“Storia economica della felicità” di Emanuele Felice
- 11 Giugno 2018

“Storia economica della felicità” di Emanuele Felice

Recensione a: Emanuele Felice, Storia economica della felicità, il Mulino, Bologna 2017, pp. 360, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Giacomo Gabbuti

9 minuti di lettura

Portando nelle librerie un volume come Storia Economica della Felicità, Emanuele Felice ha compiuto una scommessa rischiosa. Con questo saggio, infatti, Felice – storico economico classe 1977, Professore Associato presso l’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara – si distacca decisamente dalla sua comfort zone di studioso e saggista.

Dopo diversi saggi dedicati all’intervento pubblico nel Sud Italia e alla storia d’impresa, nel 2013 ha pubblicato il saggio divulgativo Perché il Sud è rimasto indietro. Sul tema dei divari regionali, su cui aveva già pubblicato diversi articoli, Felice è riuscito ad attrarre un notevole interesse, anche tra i non addetti ai lavori, ponendosi in polemica direttamente con quegli autori (su tutti Pino Aprile) che con opere di divulgazione assai meno “scientifica” hanno negli anni contribuito ad alimentare una sorta di sottocultura neoborbonica[1]. Due anni dopo, sempre il Mulino pubblicava un volume, Ascesa e Declino, che aveva il pregio indiscutibile di aggiornare le precedenti sintesi della storia economica italiana, alla luce dei due decenni e più di stagnazione seguiti al 1992 (qui recensito da Pandora). Sin dal titolo, Felice affermava la necessità di introdurre la categoria di “declino” nel valutare lo sviluppo economico italiano[2]. Nel frattempo, Felice ha cominciato a cimentarsi anche come editorialista, prima su La Stampa, poi su La Repubblica e l’Espresso.

Se quest’ultima attività ha dato adito a qualche evasione dal terreno della politica economica e della questione meridionale, nessuna è comparabile con lo scarto registrato in questo saggio, in cui si affronta un tema centrale nelle riflessioni dei primi economisti (perlomeno di quelli italiani) e sullo sfondo del ragionamento teorico sul benessere sociale. Lo fa, Felice, non solo in prospettiva storica (fatto già inusuale), ma su un arco temporale coincidente con la storia dell’umanità stessa. L’oggetto centrale del volume è infatti il divario “fra il potere di cui dispone l’Homo sapiens e la sua dimensione etica” (p. 7); ovvero, per dirla più prosaicamente, tra le possibilità materiali date agli esseri umani di oggi (risultato dell’innovazione tecnologica tradottasi in sviluppo economico, longevità, e via discorrendo) e il benessere da essi concretamente sperimentato. Secondo Felice, tale divario si è “progressivamente ampliato” nel corso della storia dell’umanità.

La definizione di felicità adottata dall’autore è “l’insieme di tre elementi: a) libertà, intesa sia come emancipazione dalle costrizioni materiali […], sia come capacità di ridurre gli ostacoli prodotti dalle persone, intenzionalmente o meno, sulla libertà di altre persone; b) relazioni sociali; c) infine un aspetto di grande importanza cui per ora ci riferiamo con l’espressione elusiva di «senso della vita» […]” (pp. 13-14). Non tanto, dunque, una semplice interpretazione soggettiva, misurabile attraverso sondaggi su “Quanto sei felice?”, come oramai proposto anche dalle agenzie internazionali. Felice adotta, invece, un approccio complesso nel quale si guarda ad indicatori oggettivi di sviluppo umano, volti a identificare le possibilità offerte agli individui (Felice richiama esplicitamente il capability approach del Premio Nobel per l’economia Amartya Sen), ma li si mette a confronto con le aspirazioni degli esseri umani (o con ciò che ne possiamo intuire).

