“Toward a New Social Contract”: uno studio della Banca Mondiale sulle diseguaglianze
- 18 Ottobre 2018

“Toward a New Social Contract”: uno studio della Banca Mondiale sulle diseguaglianze

Scritto da Gianluca Piovani

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Suggerimenti di policy

Lo studio della BM è del parere che l’aumento della diseguaglianza sia alla base del disgregamento della coesione sociale e dell’affermarsi di partiti populisti degli ultimi anni. Si ritiene quindi desiderabile un intervento dello stato che la contrasti e la riduca. A tale fine suggerisce l’adozione di alcune linee di policy.

Flessibilità sul mercato del lavoro?

Il mercato del lavoro dovrebbe restare flessibile ma la flessibilità non dovrebbe pesare solamente sui giovani. Si auspica quindi una condivisione della flessibilità riducendo il numero di tipi di contratti di lavoro legalmente validi. Ad oggi sono infatti in vigore numerosi contratti di impiego di cui tipicamente i più precari sono riservati ai più giovani ed i più stabili e tutelati ai lavoratori senior. Semplificando con un esempio estremo, se esistesse un unico contratto di lavoro questo sarebbe per definizione uguale per tutti; avere un unico contratto di lavoro è forse assurdo ma ridurre il numero dei contratti va verso la direzione di uniformarli e quindi ridurre le diseguaglianze e condividere la flessibilità tra giovani e senior.

La BM è un’istituzione figlia dell’internazionalismo del dopoguerra e nel tempo si è dimostrata, così come ad esempio anche l’FMI, allineata alle teorie economiche capitalistiche e liberiste tipiche dei paesi del blocco degli USA. In base a queste dottrine la flessibilità del lavoro è un fattore positivo nell’innescare il meccanismo di libero mercato in grado di massimizzare la ricchezza ed il benessere di una nazione. Incrementare la flessibilità del lavoro è stato un requisito tipico delle politiche di liberalizzazione richieste ai paesi sottoposti a programmi di aiuto internazionali (dell’FMI così come della BM). La posizione della BM in questo contesto è combattuta tra i due estremi l’uno liberista del considerare la flessibilità un bene assoluto, e l’altro di buon senso che vede negli eccessi di flessibilità un forte sacrificio richiesto ai lavoratori. Le condizioni dei lavoratori con contratti precari non sono quelle dei mercati perfetti in cui non cambia nulla se non la flessibilità: i salari sono inferiori così come i diritti e il welfare cui questi lavoratori possono accedere; questa condizione inoltre difficilmente porta a un contratto indeterminato rendendo il precariato un ghetto di serie B. La precarietà incide negativamente sulla vita delle persone e rende più difficile stabilirsi e formare una famiglia. Il fatto che anche istituzioni liberiste percepiscano finalmente il lato problematico della flessibilità, rende evidente quanto questo tema sia diventato evidente e forte.

Universalismo

Lo stato dovrebbe garantire servizi uguali a tutti i suoi cittadini. Tra questi spicca il diritto allo studio, che dovrebbe tornare ad essere la chiave di volta per eliminare le disparità di opportunità (vedi sopra) e dare a tutti i medesimi strumenti per realizzarsi all’interno del mondo del lavoro. Lo studio auspica inoltre maggiori attenzioni per quei lavoratori la cui storia di precariato non ha permesso loro di ottenere una posizione pensionistica soddisfacente. Viene inoltre commentato lo strumento del così detto reddito minimo: il parere degli autori è che possa essere efficace ma solamente qualora lo permettano i vincoli di finanza pubblica dello stato che deve implementarlo. Si nota inoltre come essere “mantenuti” dallo stato alla lunga renda frustrati i cittadini. Il reddito minimo di cittadinanza potrebbe quindi ridurre la diseguaglianza ma non la percezione di diseguaglianza.

Incrementare i servizi a favore dei cittadini ed il cosiddetto welfare per ridurre le diseguaglianze è una strada auspicabile in teoria, ma di difficile implementazione pratica. Il welfare ed i servizi costano ed al momento a livello internazionale gli stati sono sempre più oberati da debiti e da situazioni finanziarie precarie, così come mostra chiaramente il caso dell’Italia. Il commento positivo al reddito di cittadinanza ma solamente qualora questo non intacchi le finanze statali è molto significativo.

Tassazione

La tassazione dovrebbe pesare di più sui capitali ed essere più progressiva. Per quanto riguarda lo spostamento dell’onere della tassazione da redditi da lavoro a redditi da capitale, lo studio rileva come sia necessario un approccio a livello internazionale di contrasto ai paradisi fiscali dove altrimenti sarebbe facile migrare i capitali in modo da sottrarsi alla tassazione. Con riferimento al tema della progressività si fa esplicito riferimento alla cosiddetta flat tax, recentemente introdotta in Ungheria, Lettonia, Lituania, Romania e Repubblica Slovacca. La flat tax è regressiva, ovvero incide in misura minore sui ricchi ed invece in misura maggiore sui poveri. Gli autori si esprimono chiaramente contro questa modalità di tassazione ed evidenziano come abbia ulteriormente colpito i giovani, soggetti tipicamente meno abbienti.

L’aumento della progressività della tassazione è un tema su cui si potrebbe intervenire facilmente, al pari di una lotta serrata contro l’evasione ed i paradisi fiscali. Ciò che manca è la volontà politica di farlo. Incrementare le tasse pagate dalla fascia più ricca della popolazione è controproducente da un punto di vista di consensi politici. Similmente i paradisi fiscali vivono e prosperano perché vi sono forti interessi che li sostengono e colpirli è politicamente difficile. Quest’ultimo punto del report della BM sembra il più concreto ed applicabile ed è auspicabile che il progressivo aumento dell’attenzione del dibattito pubblico riguardo questo tema possa spingere i governi ad agire.

Lo studio della BM si inserisce nel solco di un dibattito già ampio sul tema delle diseguaglianze. I dati quantitativi sono ben curati e la bibliografia è ricca. La trattazione è chiara e rende accessibili molti dei temi anche ad un pubblico non specialistico. Pur non riportando novità sensazionali, questo studio, ben supportato dalla mole di dati e paper cui fa riferimento, ha il grande merito di inquadrare il tema in modo chiaro e di fornire alcuni suggerimenti di buon senso applicabili a molte realtà, compresa quella italiana.

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Scritto da
Gianluca Piovani

Nato nel 1991 a Bologna, ha conseguito la laurea magistrale in Finanza Intermediari e Mercati presso l’Università di Bologna. Durante il periodo universitario ha fatto parte del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Ha collaborato con la rivista elettronica «Il Chiasmo». La sua esperienza lavorativa inizia con ricerca economica in Prometeia e prosegue in Banca di Bologna con la gestione patrimoniale. Attualmente lavora per la multinazionale Crif e si occupa di servizi informatici per banche.

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