Cos’è la world history? “Storia globale” di Sebastian Conrad
- 23 Ottobre 2016

Cos’è la world history? “Storia globale” di Sebastian Conrad

Recensione a: Sebastian Conrad, Storia globale: un’introduzione, Carocci, Roma 2015, pp. 210, 19 euro (scheda libro).

Scritto da Franco Capozzi e Francesco Rustichelli

8 minuti di lettura

Per comprendere il mondo globalizzato in cui viviamo oggi e la sua storia non sono più sufficienti i tradizionali strumenti sviluppati dalle scienze storiche a partire dal XIX secolo ed è sempre più avvertita la necessità di adottare nuove prospettive di ricerca nello studio del passato. Tra i più autorevoli fautori di questa linea di pensiero si annovera lo storico tedesco Sebastian Conrad, professore presso la Freie Universität di Berlino, che in quest’opera traccia un profilo dello sviluppo della storia globale e insiste sulla sua importanza come nuovo campo di studio e sulla necessità di provvedere ad una sua istituzionalizzazione all’interno dei curriculum accademici.

Il volume si presenta come un’introduzione manualistica di taglio storiografico alla storia globale e si rivolge in primo luogo agli studenti ed alla didattica universitaria. È quindi significativo che la casa editrice Carocci abbia deciso di provvedere, in tempi piuttosto rapidi, alla pubblicazione di una sua edizione in lingua italiana, a testimonianza di un crescente interesse per la disciplina anche all’interno del nostro mondo accademico1.

La storia globale viene innanzitutto definita da Conrad come “una forma di analisi storica nella quale fenomeni, eventi e processi vengono inquadrati in contesti globali” (p. 18), un approccio cioè attento ad evidenziare le connessioni, gli scambi e la circolazione di merci, persone, idee e istituzioni all’interno di processi storici su scala globale, il cui sguardo travalica quindi quei confini nazionali che così spesso la storiografia non ha osato oltrepassare. La tradizionale importanza attribuita alla dimensione temporale e diacronica nell’analisi dei fenomeni interni a una società, viene ribaltata a favore di una nuova attenzione per il piano spaziale e sincronico: uno spostamento da una prospettiva ristretta e verticale ad una più ampia e orizzontale. A questa nuova ottica è connaturata una serrata critica dell’eurocentrismo inteso, usando le parole di Robert Marks, come quella concezione che “vede l’Europa come l’unica figura attiva della storia mondiale, in un certo qual modo come la sua ‘origine’. […] L’Europa è il centro e il resto del mondo la sua periferia. Solo gli europei sono in grado di avviare cambiamenti o modernizzazione, il resto del mondo no” (p. 96).

Questo approccio disciplinare non deve però essere necessariamente inteso come sinonimo di storia dell’intero pianeta o dell’umanità dalle sue origini ad oggi, dato che, afferma Conrad, le prospettive storico-globali non sono necessariamente orientate in senso macrostorico: “molto più frequenti, e per lo più anche più feconde, sono le analisi che considerano un oggetto concreto nella sua specificità spaziale-sociale e lo inquadrano in un contesto globale. Le questioni più appassionanti si collocano spesso al punto d’incontro dei processi globali con le loro manifestazioni locali” (p.132).

Per quanto già nell’antichità storici come Erodoto in Grecia, Sima Qian in Cina o Ibn Khaldū’n in Africa avessero trattato di civiltà e culture diverse e spesso geograficamente distanti dalla propria, è solo a partire dagli anni Ottanta del XX secolo che la storia globale, specialmente negli Stati Uniti, comincia ad affermarsi come campo autonomo all’interno delle scienze storiche. L’influenza esercitata dagli area, subaltern e postcolonial studies (con la loro critica alle tradizionali letture eurocentriche del mondo moderno), la crescente internazionalizzazione dell’ambiente accademico americano e lo spostamento dell’attenzione politica verso una dimensione progressivamente meno bipolare e sempre più globale sono alcuni dei fattori che ne favoriscono la nascita. È nel 1982 che viene fondata la World History Association, mentre nel 1990 iniziano le pubblicazioni del “Journal of World History”. Prontamente accolta nel Regno Unito, dove Asia, Africa ed ex colonie britanniche erano d’altronde già da lungo tempo oggetto di studio dell’imperial history, la storia globale ha poi trovato un ancoraggio istituzionale all’interno di diverse università europee e asiatiche, in particolar modo in Germania, Cina e Giappone.