Importante risulta infatti essere “l’idea di felicità”, il suo aspetto intenzionale legato alla volontà e al desiderio umano. Secondo Felice, proprio “l’intenzionalità” – pungolo fondamentale per attivare qualsiasi processo umano – è influenzata tanto dalla “nostra conoscenza, limitata e soggettiva, dell’ambiente esterno” (su cui tanti economisti, da Douglass North, cui si riferisce il passo citato, fino agli sviluppi dell’economia comportamentale, si sono occupati in modo sempre maggiore) quanto dalla “visione (storicizzata) che possiamo avere su ciò che è bene o male per l’uomo, sul fatto che sia o meno desiderabile migliorare la nostra vita e in che modo; su quali debbano essere i nostri fini – che non sono affatto uguali in ogni civiltà e cultura” (p. 23). Il volume è dunque strutturato come una sintesi, giocoforza selettiva, della storia economica mondiale dalla preistoria ad oggi, parallelamente alla quale l’autore analizza l’evoluzione dell’etica e delle aspirazioni, sintetizzando quelle divenute via via prevalenti attraverso le epoche. Il fatto che la ricostruzione di entrambi gli aspetti non sia sempre resa semplice dall’evidenza disponibile rende la scommessa ancor più complicata.

 

Una storia perduta

Nella prima parte del volume – Una storia perduta – l’autore illustra le motivazioni del volume, e riassume brevemente il “processo di cambiamento economico nel lungo periodo”, oggetto dei tre capitoli successivi (Il giardino dell’Eden, La valle di lacrime, e La Città dell’Uomo). Nella storia umana, dalla “comparsa dei primi ominidi” fino ad oggi, sono tre le grandi rivoluzioni “di portata millenaria”, “economiche e culturali al tempo stesso, nel primo caso forse addirittura biologiche”: quella “cognitiva da cui originano i cacciatori-raccoglitori sapiens sapiens”; quella agricola; e infine quella industriale, “messa in moto dall’Illuminismo” (pp. 20-21). Un sunto dello schema interpretativo dietro la narrazione ce lo dà qui lo stesso autore: “Nella civiltà agricolo-commerciale dell’Europa moderna, il cambiamento sociale e istituzionale produce un cambiamento culturale. E quest’ultimo, nel momento in cui arriva a investire l’idea di felicità, modifica il fine che orienta le azioni umane: a sua volta può imprimere una svolta decisiva non solo nella sfera sociale e istituzionale, ma anche e ormai senza possibilità di tornare indietro, in quella economica e tecnologica” (p. 30).

Alla società agricola, come racconta Felice nel secondo capitolo, non ci si è arrivati però con una evoluzione “felice” e spontanea. Contrariamente a quella che era la vulgata, evidenze antropologiche e archeologiche sempre più convincenti dimostrerebbero come il passaggio dalle società di cacciatori-raccoglitori a quelle di agricoltori stanziali non rappresentò affatto un miglioramento. Al contrario, la crescita della popolazione e l’esaurirsi progressivo delle risorse costrinsero le comunità umane a una vita per molti versi peggiore – in termini di intensità di lavoro, di benessere materiale, e probabilmente anche di libertà. Tra i pochi storici economici a prendere atto di questa svolta, riconosce Felice, c’è Stefano Fenoaltea. In un articolo del 2006 sulla Rivista di Storia Economica, Fenoaltea vedeva nella critica alla visione tradizionale, sviluppata tra gli anni Sessanta e Settanta da autori come la storica agraria inglese Joan Thirsk e l’economista dello sviluppo danese Ester Boserup, i primi tasselli di una più generale critica ad una visione Whig della storia; una visione inevitabilmente “progressista”, come quella già derisa da Leopardi nella Ginestra, che vede nel succedersi delle epoche storiche una inevitabile ascesa dell’umanità. Poco cambia in fondo se questo progresso sia descritto da una linea retta, come per i positivisti ottocenteschi, o da diversi “stadi” e accelerazioni, come per i marxisti. Lungi dall’essere un fenomeno episodico e anomalo, nella visione “dissidente” della storia delineata da Fenoaltea il declino economico era possibile, e anzi ricorrente. Pur condividendo la letteratura di riferimento, l’interpretazione di Felice è decisamente più ottimista. Se il mondo pre-agricolo rappresentava una libertà dal bisogno, e per molti versi una grande qualità della vita, il suo mantenimento avrebbe richiesto necessariamente la compressione e l’annullamento di dimensioni fondamentali della vita umana – su tutte la libertà, oggi irrinunciabile, nella sfera sentimentale e riproduttiva. Allo stesso tempo, il progresso tecnico consente oggi livelli di benessere impensabili nell’Eden, partendo da aspettative di vita ben maggiori.

