Uno sguardo da Sud: crisi, disuguaglianze, cultura politica
- 14 Gennaio 2017

Uno sguardo da Sud: crisi, disuguaglianze, cultura politica

Scritto da Peppe Provenzano

14 minuti di lettura

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La cultura politica e le sfide che vengono da Sud

6. Ritessere una trama che tenga insieme tutti questi elementi è la sfida. Non serve solo una visione, un ideale regolativo di società che possa resuscitare le passioni popolari, come ci dice Axel Honneth a proposito del socialismo, e ripoliticizzare pezzi di società che vivono nella rassegnazione, o anche alle frontiere dell’innovazione, noncuranti degli elementi di socialità di cui non avvertono la responsabilità, o che sperimentano, in forma privata, nuove forme della socialità. Serve anche la forza di riscoprire il mestiere di governare i processi, di attivare leve pubbliche, strumenti di intervento nell’economia e nella società. Una sinistra, per dirla con Salvatore Biasco, che identifichi se stessa come la via d’uscita dalla crisi. Insomma, serve prima di tutto la politica, ma servono con altrettanta urgenza le politiche.

Non solo politiche redistributive, di funzionamento delle istituzioni, di rilancio di uno Stato sociale (invertendo la deriva verso uno Stato penale che si limita a reprimere ciò che non riesce ad integrare). Ma l’attivazione di quell’insieme di strumenti pubblici di intervento nell’economia che si pongano il tema dei meccanismi di produzione, dei modelli di specializzazione, per valorizzare e generare lavoro buono. Anche in questo il Sud è interessante: le politiche pubbliche sono state cruciali nelle dinamiche di convergenza e divergenza. La loro qualità contribuisce a plasmare classi dirigenti e cultura politica. Del resto, cosa distingue una classe dirigente se non propriamente le scelte che compie? E cosa ha determinato la crisi di credibilità, specie a sinistra, se non esattamente aver subito l’ideologia del “non c’è alternativa”?

Il governo della complessità richiede una competenza, una professionalità maturata in un processo di formazione inclusivo a cui deve seguire la selezione e la legittimazione nelle organizzazioni sociali. Richiede partiti, élite autonome, catene di comando, senza le quali la classe politica, per quanto “popolare” sia, è esposta ad una subalternità reale rispetto ai portatori di conoscenze tecniche, alle burocrazie pubbliche e private, neutrali per cultura politica e referenti sociali.

7. Quest’ultimo argomento ci riporta all’Europa, a quel processo di integrazione europea che, per come è stato condotto dal 1992 ad oggi, ha contribuito in misura decisiva, soprattutto in Italia ma non solo, alla crisi della politica e delle classi dirigenti. La prospettiva del Sud è interessante anche stavolta. La governance economica europea ha determinato (insieme, ovviamente, a ragioni tutte interne) l’impossibilità di mettere in campo politiche di sviluppo in grado di innescare una convergenza tra le aree e di invertire il lungo declino dell’intera economia nazionale. E questo non poteva certo essere corretto dalle politiche di coesione che sono uno strumento troppo “debole”. Anzi, la ricerca dell’europeizzazione alla soluzione al problema meridionale si è tradotta in una sostanziale esternalizzazione, che ha ulteriormente indebolito le ragioni della politica, delle istituzioni, dello Stato. Era del resto quasi inevitabile, il frutto avvelenato della teoria del “vincolo esterno” per la modernizzazione del Paese che ha accompagnato il processo, e che si diffuse anche nella “meglio classe dirigente” di sinistra dall’inizio degli anni Novanta. Ma nel migliore dei casi sarebbe stata, per usare una categoria suggestiva, una modernizzazione “passiva”. Se c’è un “vincolo esterno”, certo, non serve un popolo ma nemmeno una classe dirigente. È questo che ha privato la prospettiva europea – pur decisiva – di un apporto di pensiero e battaglia politica, anche critica e conflittuale, che avrebbe potuto correggere gli errori che oggi tutti sono pronti a riconoscere e che non avrebbe determinato, nel bel mezzo della crisi, il “trionfo delle idee fallite”.

