Uno sguardo da Sud: crisi, disuguaglianze, cultura politica
- 14 Gennaio 2017

Uno sguardo da Sud: crisi, disuguaglianze, cultura politica

Scritto da Peppe Provenzano

14 minuti di lettura

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Il Sud, la grande crisi, la politica e la separazione tra élite e popolo

3. L’inizio della Grande recessione ha coinciso con il mio impegno nel Mezzogiorno. Ne parlo perché il Sud non è argomento stantio, ma anzi aiuta – a me ha aiutato – a mettere a fuoco e ad allargare lo sguardo, per la comprensione dei problemi e delle sfide dell’Italia e dell’Europa. E credo aiuti soprattutto la sinistra, sia sul piano della cultura politica che su quello, altrettanto cruciale, delle politiche. Già prima che la crisi che vi scaricasse con l’austerità i peggiori effetti sociali, il Sud era un punto di vista interessante: il luogo in cui si sommano e si combinano, accentuandosi fino all’insostenibile, tutte le faglie di disuguaglianze che attraversano le nostre società, da quelle sociali a quelle urbane, da quelle di genere a quelle generazionali. Un’ultima istantanea ci è stata restituita dal risultato referendario.

Guardando a Sud non sarebbe stato necessario aspettare i libri alla moda per capire che il mercato da solo non produce benessere e innovazione (Mazzucato), o per cogliere quei nessi tra equità e sviluppo (Piketty, Atkinson, Stiglitz) che avrebbero dato armi alla sinistra quando, dopo la crisi, si poneva il tema di una riforma profonda del capitalismo e del processo di integrazione europea. Il Sud, i Sud d’Europa, sarebbero stati e sono tuttora un’opzione di politica economica, radicalmente diversa dall’inseguire il neo-mercantilismo tedesco, un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni insostenibile se adottato da tutti, sia sul piano sociale che economico: oggi, di fronte alla drammatica crisi di domanda che vive l’Europa e al rallentamento degli scambi internazionali, anche alla luce di scenari politici sempre più incerti, rivela infatti tutti i suoi fallimenti. Il Sud significava invece rilanciare i paesi dall’interno, ripristinare il ruolo degli investimenti pubblici, anche come indispensabile leva di attivazione di quelli privati, poiché questi da soli non arrivano.

A guardarla da Sud si vedeva bene questa Europa in croce, dilaniata da fratture vecchie e nuove. Solo oggi ci accorgiamo dei contraccolpi prodotti dall’allargamento ad Est. Concepito come un grande mercato di sbocco dell’Europa tedesca, ha contribuito ad allargare la frattura Nord-Sud, tra Mitteleuropea e Mediterraneo, specialmente nell’Eurozona. Dai giorni più caldi della vicenda greca, abbiamo riascoltato tutti gli argomenti e i luoghi comuni falsi a cui vent’anni di contrapposizione Nord-Sud in Italia ci avevano tristemente abituato.

Ancora oggi paghiamo l’indifferenza per la “frontiera meridionale” a cui l’Unione da troppo tempo aveva voltato le spalle, avvertendola come “ostile” e foriera di immigrazione clandestina e fondamentalismo religioso, o le ha offerto il volto feroce e infame nell’universo concentrazionario di Lampedusa (dove già trasformavamo in un inferno le loro primavere, come poi quasi alla lettera sarebbe accaduto in Libia). Eppure, fu nel cuore dell’Europa, della socialdemocrazia europea che sapeva guardare al mondo, che maturò per l’ultima volta un pensiero su Nord e Sud del mondo, sulla pace e la guerra, sulla sopravvivenza nel pianeta, sulle geografie dello sviluppo. Dopo di allora, di quel Rapporto Brandt del 1980, più nulla vi è stato di così ambizioso. E se pure le cose del mondo andarono poi molto diversamente, le questioni che si poneva allora sono valide ancora oggi. Per quanto abbiamo da inventare e da innovare, tanto abbiamo da riprendere, da riscoprire.