La felicità gioca, come è intuibile dallo schema citato in precedenza, un ruolo maggiore nella rivoluzione successiva, quella che porta alla rivoluzione industriale. Su quest’ultimo aspetto, Felice sposa la tesi generalmente associata allo storico economico israelo-americano Joel Mokyr. Secondo Mokyr, sarebbe lo sviluppo di una “cultura della crescita” (incluso un mutato approccio alle innovazioni scientifiche e tecnologiche, e l’attitudine a dargli applicazioni pratiche ed economiche) la ragione fondamentale della rivoluzione industriale – del perché essa sia avvenuta in Europa, e in Gran Bretagna in particolare. Altrove e in altre epoche è mancato spesso l’interesse per questo tipo di progresso: Felice cita il noto caso della mancata espansione coloniale cinese dal Quattrocento in poi, il cui primato economico e tecnologico (soprattutto navale) era fuori discussione (p. 214). Certamente non tutti sono d’accordo con la lettura di Mokyr, e con quelle che Felice correttamente individua come in un certo senso complementari, come la teoria degli alti salari di Bob Allen (pp. 216-17)[3]. Ma l’argomentazione di Felice rende, almeno a giudizio di chi scrive, decisamente più convincente e pressante la necessità di non lasciare fuori dal discorso l’evolversi delle sensibilità e la storia intellettuale. Non è solo l’evoluzione economica, di cui possiamo tenere traccia attraverso i numerosi lavori di storia quantitativa dedicati all’argomento, né il già più complesso cambiamento della società, ma anche il mutamento delle sensibilità, delle idee sottostanti le azioni economiche (e le sperimentazioni tecnologiche e scientifiche che sull’economia hanno una ricaduta) ad avere importanza cruciale. Rispetto alle fonti su cui Felice può contare in questo lavoro (principalmente opere di filosofia, e dunque bene o male espressioni di una cultura alta) sembra però necessario trovare il modo di indagare l’evolvere delle idee nella popolazione nel suo complesso[4].

In ogni caso, chiarisce l’autore, la dimensione materiale e quella etico-morale si influenzano in modo non necessariamente deterministico. Proprio Felice cita come esempio di “fuga in avanti” la filosofia stoica, capace di cogliere l’umana dignità degli schiavi con secoli di anticipo sulla definitiva affermazione degli ideali illuministici. Eppure, “idee sulla felicità, concezione del mondo e condizioni materiali si tengono insieme, rafforzandosi a vicenda”, come nel caso del millenario ordine sociale pre-industriale e agricolo. Quando questo ordine lascerà il passo alla società industriale, idee e condizioni materiali cambieranno in parallelo (pp. 210-211). In questo senso il volume, tracciando quella che sembra essere a tutti gli effetti la prima mappatura di una terra vasta e incognita, potrebbe tracciare la via per interessanti sviluppi e ricerche al confine tra la storia del benessere materiale e quella delle idee. Ad esempio, viene da chiedersi in che modo sono evolute le idee di felicità e del “senso della vita” in quei paesi che vissero cambiamenti come la rivoluzione industriale dalla periferia, in modo meno graduale e spontaneo. Se Guido Baglioni fu il primo a indagare L’Ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale, nel suo studio sul “carattere nazionale” degli italiani Giulio Bollati evidenziava la difficoltà di “parlare della modernità vivendo nell’arretratezza” – non solo economica, ma anche politica, visto il ritardo dell’affermazione di uno stato nazione. Sulla spinta del volume di Felice, sarebbe auspicabile tentare di combinare ciò che abbiamo imparato sull’evoluzione del benessere degli italiani, con le ricerche sempre più approfondite sull’evoluzione del loro modo di pensare.

 

La storia economica della felicità in una prospettiva di lungo periodo

Dopo aver raccontato le evoluzioni dell’economia e dei modi di pensare sperimentate nella lunga fase di apparente immobilismo della società contadina (capitolo terzo) e poi il passaggio e gli sviluppi durante la rivoluzione industriale (capitolo quarto), il libro si chiude discutendo dell’”abisso” che secondo Felice si sarebbe aperto tra affluenza e felicità. Contrariamente alle aspettative generate dagli straordinari cambiamenti dell’Ottocento, la distruzione della “valle di lacrime” non ha portato infatti a un mondo utopico. Se da un lato, il Novecento ha dimostrato come quelle stesse evoluzioni abbiano reso possibile il terrore a livelli forse mai sperimentati prima, sono altri i modi in cui il futuro ha tradito le aspettative.

