libro).

Scritto da Chiara Camposilvan

9 minuti di lettura

Il testo dello storico Erik J. Zürcher rappresenta senza dubbio un’opera di grandissimo valore e di straordinaria attualità. Il volume propone una ricostruzione estremamente puntuale e molto aggiornata della storia della Turchia giungendo fino al tentato colpo di stato del luglio 2016. Un’opera davvero quasi unica nel suo genere per la sua comprensività e per il grado di approfondimento e di contemporaneo aggiornamento dei suoi contenuti. L’opera è infatti in grado di condensare efficacemente circa tre secoli di intensissima storia turca in uno spazio tutto sommato limitato e di restituirne comunque l’estrema complessità.

 

Già la prefazione all’edizione 2016, scritta dallo stesso Zürcher, merita di essere qui richiamata e messa in risalto. Pur non rientrando nel corpo del libro poiché relativa ad argomenti forse ancora troppo recenti per essere compiutamente analizzati e pienamente compresi nella loro portata storica, la prefazione all’opera in questione contiene una interessante ed approfondita ricostruzione degli anni tra la fine del 2013 ed il luglio del 2016.

 

Comprendere questo periodo, che, per chi non è uno specialista della materia, è probabilmente rimasto un po’ in ombra rispetto ad altri momenti più drammaticamente spettacolari della recente storia turca, rappresenta un passaggio assolutamente fondamentale per giungere a farsi un’idea più realistica degli ultimi traumatici sviluppi delle vicende che hanno riguardato la Turchia negli ultimi mesi.

 

Il terremoto politico e sociale del luglio 2016 è stato infatti preceduto, come ben ci spiega l’autore, da una lunga serie di scosse premonitrici le quali tuttavia, non essendo state sistematicamente ed organicamente messe in relazione tra loro sia dai media mainstream sia da buona parte della letteratura occidentale teoricamente più specializzata, sono inevitabilmente sfuggite e rimaste difficilmente conoscibili al grande pubblico. Il riferimento è qui soprattutto all’inizio dei dissapori tra il movimento gulenista Hizmet e l’AKP di Erdoğan, alle conseguenze dei risultati delle elezioni politiche del 2015 oltre che, ovviamente, alle più note vicende internazionali in cui la Turchia si è trovata ad essere coinvolta negli ultimi anni, prima fra tutte il conflitto siriano.

 

Nella prefazione a questo volume (così come anche nella terza parte del saggio) troviamo le chiavi di lettura indispensabili per una più agevole comprensione della contemporaneità turca. Va infatti assolutamente notato come quest’opera ci offra la possibilità di maturare una consapevolezza ed una capacità di leggere la recente storia turca liberandoci dai cliché e dagli stereotipi che generalmente affollano l’immaginario collettivo a questo riguardo. Questa considerazione vale poi in modo particolare con riferimento all’inquadramento ed all’interpretazione del paradossale golpe dell’estate 2016.

 

Possiamo inoltre osservare più in generale, come questo libro, nel suo complesso, ma in particolare soprattutto grazie ai suoi capitoli più recenti, ci dia perfettamente conto del poderoso cambiamento del paradigma interpretativo indispensabile per la lettura della storia turca contemporanea. Non si tratta ovviamente di una apodittica rottura con i modelli interpretativi che erano stati validi per l’indagine di un passato oggi naturalmente da noi un po’ più lontano ma di uno sviluppo della ricerca storica che per il fluire del tempo e degli eventi è giunto ad un punto tale da necessitare un aggiustamento ed un aggiornamento dei punti di riferimento necessari per l’orientamento del lettore.

 

Dall’Impero Ottomano alla Turchia come democracy under military tutelage

Il volume in questione rappresenta la versione rivista ed aggiornata di una storia della Turchia pubblicata da Zürcher per la prima volta nel 1993, riedita per ben quattro volte e costantemente perfezionata e mantenuta al passo con gli eventi. Il lavoro di Zürcher rappresentò un’opera storiografica pionieristica già dal momento in cui fu pubblicata la sua prima edizione, in particolare con riferimento all’interpretazione ed alla ricostruzione del passaggio dall’impero ottomano alla moderna repubblica di Turchia.