8. La dimensione del conflitto, rimosso dalla politica e dalla sinistra che si disse a vocazione maggioritaria, è esattamente quella dove si situano le nuove linee di frattura sociale, da ripercorrere per ricostruire i legami di un vasto mondo escluso dal privilegio e dalla rendita, per riaffermarne la dignità sociale, non solo degli ultimi e penultimi, ma anche dei “capaci e meritevoli” che incontrano ostacoli al “pieno sviluppo delle persona” e alla “partecipazione alla vita pubblica”.

Ed è un compito arduo, perché linee di frattura sono difficili da marcare, prima che da percorrere: perché il 99% non è mai il 99% e “la maggioranza invisibile” è molte cose, forse troppe, spesso in contrasto tra loro. Tessere legami, dare ad essi una forma politica, comporre un nuovo “blocco” di riferimento, un fronte ampio. Dopo una crisi che è stata una guerra, si sarebbe potuto fare, e non si è fatto, al Sud come altrove.

Credo che sia ancora questa la sfida a cui siamo chiamati. Ma bisogna abbandonare il vizio di coltivare quello che Freud definì il “narcisismo delle piccole differenze”. La sinistra, nella chiarezza della discussione, a cui speriamo che la giornata di oggi possa contribuire, ha il dovere storico di trovare una sua unità, nel popolo e con il popolo. E bisogna abbandonare gli idola che stancamente ci trasciniamo da decenni: la contrapposizione tra vecchio e nuovo, al posto di quella, sempre più attuale, tra giusto e ingiusto. Bisogna calarsi più a fondo nelle fratture, per accorgersi che la divaricazione tra i destini delle persone risale alla vita quotidiana. La ritrovata coscienza dei bisogni sociali non è riuscita ancora a diventare prossimità alle vite degli altri, degli offesi. Parlare con una lingua “viva”: non essere populisti, essere popolari, che è più difficile. Serve “umiltà”, quella di cui parla Franco Cassano in una sua straordinaria rilettura della Leggenda del Grande Inquisitore. E non per dire che “il popolo ha sempre ragione”, ma per riuscire ad accostarsi alle “zone grigie”, e condurvi una battaglia politica, sociale e culturale, che parta dalla piena responsabilizzazione di ampie fasce della società, per sottrarle al gioco delle consorterie. Una prossimità che la politica mediatica, e quella senza mediazioni, non può avere. È da qui che nasce la capacità di organizzare e rappresentare interessi collettivi.

È un compito che chiama direttamente in causa una nuova generazione di intellettuali politici. Altre volte nella storia è accaduto. Penso al ruolo che nel Mezzogiorno del dopoguerra ebbero quei giovani intellettuali che diedero voce e forma al movimento contadino. Oggi, peraltro, sono questi stessi giovani spesso a vivere la questione sociale. Riscoprire un “apostolato civile”, nelle organizzazioni sociali, nei sindacati, nei luoghi reali e virtuali dove si svolge la vita, crescono disagi e nuove idee. È l’antico esempio, a cui accostarsi con una rinnovata etica nella vita quotidiana e nella vita attiva, per recuperare forza e credibilità alla politica. Una politica in cui, parafrasando Vincenzo Cuoco, tornino a valere i princìpi e non solo i prìncipi. In cui si possa dare valore anche a quello che i soldi non possono comprare.

Sono tempi interessanti, è un mondo interessante, che vale la pena di conoscere a fondo e provare a trasformare. O almeno provarci con un pezzo. Alla nostra generazione tocca di tirare fuori il Paese dalla più grande crisi che abbia mai conosciuto – una crisi che non è mai solo economica, ma è sempre anche civile, sociale, democratica – ed è un’impresa non meno alta di quelle su cui si è fondata la nostra Repubblica, per cui vale la pena di compiere nuove scelte di vita.


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Scritto da
Peppe Provenzano

Siciliano, nato nel 1982. Laureato e dottorato a Pisa alla Scuola Superiore Sant'Anna. Democratico, di sinistra. Collabora con quotidiani e riviste. Lavora a Roma, alla SVIMEZ, dove si occupa di problemi e politiche dello sviluppo del Sud, in Italia e in Europa.

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