“Storia economica della felicità” di Emanuele Felice

Storia economica della felicità di Emanuele Felice

Recensione a: Emanuele Felice, Storia economica della felicità, il Mulino, Bologna 2017, 360 pp., 16 euro (scheda libro).


Portando nelle librerie un volume come Storia Economica della Felicità, Emanuele Felice ha compiuto una scommessa rischiosa. Con questo saggio, infatti, Felice – storico economico classe 1977, Professore Associato presso l’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara – si distacca decisamente dalla sua comfort zone di studioso e saggista.

Dopo diversi saggi dedicati all’intervento pubblico nel Sud Italia e alla storia d’impresa, nel 2013 ha pubblicato il saggio divulgativo Perché il Sud è rimasto indietro. Sul tema dei divari regionali, su cui aveva già pubblicato diversi articoli, Felice è riuscito ad attrarre un notevole interesse, anche tra i non addetti ai lavori, ponendosi in polemica direttamente con quegli autori (su tutti Pino Aprile) che con opere di divulgazione assai meno “scientifica” hanno negli anni contribuito ad alimentare una sorta di sottocultura neoborbonica[1]. Due anni dopo, sempre il Mulino pubblicava un volume, Ascesa e Declino, che aveva il pregio indiscutibile di aggiornare le precedenti sintesi della storia economica italiana, alla luce dei due decenni e più di stagnazione seguiti al 1992 (qui recensito da Pandora). Sin dal titolo, Felice affermava la necessità di introdurre la categoria di “declino” nel valutare lo sviluppo economico italiano[2]. Nel frattempo, Felice ha cominciato a cimentarsi anche come editorialista, prima su La Stampa, poi su La Repubblica e l’Espresso.

Se quest’ultima attività ha dato adito a qualche evasione dal terreno della politica economica e della questione meridionale, nessuna è comparabile con lo scarto registrato in questo saggio, in cui si affronta un tema centrale nelle riflessioni dei primi economisti (perlomeno di quelli italiani) e sullo sfondo del ragionamento teorico sul benessere sociale. Lo fa, Felice, non solo in prospettiva storica (fatto già inusuale), ma su un arco temporale coincidente con la storia dell’umanità stessa. L’oggetto centrale del volume è infatti il divario “fra il potere di cui dispone l’Homo sapiens e la sua dimensione etica” (p. 7); ovvero, per dirla più prosaicamente, tra le possibilità materiali date agli esseri umani di oggi (risultato dell’innovazione tecnologica tradottasi in sviluppo economico, longevità, e via discorrendo) e il benessere da essi concretamente sperimentato. Secondo Felice, tale divario si è “progressivamente ampliato” nel corso della storia dell’umanità.

La definizione di felicità adottata dall’autore è “l’insieme di tre elementi: a) libertà, intesa sia come emancipazione dalle costrizioni materiali […], sia come capacità di ridurre gli ostacoli prodotti dalle persone, intenzionalmente o meno, sulla libertà di altre persone; b) relazioni sociali; c) infine un aspetto di grande importanza cui per ora ci riferiamo con l’espressione elusiva di «senso della vita» […]” (pp. 13-14). Non tanto, dunque, una semplice interpretazione soggettiva, misurabile attraverso sondaggi su “Quanto sei felice?”, come oramai proposto anche dalle agenzie internazionali. Felice adotta, invece, un approccio complesso nel quale si guarda ad indicatori oggettivi di sviluppo umano, volti a identificare le possibilità offerte agli individui (Felice richiama esplicitamente il capability approach del Premio Nobel per l’economia Amartya Sen), ma li si mette a confronto con le aspirazioni degli esseri umani (o con ciò che ne possiamo intuire).

Importante risulta infatti essere “l’idea di felicità”, il suo aspetto intenzionale legato alla volontà e al desiderio umano. Secondo Felice, proprio “l’intenzionalità” – pungolo fondamentale per attivare qualsiasi processo umano – è influenzata tanto dalla “nostra conoscenza, limitata e soggettiva, dell’ambiente esterno” (su cui tanti economisti, da Douglass North, cui si riferisce il passo citato, fino agli sviluppi dell’economia comportamentale, si sono occupati in modo sempre maggiore) quanto dalla “visione (storicizzata) che possiamo avere su ciò che è bene o male per l’uomo, sul fatto che sia o meno desiderabile migliorare la nostra vita e in che modo; su quali debbano essere i nostri fini – che non sono affatto uguali in ogni civiltà e cultura” (p. 23). Il volume è dunque strutturato come una sintesi, giocoforza selettiva, della storia economica mondiale dalla preistoria ad oggi, parallelamente alla quale l’autore analizza l’evoluzione dell’etica e delle aspirazioni, sintetizzando quelle divenute via via prevalenti attraverso le epoche. Il fatto che la ricostruzione di entrambi gli aspetti non sia sempre resa semplice dall’evidenza disponibile rende la scommessa ancor più complicata.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Storia economica della felicità

Pagina 2: Una storia perduta

Pagina 3: La storia economica della felicità in una prospettiva di lungo periodo


[1] Per i lettori interessati agli aspetti più accademici e tecnici della misurazione dei divari regionali, rimando a un mio precedente articolo su 404-file not found.

[2] Il tema è stato ripreso più di recente dal volume Ricchi per caso?, curato da Di Martino e Vasta, recensito proprio su questa rivista.


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Dopo triennale e specialistica in Economia a Tor Vergata, è dottorando di storia economica presso l'Università di Oxford. Si occupa di benessere, disuguaglianze e mobilità sociale in prospettiva storica, con occhio soprattutto all’Italia Fascista.

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