“Governare gli Italiani. Storia dello Stato” di Sabino Cassese

Cassese

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Gli Stati alla prova della globalizzazione

Tenute a mente le riflessioni sulla Storia d’Italia e delle sue Istituzioni, che si è cercato sin qui di illustrare, le considerazioni senz’altro più interessanti dell’opera in commento riguardano la fase di crisi dell’istituzione statuale nel suo complesso considerata. L’Autore non è, come noto, nuovo a considerazioni di questo tipo e fondamentali risultano moltissime delle sue pubblicazioni in materia (da “La crisi dello Stato”, Laterza, 2002 al volume “Chi governa il mondo?”, il Mulino, 2014).

Ecco come l’ultima parte di questa Storia dello Stato, in un capitolo significativamente intitolato “Oltre lo Stato italiano”, l’Autore porta a sintesi le sue riflessioni degli anni e degli scritti precedenti e le inserisce in quest’opera in cui la teoria si fa storia concreta per poi tornare a descrivere, attraverso una valutazione in parte prognostica, il futuro della forma Stato e, conseguentemente, delle genti che lo abitano. Viene illustrato, in tal modo, l’insieme delle trasformazioni prodotte dalla globalizzazione su alcuni elementi e profili essenziali dello Stato, dal rovesciamento della legittimazione, alla deterritorializzazione di alcuni diritti.

Se il diritto internazionale pubblico nasce in quanto singoli Stati sovrani alienano alcune delle loro potestà in favore di organismi sovranazionali, tali organismi hanno progressivamente assunto caratteristiche proprie e, pur in parte svincolati dalle dinamiche della tradizionale legittimazione democratica, risultano oggi i controllori di quegli stessi Stati che ne avevano consentito la nascita (per rimanere alla strettissima attualità, la questione dei giudizi espressi dalle istituzioni europee sulle politiche economiche del Governo italiano è una plastica rappresentazione del fenomeno descritto da Cassese).

L’Autore si dedica, altresì, a una questione rilevantissima ma spesso trascurata, quella della regolazione dei movimenti di capitali a livello globale, anche per sottolineare come i cambiamenti del ruolo e delle forme dello Stato, nella prospettiva della globalizzazione, non portano a una sua scomparsa né a una crisi di sovranità. Se, infatti, lo Stato diventa per un verso più debole, e sembra vittima di decisioni e imposizioni derivanti da un livello più alto, per altro verso esce, forse paradossalmente, rafforzato da questo processo in quanto protagonista, insieme con gli altri Stati, di fenomeni che trascendono i suoi confini e dei suoi poteri tradizionali.

Quello che è un consolatorio limite, il confine, diventa zavorra. Quello che è insopportabile peso, l’invadente ruolo di istituzioni e organi sovranazionali, si fa opportunità.

Si rileva, quindi, come “uno dei più diffusi errori è quello di ritenere che, con lo sviluppo della globalizzazione, gli Stati perdano importanza e siano destinati a scomparire. Invece, mai come con la globalizzazione, gli Stati sono divenuti stabili e hanno ampliato la loro azione” (p. 376).

D’altra parte, e in questo l’Autore coglie senz’altro un punto fondamentale della questione, innumerevoli sono, oramai, i profili del governo delle cose umane che travalicano gli artificiali confini imposti dalla storia politica. Migrazioni, clima, trasporti, finanza e movimenti di capitali non potrebbero in alcun modo essere tenuti sotto controllo da ogni singolo Stato in sé considerato.

In conclusione, le riflessioni svolte in questa senz’altro fondamentale opera inducono Sabino Cassese a immaginare, e proporre, una serie di innovazioni e migliorie necessarie per consentire all’Italia di essere all’altezza dei fenomeni globali.

L’Autore individua in quattro fondamentali punti il confine all’interno del quale inscrivere la questione dello Stato nella contemporaneità: i rapporti Stato-cittadini, l’organizzazione del nuovo Stato nell’era della globalizzazione, il nuovo personale e le nuove procedure necessarie in tale era. Trattasi senz’altro degli aspetti cruciali della questione.

Ci si permette di rilevare come, a fronte delle questioni problematiche prospettate dall’Autore, spontaneo sorga un timore. Lo Stato consegnatoci dalla migliore tradizione filosofico-giuridica occidentale ha assolto, per secoli, alla fondamentale funzione di neutralizzare un altro stato, quello di natura.

Individuato nel contratto sociale l’elemento fondamentale, il nodo gordiano della questione giuspubblicistica nella sua essenzialità, il Leviatano è stato fons et origo di ogni autorità e, conseguentemente, di ogni legge e di ogni ordinamento, positivo e non. L’ordine geopolitico post Westfalia è stato immaginato e si è sviluppato come risposta a quelle che il filosofo Giacomo Marramao acutamente definisce “potestas indirectae” (di veda sul tema il fondamentale “Dopo il Leviatano”, Bollati e Boringhieri, ult. ed. 2013).

Non sfugge come il consolatorio sistema statuale occidentale realizzato e accettato anche in ragione di una sempre maggiore legittimazione democratica sia stato, in altre latitudini e longitudine, sinonimo di sanguinaria oppressione coloniale.

Sennonché, il crollo quasi definitivo di tale sistema istituzionale, pur nella illustrata nuova funzione dello Stato nella globalizzazione, sembra, altresì, riaprire inesplorati raggi di azione a tali potestas, circostanza che, in considerazione della mancanza quasi totale di legittimazione democratica degli organismi sovranazionali in questione, rischia di favorire l’emergere di un nuovo stato di natura senza un vero nuovo Stato in grado di neutralizzarne i caratteri peggiori.

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Nato a Roma nel 1988, dopo la laurea in giurisprudenza ha esercitato per tre anni la professione di avvocato. Oggi è funzionario pubblico. Mantiene vivi la passione e l'interesse per la politica, il diritto amministrativo, l'attualità e la teoria dello Stato che cerca sempre di analizzare, ove possibile, alla luce della sua formazione giuridica. Collabora con Youtrend, per cui ha contribuito alla stesura del volume "Una nuova Italia. Dalla comunicazione ai risultati, un'analisi delle elezioni".

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