 

Allora infatti le tesi avanzate dall’autore in relazione al periodo sopra menzionato erano ancora controverse mentre oggi sono state universalmente riconosciute ed accettate. Lo stesso autore osserva come all’epoca della prima edizione dell’opera in questione, nel 1993, solo pochi anni erano trascorsi dalla fine della guerra fredda ed il mondo, tanto quanto gli storici, stavano cercando di trovare una nuova sistemazione e nuovi schemi interpretativi per inquadrare le dinamiche del presente e del futuro, non meno che per raccontare in modo nuovo il recente passato. E’ chiaro dunque come, col passare del tempo e per mezzo di costanti ed attente revisioni, l’opera di Zürcher abbia potuto solamente guadagnare in precisione, efficacia e profondità interpretativa.

 

Il corpo dell’opera è diviso in tre parti. Una prima parte, significativamente intitolata Capitalismo, imperialismo e affermazione dello Stato moderno, è dedicata ad una ricostruzione estremamente dettagliata della crisi finale dell’impero ottomano e dei vari tentativi di riforma in numerosi settori che furono portati avanti ai sultani che si succedettero alla guida dell’impero dalla fine del XVIII secolo alla fine del XIX secolo. Tra le cause all’origine del declino che interessò in quel periodo l’impero ottomano giocò un ruolo determinante il progresso tecnico che in quegli stessi anni andava diffondendosi negli stati dell’Europa occidentale. L’impatto dello sviluppo tecnologico in Europa fu prorompente in ogni ambito. Inizialmente riguardò in particolare l’ambito militare ed economico-produttivo che ma nondimeno consentì agli stati europei di maturare un grosso vantaggio rispetto all’impero ottomano che ancora si reggeva su dinamiche molto differenti e ormai non più adatte a competere efficacemente con le potenze occidentali le quali ben presto mostrarono oltretutto i loro appetiti nei confronti di quello che fu presto definito “il malato d’Europa”.

 

L’autore passa in rassegna in questa prima parte i vari fattori che, insieme all’arretratezza tecnologica, concorsero a determinare la crisi ed il successivo tracollo dell’impero ottomano e i vari, talvolta parziali ma costanti tentativi di risposta che nel tempo vennero dati a tali problemi, in un alternarsi di fughe in avanti e momenti di rigida restaurazione. Tale alternanza con tutta probabilità si deve attribuire al fatto che la grande trasformazione che avrebbe portato l’impero ottomano a diventare un vero e proprio moderno stato nazionale era ancora in fase di incubazione ed i tempi non erano ancora maturi per un netto cambiamento degli equilibri e del sistema di governo. Per questi bisognerà attendere fino agli inizi del Novecento.

 

In questa prima parte Zürcher mette abilmente in luce il ruolo dei vari attori coinvolti nel processo di modernizzazione e trasformazione del paese. E’ qui notevole come l’autore, pur dovendo spiegare una fase storica piuttosto confusa e durante la quale molti nuovi fenomeni andavano maturando ma nessuno di essi poteva ancora dirsi giunto a compimento, riesca comunque a trasmettere con molta chiarezza il senso dello sviluppo e dell’evoluzione che in quel periodo l’impero ottomano stava vivendo.

 

La seconda parte copre invece gli anni tra il 1908 ed il 1950: il periodo dell’instaurazione e dell’affermazione della Repubblica. Vengono ripercorsi in questa parte i passaggi fondamentali attraverso i quali si snodò il rischioso (quanto fortunoso) passaggio dall’impero ottomano alla repubblica turca, le incredibili riforme e le grandi innovazioni che furono introdotte nel tentativo (tutto sommato abbastanza riuscito) di trasformare forzosamente ciò che restava dello smembrato impero ottomano in uno stato nazionale moderno.

 

Sono oggetto di questa parte la creazione in laboratorio di un’identità nazionale artificiale e la sua concreta imposizione alla popolazione, a tappe forzate, per mano dell’élite kemalista, la quale, con una drastica quanto sistematica e frenetica attività, riuscì a risollevare le sorti del paese e a guidarlo fuori dalla fase di declino cui, per una serie di fattori ben evidenziati nel volume in analisi, esso avrebbe potuto essere destinato.

 

L’opera in analisi affronta in grande dettaglio le numerose ed acrobatiche operazioni di ingegneria politica, sociale e culturale poste in atto tra gli anni venti e gli anni cinquanta in Turchia allo scopo di porre e consolidare le basi di uno stato completamente nuovo. Certo l’operazione per quanto di successo non fu indolore e priva di conseguenze che ancora oggi si fanno sentire come ben fa capire l’autore.