Le questioni fondamentali della storia globale

Sebbene la pratica della storia globale si sia ormai imposta a livello internazionale e goda di un consenso sempre più ampio all’interno della comunità scientifica, sono molte le critiche sollevate nei suoi confronti non solo da parte dei settori più conservatori della storiografia tradizionale, ma anche dai fautori di un approccio transnazionale e comparativo. Con grande onestà intellettuale, Conrad dedica uno dei più stimolanti capitoli del volume alla discussione delle principali critiche epistemologiche, teoriche, pratiche e normative abitualmente rivolte ai progetti di storia globale, segnalando infine “una serie di ristrettezze di vedute ed esagerazioni” (p. 71) a suo avviso tipiche dei primi lavori prodotti dagli specialisti del settore.

 

Una riserva metodologica iniziale riguarda l’impossibilità per lo storico globale di conoscere tutte le fonti ed il conseguente rischio di rimanere completamente vincolato a una letteratura secondaria. Un tale giudizio, osserva l’Autore, è però solo parzialmente fondato dal momento che non solo ogni opera di carattere generale, anche di storia nazionale, altro non è che una sintesi ragionata dei risultati delle ricerche dei propri colleghi, ma soprattutto le prospettive storico-globali non sono necessariamente orientate in senso macrostorico ed esigono quindi una ricerca empirica sul campo, esattamente come qualsiasi altra analisi storica tradizionale.

 

Più concreto è invece il rischio che, in assenza di adeguate conoscenze linguistiche, lo storico finisca con il consultare esclusivamente fonti occidentali, reiterando così inconsapevolmente concetti e prospettive coloniali e producendo quindi un’immagine distorta della realtà storica. Inoltre ogni macroprospettiva e lettura dall’alto è suscettibile di incorrere nell’errore di marginalizzare le prospettive della storia culturale e di genere e di adombrare le specificità di area.

 

Uno dei pericoli più insidiosi dell’approccio di questa disciplina è la tendenza a ridurre le connessioni globali ai soli rapporti con l’Europa, riproponendo così sotto mentite spoglie una narrazione eurocentrica e atlantica. Conrad non ignora nemmeno la tendenza della storia globale, con il suo interesse per la mobilità e la circolazione di persone e merci nel mondo, a farsi teleologia e legittimazione della globalizzazione e del capitalismo, trascurando invece il violento processo che ha portato alla loro affermazione e le disuguaglianze da essi create.

 

È chiaro infine che gli ingenti costi che richiedono l’organizzazione di convegni internazionali e l’investimento nello studio di lingue e aree geograficamente lontane rimarranno appannaggio esclusivo delle università più ricche delle nazioni benestanti; è dunque lecito chiedersi se tutto questo non finirà per favorire “una divisione internazionale del lavoro intellettuale […] tra quanti potranno permettersi il lusso di praticare la storia su vasta scala e la maggioranza dei ricercatori costretti alla storia nazionale o locale, considerate con disprezzo come prospettive del tutto marginali”2.

