Sulla nuova via della seta: la Belt and Road Initiative tra economia e strategia

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La via della seta come strategia globale

La volontà di abbracciare l’intero globo in un’unica “cintura” è stata resa nota durante il primo Forum per la cooperazione internazionale della Belt and road initiative svoltosi a Pechino il 14 e 15 maggio 2017. La convention, pubblicizzata da un entusiasta Xi Jinping, ha coinvolto 29 leader internazionali e accolto 1.200 rappresentanti da 110 Paesi. I dettagli presentati al Forum, hanno cercato di rendere più concreta la propaganda cinese fatta nei mesi precedenti, e hanno dato prova dell’indiscutibile ampiezza del progetto. 65 Paesi interconnessi, 70% della popolazione mondiale coinvolta dalle iniziative, un budget complessivo, stimato, di 1.000-1.400 miliardi e un volume di merci scambiato pari a 913 miliardi di dollari, hanno definitivamente candidano la BRI a “progetto del secolo”.

Da dove arrivano, però, questi ingenti capitali? La disponibilità monetaria della Cina è la carta vincente per la totale riuscita? Rispondere a queste domande presuppone il libero accesso a documenti aggiornati e chiari, e, purtroppo, la trasparenza non è tra le caratteristiche principali degli operatori finanziari cinesi. Andiamo per gradi: per sostenere una tale quantità di investimenti la Cina ha creato il Silk Road Fund, il cui tesoretto ammonta complessivamente a circa 55 miliardi di dollari. La China Development Bank e la China Exim Bank emetteranno un prestito di circa 36 e 19 miliardi di dollari per sostenere la cooperazione con i paesi coinvolti. A questo bisogna poi aggiungere i contributi della Asian Development Bank e della New Development Bank che hanno messo a disposizione rispettivamente 100miliardi di dollari. Tra il 2014 e il 2017 circa 50 imprese cinesi hanno investito più di 50 miliardi di dollari, intervenendo in più di 1700 progetti collegati alla BRI e contribuendo, in parte, alla creazione di 56 zone di cooperazione economica e commerciale.

Nonostante queste cifre, però, il progetto rischia di non avere sostenibilità finanziaria. La strategia di Pechino, una volta presentati i progetti, è in linea generale quella di farli finanziare, con una quota maggioritaria, ai governi nazionali. In questo modo il rischio di insolvenza potrebbe essere dietro l’angolo e, considerando l’alto numero di paesi coinvolti, il rischio di generare un effetto domino del mancato ritorno dell’investimento e abbastanza alto. Le critiche mosse a Pechino riguardano proprio questo versante. Spesso i paesi, molti dei quali in situazioni economiche non proprio ottimali, percepiscono la stipula degli accordi di cooperazione come l’inizio di un processo di indebitamento che non riusciranno mai a gestire.

L’estrema fiducia di Pechino nel progetto, descritto come una “sinfonia” tra i paesi partner, ha alcune zona d’ombra da rischiarare. La presentazione degli accordi come una strategia win-win per entrambi i firmatari, non è del tutto condivisa, soprattutto dai paesi dell’Europa, preoccupati dell’enorme flusso di merci, non sempre controllate in origine, e dei differenti standard qualitativi per quanto riguarda le costruzioni infrastrutturali. Sicuramente i benefici di un mondo maggiormente interconnesso sono notevoli sia in termini economici, considerando il potenziale volume di scambio culturale e commerciale, sia in termini geopolitici, se si tiene conto della dell’armonia, usando una parola tanto cara ai cinesi, che dovrebbe regnare sovrana tra “soci”; ma è difficile non considerare la storica reticenza cinese a condividere informazioni strategiche per il Paese, quando bisogna calcolare gli effettivi guadagni di una tale “joint venture”. In vista del secondo Forum della BRI nel 2019, una rivalutazione, al netto dell’ottimismo cinese, dei parametri qualitativi delle opere, degli obiettivi della strategia e degli strumenti disponibili, è sicuramente la strada migliore da percorrere, considerando che forse, un’iniziativa di tale portata potrebbe essere troppo grande anche per un gigante come la Cina.

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Ha studiato lingua cinese all'Università Ca’ Foscari di Venezia, dove si è specializzata in Relazioni Internazionali Comparate. Ha frequentato a Roma un master su Geopolitica e Sicurezza Globale e un corso di specializzazione in Diritto dell’Energia presso la LUISS Guido Carli. Presso la Business School del Sole 24 ore ha frequentato un Master in Management dell’Energia e dell’Ambiente. Attualmente svolge uno stage a Milano presso MGP&Partners.

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