Sulle spalle dei giganti: Adriano Olivetti
- 06 Aprile 2021

Sulle spalle dei giganti: Adriano Olivetti

Scritto da Davide Cadeddu

5 minuti di lettura

Centoventi anni fa nasceva il più originale teorico italiano della politica del ventesimo secolo. Era l’11 aprile del 1901 e Adriano Olivetti vedeva la luce a Ivrea, in un remoto angolo di Piemonte, lontano tanto dalla Torino della neonata FIAT, quanto dalla Milano dell’appena scomparso Giuseppe Verdi.

Al fine di celebrare questa importante ricorrenza, le Edizioni di Comunità hanno programmato la ristampa delle opere con cui il pensiero politico di Olivetti prese forma negli anni Quaranta e Cinquanta. Saranno presto nelle librerie, con nuova veste editoriale, sia L’ordine politico delle Comunità, sia Società Stato Comunità, sia Città dell’uomo. La prima è il fondamentale progetto di riforma costituzionale, elaborato durante la Seconda guerra mondiale, che definì in modo coerente le linee guida della politica riformatrice dell’autore. La seconda, pubblicata nel lontano 1952 e da allora mai più riedita, sebbene fosse più importante e complessa teoricamente di Città dell’uomo, reca nella nuova edizione una sorpresa: l’attribuzione dell’introduzione, originariamente anonima, a una personalità nota come Geno Pampaloni. La terza opera apparve per la prima volta tra il gennaio e il marzo del 1960, introdotta dallo stesso Pampaloni con il saggio Un’idea di vita, in corrispondenza della notizia della morte prematura di Olivetti. Fu accolta, naturalmente, come il lascito ideale di una azione politica che, con il Movimento Comunità, si concludeva e l’ispirazione profonda di un’azione culturale che, con la creazione della Fondazione Adriano Olivetti nel 1962, proseguiva.

Quasi a voler accompagnare questo anniversario e questa iniziativa editoriale, le Edizioni di Comunità hanno offerto al pubblico italiano una gemma autobiografica finora sconosciuta, cui è stato attribuito il titolo evocativo di Il Dente del Gigante. Si tratta di una intervista, realizzata pochi mesi prima della scomparsa di Adriano Olivetti da un anonimo ricercatore, tutto intento a raccogliere le testimonianze di alcuni industriali italiani illustri, allo scopo di pubblicare un libro che sembra non abbia mai visto le stampe. In questo opuscolo di considerazioni professionali e confidenze private, Olivetti svela tratti della sua personalità e della sua quotidianità come mai era accaduto prima. L’impegno imprenditoriale, l’attività culturale e l’elaborazione teorico-politica trovano, grazie a queste pagine, una dimensione e una semplicità umane che ricollocano, fuori dalla leggenda e dalla mitografia, la reale vita di una personalità eccezionale.

L’incipit dell’intervista è rivolto alla formazione e alle differenti tipologie di dirigente industriale. Olivetti evita la risposta diretta a una domanda che cerca il confronto esplicito tra lui e Vittorio Valletta, per spostare l’attenzione su suo padre Camillo e, poi, successivamente sulla trasformazione progressiva dei sistemi gestionali di una fabbrica. Si percepiscono gli echi delle sue riflessioni sull’organizzazione scientifica del lavoro e di quella preoccupazione che egli manifesta anche in politica, affinché le dinamiche empiriche si trasformino in processi automatici, garantiti dall’organizzazione e dall’istituzionalizzazione della prassi. Olivetti accenna rapidamente alla propria esperienza americana negli anni Venti, al panorama formativo italiano e all’innovazione introdotta con la creazione nel 1952 dell’IPSOA, l’Istituto di perfezionamento in scienze dell’organizzazione aziendale con sede a Torino. Si sofferma in particolare sulle differenze tra gli industriali americani e quelli italiani, sulle abitudini manageriali improntate al dialogo orizzontale, sulla differente cultura d’impresa. Menziona il nome di Alberto Pirelli come il primo industriale italiano capace di apprezzare davvero il valore della scienza e della cultura: «è stato l’industriale più colto che abbiamo avuto in Italia». Si arriva, infine, a parlare delle macchine elettroniche, per le quali si può competere alla pari con le imprese degli Stati Uniti, grazie al fatto che anche lì sono recenti e gli strumenti tecnici permettono di colmare eventuali mancanze iniziali.

La parte più affascinante dell’intervista, tuttavia, è quella finale. Dopo aver fatto cenno alla necessità di un processo continuo di “riorganizzazione dell’organizzazione”, svela di credere in «un intuito dominante nelle cose, che ha la sua incredibile importanza: quando qualcosa è destinata ad andare bene, va bene con una certa facilità». Confida l’errore, continuamente commesso, di evitare a Ivrea i sopralluoghi personali in una fabbrica diventata ormai troppo grande. Preferisce, in effetti, passare sia la mattina (dalle nove e mezza, per quattro ore) sia il pomeriggio (dalle tre e mezza, per cinque ore) a lavorare al tavolo: «sono un uomo da tavolino». A pranzo, però, e la sera, e nei fine settimana, di fabbrica non vuole proprio parlare. Ricorda di aver cambiato abitudine nel 1934, all’indomani di una serie di arresti di ingegneri appartenenti a Giustizia e Libertà, quando capì che il mondo esterno alla fabbrica è capace di creare problemi anche se ci cerca di evitarli o ignorarli.

