Tante migrazioni, una migrazione. Dai circassi ai siriani
- 25 Aprile 2016

Tante migrazioni, una migrazione. Dai circassi ai siriani

Scritto da Gabriele Sirtori

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Le migrazioni di ieri e quelle di oggi

Al giorno d’oggi il problema principale e irrisolvibile legato alle migrazioni dei profughi siriani e nordafricani è gestirne l’inserimento nella realtà europea: come distribuirli? Cosa farne? L’impero Ottomano la risolse così: sfruttò l’occasione di queste migrazioni per indebolire quelle regioni dell’impero popolate da minoranze, quelle regioni cioè in cui la presenza turcofona o musulmana era scarsa: i Balcani, l’Anatolia dell’Est, la Siria. Impose così ai popoli di quelle zone (Slavi, Curdi, Armeni, Arabi) di fornire vitto e alloggio in misura di uno sfollato ogni 4 abitanti. Fu una manovra politica e strategica. Fu una scelta pensata a tavolino per colpire quelle zone dell’impero dove più facilmente potevano raccogliersi, ed effettivamente ciò stava succedendo, le forze che avrebbero potuto mettere in discussione il potere centrale: così facendo gli strateghi ottomani ottennero un impoverimento e un indebolimento di quelle regioni e i loro abitanti, concentrati tutti gli sforzi nella gestione di questa emergenza, rivolsero i propri malumori non tanto contro la Sublime Porta e le sue decisioni quanto contro i Circassi stessi, ulteriori bocche da sfamare in territori già scarsi di risorse. La gestione dei nuovi arrivi prende sempre energie e risorse non solo economiche a chi li accoglie, era chiaro allora come lo è oggi nei palazzi europei. Se il ricollocamento dei profughi di allora fu programmato tenendo conto di questo fatto in chiave strategica in un quadro imperiale, oggi la decisione di chiudere le frontiere verso il Nord nell’ambito delle migrazioni attuali è presa per ragioni di comodo da parte dei singoli Stati. Ragionamento cinico, grave, ma tutto sommato comprensibile: la cosa cambia notevolmente nel momento in cui l’UE o approvi o incoraggi politiche del genere. In tal caso si tratterebbe di una politica sfrontatamente anticomunitaria, quasi imperialista nel momento in cui le regioni che al momento si trovano in posizioni di potere decidano di favorire alcune zone piuttosto che altre, in una dialettica nord-sud che lasci ricchezza e potere ai primi a discapito dei secondi. Dico, sarebbe gravissimo. E forse sbaglio nell’usare il condizionale.

Ma per quanto i profughi di oggi possano risultarci problematici, quelli di allora lo erano forse in misura maggiore, se non altro per una certa loro usanza stridente con il panorama in cui erano inseriti. Mi riferisco all’uso della razzia, vagamente accettata in ambiente caucasico, in Anatolia, come anche da noi ora, era considerata qualcosa di molto peggiore del furto. I circassi iniziarono a essere definiti banditi per antonomasia e gli scontri tra “immigrati” e “locali” proseguirono per anni fino ad acuirsi negli anni ’80 e durane la Prima Guerra Mondiale. In questo periodo la politica etnica ottomana in favore dell’etnia turca divenne ancora più radicale (il momento topico fu il genocidio Armeno del 1915-6) e i caucasici circassi, annoverati come musulmani turcofoni di origine turca, furono preferiti sulle popolazioni storicamente presenti di arabi, armeni, curdi, balcanici. Le vittime si tramutarono in carnefici.

Sebbene non dappertutto la divisione fra nuovi arrivati e locali fu così netta (già infatti dalla seconda generazione si poterono osservare matrimoni misti), in alcuni territori i Circassi si isolarono e crearono comunità endogamiche che resistettero fino ad oggi. In Siria ad esempio si trovano alcuni villaggi circassi nel governatorato di Homs oltre alle comunità presenti nelle città di Khanasir e Manbij nei dintorni Nord di Aleppo. O perlomeno lì si trovavano prima della guerra civile. È infatti molto probabile che molti dei discendenti degli antichi migranti caucasici siano ora in viaggio lungo le strade balcaniche diretti verso l’Europa, o di nuovo intenti ad attraversare un mare, o accampati alla bene e meglio in un campo profughi. Sono l’anello di congiunzione simbolico tra eventi passati e attualità, tra le migrazioni di ieri e quelle dell’oggi: ci mostrano che grandi spostamenti non sono eventi straordinari, ma elementi costanti nel panorama storico, specie nella dialettica delle minoranze. La somma delle migrazioni fanno un’unica grande migrazione che dura da quando esiste la storia: volontaria o meno essa è sempre dettata da fattori esterni opprimenti che di qualsiasi tipo si presentano con frequenza. Ma sebbene sia una costante, ancora non si è imparato a gestirla adeguatamente. Oppure, ma questa è solo un’ipotesi, non lo si è voluto fare.


1 – “There I saw one I knew, and stopped him, crying: “Stetson! You who were with me in the ships at Mylae!””, T. S. Eliot, The Waste Land, 1922.


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Scritto da
Gabriele Sirtori

Nato a Lecco nel 1996, studente di arabo e persiano, ha passato gli ultimi 3 anni tra Iran, Egitto, Libano, Kurdistan (iraniano) e il Veneto. Ha seguito corsi presso l'Università Ferdowsi di Mashhad, Iran. È studente del terzo anno presso l'Università Ca Foscari di Venezia.

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