 

Ponendosi l’obiettivo di stilare un bilancio provvisorio degli esiti della disciplina, Conrad sceglie di affrontare direttamente quelle che definisce: “le questioni fondamentali della storia globale” calandosi così nella trattazione delle problematiche cruciali della materia, quelle che più sono state dibattute dagli specialisti e che tuttora sono al centro di accese discussioni di rilevanza non solo accademica ma anche culturale e politica. L’Autore individua quindi quattro nuclei epistemologici e metodologici e, ponendosi una serie di quesiti, ne esamina la valenza euristica senza tacerne le criticità e le principali obiezioni. Il punto d’avvio non può che essere ancora una volta la vexata quaestio dell’eurocentrismo, inteso qui nella più complessa e problematica accezione di “eurocentrismo come prospettiva”, come modello di produzione del sapere. Il rischio evidenziato è quello della riproposizione globale di una master narrative, sviluppata in Europa e per l’Europa, che attraverso concetti analitici come Stato, rivoluzione, società o progresso dalla pretesa universalità ma in realtà frutto di una parziale e ben precisa esperienza precostituisca, entro strutture date a priori, le diverse storie locali rinunciando a coglierne le specificità3.

 

Anche l’aspetto della periodizzazione rimane una questione aperta: quando si può iniziare a parlare di un contesto globale? Quali sono le partizioni temporali da adottare per una storia dal punto di vista delle connessioni? La discussione verte attorno a due grandi momenti di cesura, l’inizio del XVI secolo e la metà del XIX.

 

Una diatriba particolarmente serrata riguarda il terzo dei punti individuati da Conrad, la grande divergenza tra Europa e Asia. Perché proprio l’Europa, piccola e marginale propaggine del vasto continente eurasiatico assurse all’egemonia politica ed economica globale? In che cosa consiste il Sonderweg europeo, sempre che sia ancora possibile affermare questo eccezionalismo? Qual è il ruolo del capitalismo europeo e della rivoluzione industriale? Conrad ripercorre le tappe di questo lungo dibattito, dai classici approcci marxisti e weberiani, entrambi caratterizzati da modelli esplicativi endogeni e da narrazioni internalistiche dell’ascesa dell’Europa, sino agli innovativi contributi offerti dalla California School. Una tappa fondamentale è rappresentata dal testo di Kennet Pomeranz che, comparando in modo bidirezionale gli indicatori economici delle aree più sviluppate dell’Inghilterra e della regione cinese del delta dello Yangtze, e facendo emergere “un mondo di sorprendenti somiglianze”4 ha spostato l’attenzione sull’influenza delle forze esterne e dei conjunctural factors per spiegare il take-off europeo. L’ultimo tema è rappresentato dalle early modernities, inteso da un lato come pluralizzazione del concetto di modernità e come riconoscimento del ruolo di agency autonome e patrimoni culturali locali dietro la molteplicità di processi che mettevano in collegamento realtà non europee e dall’altro come concetto temporale riferito appunto al periodo tra il 1450 e il 1800 in cui operano queste dinamiche sociali e culturali, queste “aperture alla modernità”.

 

L’applicazione concreta degli approcci di storia globale

Nella parte conclusiva del volume Conrad si cala sul terreno della prassi e passa in rassegna i campi in cui l’applicazione concreta degli approcci di storia globale sta dando i suoi migliori frutti. Un ottimo esempio è rappresentato dalla global labor history, che mettendo in crisi gli assunti semplificatori riguardo al passaggio tra lavoro coatto e lavoro salariato tipici della teoria della modernizzazione, ha allargato lo sguardo alle perduranti forme di lavoro schiavistico, all’indentured labor, ai lavoratori stagionali e alle pratiche di governo dei corpi e di astensione dal lavoro dimostrando come l’affermazione della produzione capitalistica e di un mercato globale del lavoro sia stata sostenuta da un’ampia gamma di regimi di lavoro diversi e non riducibili a comode dicotomie. Allo steso modo anche la storia degli oceani si mostra come un campo decisamente innovativo in quanto, non lasciandosi imbrigliare dalle rigide costrizioni dei più tradizionali area studies, riesce a far emergere una storia in cui le distese oceaniche non giocano solo il ruolo di insormontabili barriere tra le masse continentali ma al contrario permettono e facilitano la formazione di connessioni e reti che superano i confini politici e culturali. Notevolmente ricca è la tradizione di ricerca degli Indian ocean studies, che teorizzano in questa massa liquida la “culla della globalizzazione”, assunta come l’elemento chiave che ha permesso la connessione di individui e mercati e la circolazione di merci di largo consumo in una vastissima area che dal mar Rosso e dalle coste dell’Africa orientale, facendo perno sul mondo arabo e sul subcontinente indiano, si estendeva sino al Giappone.

