“Governare gli Italiani. Storia dello Stato” di Sabino Cassese

Cassese

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Cassese e lo Stato come problema storico

Cassese pone in apertura non solo un insieme di domande su cui riflettere (pp. 11 e 12) ma, altresì, una problematica che rappresenta il vero e proprio nucleo dell’opera: lo Stato come problema storico. Significativamente, peraltro, dopo aver preso in custodia il lettore e averlo guidato attraverso i meandri principali delle problematiche affrontate nel libro, l’Autore chiude l’opera con un conclusiva riflessione sui caratteri costanti della storia dello Stato e una valutazione su ciò che ci aspetta nel nostro immediato futuro, tanto alla luce della caratteristiche dell’Italia quanto in considerazione delle progressive trasformazioni che sta subendo la forma statuale da un punto di vista più generale.

Proseguendo la consultazione dell’opera si è, in primis, immersi nelle straordinarie complessità del momento fondativo (pp. 48 e ss.), in cui le élite dell’epoca furono chiamate a pensare, immaginare e realizzare un assetto unitario in una fase politica turbolenta. I limiti e le debolezze mostrate allora rappresentano un elemento che occorre sempre tenere in considerazione nell’analisi della storia d’Italia.

Qui Cassese riprende, attualizza, sviluppa e rende organiche e funzionali al suo testo molte delle riflessioni già affrontate in passato (si veda in modo particolare “Italia, una società senza Stato”, il Mulino, Bologna 2011) e proprie anche dell’opera diGuido Melis (si veda soprattutto “Storia dell’amministrazione italiana”, il Mulino 1996 e “Fare lo Stato per fare gli italiani”, il Mulino 2014).

Pur a fronte delle difficoltà di una unificazione frutto di ragioni disparate, si rileva acutamente come non sia stata solamente la geografia fisica a mutare ma anche quella amministrativa, quella politica e, soprattutto, quella economica. Il punto centrale è che l’azione di (ri)nascita non fu portata immediatamente a termine.

Se la massima notoriamente attribuita a Massimo d’Azeglio, “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, pur nella sua controversa origine, ben esprimeva la necessità di procedere a una unificazione di un popolo ancora diviso da profondissime diversità linguistiche e culturali, rileva correttamente Cassese come oltre al popolo occorresse procedere anche alla unificazione della Nazione. E, invece, fu costruito solo lo Stato.

Rimase, pertanto, un profondissimo divario tra Italia formale ed Italia reale, che finì per costituire un ostacolo mai completamente rimosso nel nostro sistema Paese che, soprattutto nel Meridione, ha minato e continua a minare le basi della legittimazione della classe politica, al punto che il suo principale meccanismo di selezione, la legge elettorale, ha subìto e continua a subire modificazioni continue senza mai trovare una sua definitiva stabilizzazione (pp. 65 e ss.).

Così, i governi succedutisi nell’Italia post unitaria hanno impostato un sistema a centralismo debole in cui si è cercato attraverso svariati sistemi – non ultimo il costante e sistematico uso (o forse sarebbe meglio definirlo abuso) delle forze armate – di garantire l’ordine pubblico e di costruire un sistema in cui un coacervo di culture, popoli, culture, tradizione e istituzioni, profondamente diversi e divisi se non addirittura contrapposti riuscissero non solo a coesistere ma a farsi Nazione.

Ne è risultato quello che l’Autore acutamente definisce un “centro vuoto” (p. 343), in cui le fragilità politiche e governative hanno condotto dapprima al costituzionalismo debole dello Statuto Albertino e, successivamente a crisi frequenti che hanno esposto la neonata Italia liberale al drammatico avvento del fascismo.

L’Autore non trascura i pesantissimi lasciti delle guerre, non solo di quelle Mondiali, analizzate in pagine (p. 207 e ss.) in cui si dedica a una puntuale storia delle istituzioni militari, alla questione romana, alle relazioni tra Stato e Chiesa. Caratteri che non solo non si dissolvono ma tendono al contrario a persistere e a mantenersi vivi, diventando “caratteri costanti della storia dello Stato”, riepilogati nel già menzionato bilancio conclusivo (pp. 327 e ss.).

Cassese non dimentica di sottolineare il fondamentale ruolo dei giuristi, tanto nel campo dottrinale quanto in quello giurisprudenziale i quali, pur facendo ricorso a un “forte statalismo ideologico, condito da teorie dello Stato nate in Germania” (p. 29), sentono la fondamentale rilevanza del loro ruolo di innovativo equilibrio non solo della singola controversia ma del complessivo sistema Paese che cercano di mettere al passo con i grandi modelli degli Stati/Nazione europei.

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Nato a Roma nel 1988, dopo la laurea in giurisprudenza ha esercitato per tre anni la professione di avvocato. Oggi è funzionario pubblico. Mantiene vivi la passione e l'interesse per la politica, il diritto amministrativo, l'attualità e la teoria dello Stato che cerca sempre di analizzare, ove possibile, alla luce della sua formazione giuridica. Collabora con Youtrend, per cui ha contribuito alla stesura del volume "Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni".

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