 

In tutto ciò spicca il ruolo assolutamente particolare e sui generis che l’esercito ebbe nel processo di edificazione della Turchia repubblicana e che mantenne piuttosto a lungo anche negli anni successivi.  Si tratta di un ruolo certamente difficilmente comprensibile se comparato con quello che molti altri eserciti svolsero nella maggioranza dei regimi militari a noi noti. Esso infatti non può certo essere letto utilizzando lo schema dei regimi militari di matrice latino americana, non avendo avuto il ruolo dell’esercito turco nell’affermazione della repubblica (ed anche di un certo livello di democrazia) molti eguali o simili nella storia.

 

Nella seconda e nell’inizio delle terza parte del lavoro di Zürcher (come più in generale nella più moderna storiografia) questo aspetto è accuratamente evidenziato e sottolineato. Come lo stesso autore ci suggerisce, al di là dei pur cruciali successi militari che resero possibile ad Atatürk di prendere la guida del paese e di renderlo indipendente, è fondamentale capire come il leader nazionalista, il movimento di cui questi si pose alla guida e più in generale l’esercito turco, siano stati a lungo considerati alla stregua di fondatori e padri costituenti della repubblica di Turchia.

 

Le stesse idee di repubblica e di costituzione, nella tradizione storico-politica e costituzionalistica turca, sono tra l’altro ancora oggi inscindibilmente connesse con l’ideologia kemalista. Se l’opera di Zürcher nella sua seconda parte ci descrive bene le strategie e le caratteristiche del kemalismo “di lotta”, nella terza parte si passa invece, nell’intento di ricostruire la prima fase della democrazia partitica in Turchia, ad analizzare il kemalismo “di governo”, tanto per utilizzare una terminologia familiare e quanto mai efficace anche per la descrizione del fenomeno in esame.

 

Anche la terza parte, che è forse una delle più interessanti ed innovative per il lettore che si accinge oggi ad approcciare la storia turca, ha un titolo estremamente appropriato: “una democrazia tormentata”. Questa parte racchiude al proprio interno due periodi tra loro piuttosto diversi, accomunati prevalentemente dal fatto di essersi avvicendati dopo l’introduzione di un sistema politico multipartitico in Turchia.

 

Il primo periodo, compreso tra il 1950 e la fine degli anni Novanta, è quello comunemente denominato come fase della cosiddetta democracy under military tutelage. Durante questo lasso di tempo, abbandonato lo schema della repubblica a partito unico che era stato utile all’instaurazione ed al consolidamento del nuovo stato nazionale turco, l’esercito ed il suo braccio politico – il partito repubblicano del popolo (CHP) – anche a causa di pressioni internazionali in tal senso, cedettero parte del loro potere a vantaggio dell’avviamento di una democrazia multipartitica per quanto sempre piuttosto attentamente assistita dai militari. Questi tuttavia evitarono di ingerirsi eccessivamente nei circuiti della democrazia elettorale riservandosi di intervenire talvolta anche molto pesantemente ma solo nei momenti di cortocircuito o di particolare crisi del sistema politico, e ritraendosene sempre poco dopo aver ristabilito un minimo livello di ordine e stabilità.

 

Durante questo periodo nonostante la scena politica fosse dominata da partiti diversi da quello repubblicano, come Zürcher stesso non manca di farci notare, il CHP e le forze ad esso correlate continuarono ad essere  sempre ben presenti all’interno della vita pubblica del paese in quanto l’élite kemalista rimase stabilmente insediata nei posti chiave della burocrazia e dell’amministrazione senza che il mutare delle maggioranze di governo riuscisse mai a scalfire in maniera significativa questo zoccolo duro che rappresentava sostanzialmente un prolungamento politico dei militari. Di fatto quindi questo primo periodo fu caratterizzato dalla presenza di un sistema politico in cui la democrazia elettorale riuscì sì a svilupparsi in maniera abbastanza compiuta ma continuò a muoversi in un contesto fortemente controllato dall’esercito, da istituzioni di “garanzia” e da apparati burocratici che, in fin dei conti altro non erano che longae manus dei militari.