4. La sinistra era destinata a perdere di vista il Sud, con il declino dell’idea di uguaglianza dal suo orizzonte ideale e il venir meno nella pratica di un ancoraggio sociale, per il dissolversi del mondo del lavoro in tanti segmenti parcellizzati e non comunicanti, e quindi dei soggetti da mobilitare. Al radicamento sociale aveva sostituito il mito surrogato del radicamento territoriale, un ripiegamento localistico che più che rappresentare legittime ambizioni e aspettative delle comunità locali, finiva per dar voce soprattutto a paure, egoismi e miserie, per nascondere i divari interni, l’impoverimento, l’erosione della classe media, vere cause di declino e di rancore (per riprendere un concetto che Giovanni Orsina ha per altri versi sviluppato sulla scia del Canetti di “Massa e Potere”), al Sud come al Nord. Si parlavano invece lingue diverse, alle diverse Italie, e non solo a destra, anche nella sinistra prigioniera delle ansie della cd. questione settentrionale.

Certo era inservibile, al Sud, la favola fondativa del Pd, il tanto rimpianto suo “spirito originario”, che ha dichiarato la coincidenza di interessi tra capitale e lavoro, uniti dall’innovazione, e come unico riferimento sociale il cd. “cittadino elettore attivo”, che ha un’opinione su tutto, che non ha bisogno di formarsela nel confronto e nello scontro politico, che basta pertanto coinvolgere nelle primarie allegre per risolvere il tema della partecipazione. Ora, se pure questa fantomatica figura da qualche parte è esistita – magari nell’Italia di mezzo, terra di “ceti medi riflessivi” (ecco cosa ricorda), di tradizioni civiche, di opinioni pubbliche informate – già allora tendeva a scomparire, e comunque al Sud s’è visto poco, e più spesso si incontravano individui passivamente alla ricerca del soddisfacimento di bisogni primari.

La separazione tra élite e popolo, oggi all’ordine del giorno, nasce anche da questa falsa coscienza. Dalla mancata consapevolezza dell’approfondirsi di fratture che rendono immobile la società e fanno saltare ogni mediazione. Guardare al Sud avrebbe giovato a cogliere, ad esempio, una questione generazionale che la crisi ha diffuso in tutto il Paese. E che la via per affrontarla non era la contrapposizione tra garantiti e non garantiti, o nemmeno negarla assorbendola in un’indistinta questione sociale, laddove era stata proprio la precarizzazione del lavoro dei figli – ben prima dei voucher – a rendere deboli anche quelle che venivano ritenute tutele “forti” dei padri, come il famigerato art. 18. Esisteva un filo rosso che legava i giovani disoccupati e precari “eccellenti” agli operai cinquantenni disperati della Fiat di Termini Imerese o Pomigliano d’Arco: il modello di sviluppo di un Paese che non investe in innovazione e conoscenza, perdendo una vocazione produttiva nel mondo. La sinistra avrebbe avvertito l’inadeguatezza delle sue parole d’ordine. Persino delle migliori parole della stagione blairiana – education education education – o l’Agenda di Lisbona dell’Europa socialdemocratica. Era l’idea che attraverso l’istruzione avremmo garantito pari opportunità e dunque un aumento dell’equità, mentre oggi sappiamo che forti disuguaglianze si registrano anche a parità di livelli di istruzione, che la conoscenza di per sé non basta, perché le eredità familiari e geografiche, i vincoli di contesto e retroterra socioeconomico sono determinanti nella distribuzione di benessere e opportunità. Fu la colpevole illusione venduta a un’intera generazione, di cui oggi misuriamo il disincanto civile e democratico.

Se dici “istruzione”, ma non poni il tema dei meccanismi profondi di funzionamento della produzione e della creazione di valore, allora il tuo investimento formativo rischia di essere vanificato. Se hai un apparato produttivo a basso contenuto di conoscenza, allora è più facile che il capitale umano fugga o si depauperi, come accedeva al Sud, per la strutturale assenza di occasioni di lavoro qualificato.  Eppure, se dicevi “politiche industriali” – nuove, del XXI secolo, come spiegava Rodrik – eri un bestemmiatore. Anche la sinistra intonava i cori degli altri. Non accorgendosi nemmeno che il consenso di Washington – e qui si vedeva la sua straordinaria carica ideologica – in realtà valeva soprattutto per gli altri. Il ruolo dello Stato nell’economia non era mai venuto meno (in USA, Germania, per non parlare degli emergenti e già emersi) nel momento in cui erano in gioco gli interessi: e non solo per la formula, che lavoratori e ceto medio sperimentavano nelle loro tasche, della “socializzazione dei rischi e privatizzazione dei guadagni”.