L’attività lavorativa è intensa e molteplici sono le responsabilità. I momenti di riposo, pertanto, sono fondamentali e, ad agosto, Olivetti cerca di passare in vacanza trenta giorni pieni, concedendosi altri due intervalli di sosta stagionali: all’inizio o alla fine di dicembre e tra aprile e maggio: «insomma, dopo tre o quattro mesi di lavoro non sono più in condizione di resistere». Le destinazioni preferite da giovane erano in montagna, mentre ora si reca al mare: l’isola d’Ischia e Forte dei Marmi sono le località che conosce meglio. Anche i viaggi all’estero per ragioni di lavoro costituiscono, in realtà, momenti in cui può almeno in parte riposare. C’è poi il tempo libero, che aiuta a rendere meno frenetici gli impegni settimanali, legati alle varie attività di cui egli si occupa. In passato, fino a circa l’età di cinquanta anni, ha praticato l’alpinismo. Da giovane ha persino raggiunto il Dente del Gigante, guglia granitica imponente, alta 140 metri, che supera di poco i 4.000 metri, sul massiccio del Monte Bianco. Con il tempo, la salute meno salda e gli impegni più intensi lo hanno portato a praticare sempre di più lo sci e, infine, aggiunge con ironia, a frequentare il «cinematografo» (dove, più avanti precisa, in fin dei conti va ben poco).

Durante i mesi di lavoro, muovendosi tra Ivrea e Roma, l’attività fisica è nulla, anche perché una semplice passeggiata può comportare frequenti colloqui con le numerose persone conosciute: «se andassi a piedi sarei fermato ogni venti passi» e «sarebbe giusto chiacchierare un po’ con ognuna di loro». Di musica confida di non essersi mai occupato e di non ascoltarla mai. La televisione, invece, la guarda «spesso», secondo un parametro da anni Cinquanta: «più o meno due volte alla settimana». In ogni caso, non è particolarmente eccitante il suo effetto, visto che dopo un’ora si addormenta. Sono più le parole a interessarlo. Le sere, sempre libere da qualunque impegno intellettuale, sono dedicate alla conversazione con conoscenti. Qualora scrivesse o leggesse o traducesse, infatti, l’insonnia prenderebbe il sopravvento. È l’attività intellettuale, legata alla casa editrice, che lo impegna principalmente. A questo riguardo, afferma di aver lavorato nell’inverno, tra le tre e le cinque del pomeriggio, soprattutto a Roma, alla sistemazione delle bozze del libro che sarebbe stato pubblicato nel 1960 con il titolo Città dell’uomo. Precisa, quindi, di non dedicarsi alla gestione della rivista «Comunità», bensì alla selezione di tutto ciò che appare per le Edizioni di Comunità, senza analizzare, ovviamente, «tutti i capitoli di ogni libro che pubblico». La struttura della casa editrice è semplice: egli legge i libri, un collaboratore sistema le bozze e un amministratore gestisce la parte economica dell’impresa.

La parte finale dell’intervista è rivolta agli affetti. Olivetti è consapevole che il suo ritmo di lavoro e il suo sistema di vita lo inducano a essere spesso solo. Ha, sì, un amico a Roma, che vede però sempre meno. E con un velo di amarezza conclude: «sono sempre più isolato». Il tono delle affermazioni riprende vivacità nel momento in cui parla della famiglia, del trentunenne figlio Roberto, che ha «un’energia di ferro» e, residente a Ivrea, ha in mano la direzione amministrativa, dopo aver studiato alla Bocconi di Milano, ad Harvard e alla American Management Association. È figlio della prima moglie Paola Levi, insieme alle sorelle Lidia, che si trova a Milano, e Anna, che si trova a Firenze con la madre. Prima di parlare di Roberto, è alla moglie Maria Grazia Galletti che dedica attenzione, ricordando la ditta di moda per bambini che ella dirige, e segnatamente alla figlia Laura Adriana, che ha otto anni e mezzo, «somiglia alla madre» e «ha il carattere di mio padre».

Per Adriano Olivetti, questa bambina è una sorta di svago, una distrazione piacevole, che lo induce a non separarsene mai, quando ha momenti di vacanza anche brevi: «è molto vivace, è una bambina che dà qualche cosa; non è che la si porta in giro così, come se niente fosse». Sarebbe diventata presidente della Fondazione Adriano Olivetti, dal 1997 fino alla prematura scomparsa nel 2015. Proprio nella mattina del giorno dell’intervista ha ricevuto la cresima. È il 17 maggio del 1959 (come recitano i Registri parrocchiali della Parrocchia di San Grato vescovo di Ivrea, consultati gentilmente, su mia richiesta, da don Giuseppe Duretto). Il dialogo tra Olivetti e l’intervistatore si è svolto nella casa di famiglia, unica proprietà personale. I soldi, infatti, sono stati investiti tutti in cultura, nei «libri» e nei «centri comunitari».

Scritto da
Davide Cadeddu

Professore di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano. Ha curato la nuova edizione di Adriano Olivetti, “L’ordine politico delle Comunità” (Edizioni di Comunità 2021) e “Società Stato Comunità” (Edizioni di Comunità 2021). È autore, tra l’altro, di “Reimagining Democracy: On the Political Project of Adriano Olivetti” (Springer 2012) e, in corso di stampa, “Towards and Beyond the Italian Republic: Adriano Olivetti’s Vision of Politics” (Palgrave Macmillan 2021).

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