 

Dal 1990 ad oggi: la Turchia di Erdoğan

Il secondo periodo che l’autore prende in considerazione nell’ambito della terza parte occupa gli ultimi tre capitoli del volume e riguarda gli anni tra il 1990 circa ed il 2014. Sono questi gli anni in cui tornano a farsi sentire e guadagnano più terreno le parti della società turca che erano state per varie ragioni escluse dalla gestione del potere ed ostacolate in ogni loro tentativo di manifestarsi o di partecipare alla vita pubblica del paese dalla nascita della repubblica in poi. In questi ultimi tre capitoli si dà conto con grande puntualità ed abbondanza di particolari del lento ma inesorabile processo di avanzata dell’islam politico e di conquista del potere da parte dei suoi sostenitori. È molto ben descritto in questi capitoli come inizialmente l’avvento al governo dell’AKP venne salutato come un momento di grande democratizzazione e “normalizzazione” della vita pubblica e politica turca che finalmente sembrava andare liberandosi dalla tutela delle forze armate e dall’identità che queste per circa ottant’anni avevano tentato di imporre al paese.

 

Oggi, probabilmente, col senno del poi, come lo stesso autore non manca di sottolineare, esiteremmo qualche attimo in più ad affermare che quella sia stata la giusta via da intraprendere verso una vera e propria democratizzazione ed europeizzazione del paese. Oggettivamente, tra l’altro, non sarebbe la prima volta che in nome di una dubbia nozione di democrazia sono stati permessi degli scempi di dimensioni a dir poco eclatanti. Va tuttavia osservato come le diverse forme che l’islam politico turco è stato in grado di assumere per adattarsi al mutare del contesto politico ed internazionale dell’ultimo trentennio sono state molto differenti tra loro. L’attuale presidente Erdoğan è stato senza dubbio l’indiscusso e costante protagonista di quest’ultima variegatissima e tutto sommato duratura fase della storia turca e si deve riconoscere che, a prescindere dal giudizio morale e politico che si potrebbe dare sul suo operato, è stato uno stratega capace di metamorfosi così profonde ed azzeccate da riuscire a mantenere nelle proprie mani il controllo di un paese caratterizzato da un’ asprissima polarizzazione politica in un periodo di fortissime turbolenze internazionali ed è stato in grado di rimanere saldamente alla guida di uno stato la cui posizione geopolitica lo rende un fondamentale e trafficatissimo crocevia che collega l’oriente con l’occidente.

 

I due capitoli finali della terza parte del volume, che analizzano gli ultimi vent’anni della storia turca sono probabilmente i più originali dell’intero volume per il fatto di offrire una sintesi molto ben organizzata ed efficace di quest’ultimo periodo di tempo, per molti versi ancora poco conosciuto -o per meglio dire- molto poco “sistematizzato”. In generale si può dire che quest’ultima edizione del lavoro di Zürcher è davvero un unicum per un’ampia serie di ragioni. Tra queste il livello di aggiornamento e la ricchezza di dettagli è sicuramente una delle fondamentali.

 

Ma il pregio forse ancora più grande dell’opera in questione sta nel fatto di rappresentare un riuscitissimo bilanciamento tra sintesi ed analisi delle tematiche che al suo interno vengono affrontate. Quest’ultima caratteristica dell’ultimo volume di Zürcher rende il saggio adatto ad un pubblico molto vasto per il fatto di saper combinare un notevole grado di approfondimento e di raffinatezza dell’indagine con una struttura molto chiara e leggera.

 

Certamente la letteratura in materia di storia politica turca non è carente ne manca di approfondimenti anche molto minuziosi e particolareggiati di molti dei fenomeni che Zürcher ha incluso all’interno del suo saggio, ma l’esigenza cui magistralmente risponde il presente volume di Zurchner, come anche le sue edizioni precedenti, è diversa. Questo libro è infatti lo strumento perfetto per consentire al lettore di maturare una visione d’insieme aggiornata ed assolutamente non sbrigativa o semplicistica della storia turca degli ultimi tre secoli.

Scritto da
Chiara Camposilvan

Nata a Valdagno (VI). Assegnista di ricerca presso l'Università di Bologna. Dottore di Ricerca (2012). Appassionata di storia, politica e diritto turchi. Ha recentemente tradotto la costituzione turca in italiano.

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