5. Potrei continuare con esempi in altri campi. Ma quello che rileva è un punto politico di fondo. La crisi avrebbe già potuto cambiare tutto, e molti economisti e filosofi ci hanno spiegato non solo perché, ma anche come, al punto che oggi sarebbe difficile stabilire quale sia il mainstream. È mancata un’alternativa politica, è mancata alla sinistra. Non solo nella costruzione dei rapporti di forza, un’alternativa di potere. È mancata prim’ancora un’alternativa di pensiero, che l’ha privata di potere anche quando il potere ce l’ha avuto. Così, è stato consentito ai “giganti”, come li chiama Colin Crouch, di scaricare il peso della crisi che in parte avevano causato sugli Stati e i loro bilanci, tra cui il nostro, già indeboliti da ragioni storiche e politiche e da un lungo processo di denigrazione che non sembra finito. Al danno, come sempre, si aggiunge la beffa. C’è voluto un paper del vice capo economista del FMI, del giugno del 2016, su una delle riviste ufficiali del Fondo, a decretare la fine del Washington consensus. O un’erede della Thatcher, Theresa May, ad affossarne uno dei pilastri, proprio rilanciando il tema delle politiche industriali del governo britannico. Chissà cosa avrebbe detto il compianto Tony Judt, che nei suoi testamenti politici rimproverava al socialismo europeo di aver perso la sfida delle parole, perché aveva smarrito le proprie, di fronte al fatto che, al momento opportuno, ha lasciato che a recuperarle fossero i conservatori.

Se manca un’alternativa di potere – il potere di incidere sulla vita delle persone per migliorarla, con la creazione di lavoro buono, con l’affermazione e la tutela dei diritti di cittadinanza e delle condizioni essenziali di benessere – allora la politica a che serve? “E se la politica non serve, è solo un costo, e va tagliata”, sono le parole povere del risentimento degli impoveriti, che si è combinato con l’immiserimento della discussione pubblica.

È precisamente qui che si colloca la perdita di prestigio, di autorità e autorevolezza, di una classe dirigente, il dilagare di un trasformismo che la getta ulteriormente nel discredito. Tutte cose che nella “grande disgregazione sociale” del Sud si vedevano da tempo. E non è tutta colpa delle classi dirigenti locali, che pure ne hanno molte. È stata l’apatia meridionalistica, quanto non l’antipatia, delle classi dirigenti nazionali, anche sinistra, frutto di una certa “frigidità” alle questioni sociali, a lasciare proliferare oligarchie locali – nel frattempo, destinatarie di un trasferimento di potere considerevole e protagoniste – con cui le dirigenze centrali hanno stabilito nel migliore dei casi rapporti di reciproca e nefasta non interferenza.

Le classi dirigenti locali sono state lasciate in balìa di un processo di personalizzazione della politica, favorito dalle legislazioni elettorali e dal rachitismo dei partiti, che ha esposto gli eletti all’insostenibile ricatto dei potentati locali. O, infine, alle rivolte del “popolo”, le rivolte antisistema in cui si intrecciano farsa e tragedia: non era ieri, era il 2012 quando scoppiava il movimento dei Forconi in Sicilia, o la prima affermazione di Grillo. Priva di potere reale, alla politica non restava che l’alternativa tragica tra intermediazione impropria e populismo, anche di sinistra. Al Sud è già stata anticipata, e degradata nella pratica, la teoria del “populismo democratico”, e fenomeni à la De Magistris non sembrano aver prodotto né classe dirigente né popolo, né cultura politica né capacità di governo.

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Scritto da
Peppe Provenzano

Siciliano, nato nel 1982. Laureato e dottorato a Pisa alla Scuola Superiore Sant'Anna. Democratico, di sinistra. Collabora con quotidiani e riviste. Lavora a Roma, alla SVIMEZ, dove si occupa di problemi e politiche dello sviluppo del Sud, in Italia e in Europa.

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