Da un lato l’enorme crescere di disuguaglianze, “non più necessarie”, visto l’enorme crescere delle capacità tecniche, tra le persone – e in dimensioni mai sperimentate, tra Paesi, con le conseguenti tensioni per molti versi nuove legate alle migrazioni globali. Allo stesso tempo, nei Paesi e nelle classi sociali in cui il benessere è più pieno, questo non ha necessariamente portato alla felicità. A queste riflessioni – certo non nuove, ma arricchite dall’innovativo approccio storico-economico proposto e condotto nel volume – è dedicato il capitolo quinto (Il villaggio globale), ultimo prima delle interessanti conclusioni (Coltivare la felicità) nelle quali declina, in modo anche propositivo, il presente ed il futuro dal punto di vista della felicità

Che si condividano o meno l’impostazione di Felice, e l’interpretazione cui arriva, risulta decisamente convincente la sua idea di Felice di scrivere una storia “totale”, che tenga insieme storia dei fatti e delle idee, e assuma la felicità come “chiave interpretativa del passato”, cornice culturale nella quale […] rileggere i fatti economici e politici”. La scommessa, in sostanza, si può considerare vinta. Potrà forse deludere qualcuno dei lettori “storici”, abituati a una prosa più asciutta, la scelta di concedere qualcosa al lirismo (coerente a tutto il libro, ma in antitesi con un titolo così didascalico); ma dal punto di vista di chi scrive, la sintesi risulta efficace. Lo è certamente nel coprire una enorme messe di letteratura di storia economica, scienze umane e sociali, ben documentata nelle note e nella bibliografia. Sorprende un po’, forse, l’assenza di riferimenti a Michael Sandel.

Nella prospettiva di lungo periodo adottata nel libro, sarebbe stato interessante sviluppare le sue riflessioni su come l’espansione dei mercati non sia neutrale da un punto di vista etico-morale – un esempio intuitivo è lo sport, dove il mercato porta incrementi di “efficienza”, ma il costo è snaturare la natura stessa del gioco. In ogni caso, nel coprire questa grande letteratura Felice riesce a mantenere chiarezza ed efficacia espositiva. Lo fa mettendo insieme diversi stimoli – per citarne uno, l’attenzione, non comune a uno storico economico, alle conseguenze delle rivoluzioni economiche e culturali umane sul benessere di altre specie animali – senza risultare banale.

Meriterebbe probabilmente una edizione in inglese, per rilanciare la scommessa sullo stesso terreno delle “muse” Diamond e Harari; anche se un grosso ostacolo è dato da happiness – che non vuol dire felicità nel senso di Felice, anche se risparmia l’ironica assonanza in copertina.


[1] Per i lettori interessati agli aspetti più accademici e tecnici della misurazione dei divari regionali, rimando a un mio precedente articolo su 404-file not found.

[2] Il tema è stato ripreso più di recente dal volume Ricchi per caso?, curato da Di Martino e Vasta, recensito proprio su questa rivista.

[3] Quest’ultima, per esempio, è stata recentemente messa sotto attacco da una serie di lavori che gettano nuova luce sui livelli reali di remunerazione dei lavoratori inglesi (anche donne); per farsi un’idea si possono leggere diversi post di Judy Stephenson sul blog della Economic History Society, tenendo presente che il dibattito è ancora in corso.

[4] Un esempio recente viene, proprio per il nostro Paese, dalla “rivisitazione” operata da Brian A’Hearn, Alexia Delfino e Alessandro Nuvolari del cosiddetto age-heaping. L’”arrotondamento” dell’età, mostrato da fonti come i censimenti ottocenteschi non catturerebbe (come assunto sinora da molti storici) l’incapacità della popolazione di contare. Piuttosto, in un mondo pre-industriale in cui una visione circolare del tempo, assieme alla rilevanza dell’onomastico, rendevano priva di interesse il compleanno, sembra più probabile che l’arrotondamento derivasse dall’ignoranza del proprio anno di nascita, più che dal non saper far di conto.

Scritto da
Giacomo Gabbuti

Dottorando di storia economica presso l'Università di Oxford, e redattore di Jacobin Italia.

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