 

Per quanto riguarda l’aspetto delle formazioni politiche, particolarmente dinamico si rivela l’intreccio con la storia degli imperi e l’attenzione riservata alle modalità di dominio sovraregionali e al loro contributo all’interconnessione del globo. Due sono le tendenze principali: una pone al centro l’Impero Britannico, percepito come forza motrice dei processi di globalizzazione e creatore di un British world al cui interno, tra 1850 e 1914, convergeva la gran parte delle transazioni e dei flussi globali, una sorta di “anglobalizzazione”. La seconda si concentra sulla longevità e rilevanza storica della forma imperiale, non ridotta al solo caso dei domini coloniali europei, e anzi sulla loro competizione secolare con strutture imperiali non occidentali, su cui l’egemonia europea riuscì a imporsi solo nel corso del XIX secolo.

 

In questo quadro anche la storia della Nazione è al centro di una sistematica ricostruzione, orientata a far emergere la tensione tra processi interni e influenze esterne. Lo stesso Conrad, che non si è occupato solo di questioni teoriche ed epistemologiche, ha scelto questo terreno per mettere in pratica la prospettiva della storia globale. Nel suo Globalisierung und Nation im Deutschen Kaiserreich5, Conrad ha infatti reinterpretato l’intera storia del processo di costruzione dell’identità nazionale tedesca in un’ottica globale, spaziando dalle colonie africane, alla Cina, al Brasile fino ad arrivare ai territori a maggioranza polacca della Prussia orientale. In questo modo ne ha individuate, portandole alla luce, le inestricabili interconnessioni con la globalizzazione, il colonialismo e il percorso di modernizzazione e mostrando come il processo di nation-building tedesco possa essere compreso solo se collocato nella più ampia cornice della globalizzazione di tardo Ottocento. In definitiva, anche per gli aspetti ad essa più strettamente connaturati “la storia d’Europa non fu mai solo una questione europea” (p. 72).


1 Si vedano: L. Di Fiore, M. Meriggi, World History. Le nuove rotte della storia, Laterza, Roma-Bari, 2011. E. Vanhaute, Introduzione alla world history, il Mulino, Bologna, 2015.

2 P. Delpiano, Connessioni, policentrismo e qualche rischio, «L’indice dei libri del mese», XXVIII, dicembre 2011, p. 22.

3 Si veda: D. Chakrabarty, Provincializzare l’Europa, Meltemi, Roma, 2004, (ed. or. Provincializing Europe: Postcolonial Thought and Historical Difference, Princeton University Press, Princeton, 2000).

4 K. Pomeranz, La grande divergenza. La Cina, l’Europa e la nascita dell’economia mondiale moderna, il Mulino, Bologna, 2004, p. 57 (ed. or. The Great Divergece: China, Europe, and the Making of the Modern World Economy, Princeton University Press, Princeton, 2000).

5 S. Conrad, Globalisierung und Nation im Deutschen Kaiserreich ,Munich, 2006. Il volume è stato tradotto in lingua inglese con il titolo di Globalisation and the Nation in Imperial Germany, Cambridge University Press, Cambridge, 2010.

Scritto da
Franco Capozzi e Francesco Rustichelli

Franco Capozzi: Torinese, laureato in Storia presso l’Università di Torino nel 2015. Studia Scienze Storiche a Bologna. Si occupa di storia della storiografia e della musealizzazione del colonialismo europeo. Francesco Rustichelli: Nato a Carpi (MO), laureato in Storia nel 2015 presso l'Università di Bologna dove attualmente studia Scienze Storiche. Si occupa di comunicazione per i Giovani Democratici di Carpi. Aspirante bibliofilo.

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