Il tarifazo di Macri: una nuova delusione per l’Argentina

Macri

Pubblichiamo, assieme all’intervista a Delia Giovanola, anche questo reportage inviatoci dall’autore Alessandro Leone che descrive le misure economiche prese dal nuovo presidente argentino Mauricio Macri, accompagnandole con un resoconto di alcune reazioni e commenti raccolte tra la popolazione argentina.


Da poco la Repubblica Argentina ha festeggiato il bicentenario dall’indipendenza dalla corona spagnola. La sua storia fin da quel momento si presenta come un’alternanza di riprese e cadute: se il mito dell’“Argentina potencia” ritorna sistematicamente ad ogni miglioramento, subito una nuova crisi, una nuova inflazione si presenta assieme alle tensioni sociali che ne scaturiscono.

Già nel 1816, quando fu proclamata l’effettiva indipendenza, a sei anni dal primo congresso di Tucuman, l’Argentina si trovava a fronteggiare la perdita delle risorse minerarie del Potosì (successivamente Bolivia). Fu, indirettamente, la fortuna di Buenos Aires, che con le esportazioni di grano raggiunse un PIL simile a quello delle grandi potenze europee (più di 3000 dollari), attestandosi tra le prime cinque al mondo. Secondo Roberto Galasso, storiografo peronista tra i più rispettati in Argentina, “il processo di indipendenza si tramutò in dipendenza quando fummo dominati da capitali stranieri. Dopo il 1816 eravamo una colonia agricola vincolata al commercio britannico. Dopo la prima guerra mondiale e, ancora di più, dopo la seconda, questo ruolo l’occupò l’Unione Europea”. Parte di questa dipendenza britannica risiedeva nel sentimento anti-ispanico esploso come rivendicazione dell’identità oppressa dal potere coloniale. Nonostante tutto, fu in quel contesto produttivo che si diffuse il mito dell’“Argentina potencia”.

Questo sogno sulla possibilità di competere con le grandi potenze mondiali si infranse, secondo Orlando Ferreres, dopo il golpe ad Hipolito Yrigoyen nel 1930 “che fu una rottura istituzionale molto grande e l’Argentina smise di essere credibile per il capitale. Eravamo un sistema elettivo repubblicano e arrivò un militare che disse: “Ora ci sono io”. Dopo questo episodio la corruzione elettorale dilagò e il capitale cominciò ad uscire dal paese”.

Ma se l’Argentina era ancora accompagnata in queste crisi della prima parte del secolo da una crisi più generale, quella del ’29 e quelle scaturite dalle due guerre mondiali, la situazione peggiorò dal ‘44 in poi quando l’inflazione si attestò mediamente al 70,4% e il paese subì due iper-inflazioni. A poco servirono le momentanee riprese dei governi Perón, con la nazionalizzazione delle industrie nazionali o del governo di Nestor Kirchner grazie al boom delle materie prime, perché la crisi si ripresentò puntuale a seguito di ogni periodo di prosperità.

Eppure gli argentini ci cascano continuamente. Ogni nuovo presidente viene visto come possibile artefice un nuovo ciclo e come portatore della promessa di eliminare la corruzione e di restituire al popolo un’unica identità sotto cui identificarsi. In seguito però questa speranza finisce per rivelarsi fallimentare. Sta avvenendo lo stesso anche con Mauricio Macri, come si può notare passeggiando per le strade di Buenos Aires e guardando le cose attraverso gli occhi della gente, le loro parole e la loro rassegnazione. Il partito di Macri, “Cambiemos”, ha battuto al ballottaggio il candidato peronista Daniel Scioli con 51,42% dei voti contro il 48,58% dell’avversario: una maggioranza risicata. Ha ottenuto particolare successo nella capitale, Buenos Aires, unica città autonoma di una repubblica federale di 42 milioni divisa in 23 province. Macri ha ereditato gli scandali di corruzione (si parlava della vendita di alcune cariche e del classico nepotismo) del governo di Cristina, moglie di Nestor, ed ha promesso di riunire gli argentini sotto un’unica bandiera ma, soprattutto, di restituire loro un paese competitivo. Non ci sta riuscendo e questo è ciò che il popolo argentino gli rimprovera all’unanimità. Certo, l’Argentina di fatto non è in guerra: è un’esperienza che il paese ha già vissuto e sa cosa significa. Gli argentini non vogliono commettere lo stesso errore e fornire terreno per un’eventuale nuova dittatura. Ma la delusione è grande. Eppure in Macrì si incarnava il perfetto sogno (sud)americano: è discendente di calabresi emigrati, distintisi imprenditorialmente nel nuovo paese. A Mauricio Macri manca, probabilmente, il sentimento del dovere, che non ha ereditato dal padre Franco, a differenza del patrimonio.

La rabbia dei porteños condanna coralmente il forte aumento delle tasse e delle tariffe a tutti i livelli. Il gas ha raggiunto in alcuni casi il 1000% di incremento in zone come la Patagonia, sicuramente più bisognose di riscaldamento, ma anche l’area di Buenos Aires ha accusato il colpo. Macri si difende sostenendo che in nessun paese del mondo si paga il gas così poco, raccontando aneddoti come quello di un uomo che aveva incontrato, che in pieno inverno si muoveva in casa in maglietta e infradito. Tuttavia, l’aumento è stato talmente rilevante e improvviso (in pochi mesi di governo) da far intervenire la Corte Suprema, ancora in attesa delle “ragioni sociali ed economiche” di questo provvedimento.

A ciò si aggiunge l’aumento dell’acqua del 370% nella zona di copertura dell’AySA (Agua y saneamientos Argentinos Sociedad Anonima) che lavora nell’area della capitale e del suo cinturón metropolitano (circa ¼ della popolazione totale), l’aumento del costo del trasporto pubblico (un biglietto per il colectivo, il bus urbano da 3 a 6 pesos, per il treno urbano da 2 a 4 pesos e per il subte, cioè la metropolitana da 5 a 7,50 pesos), l’aumento della benzina (0,88 pesos in più) e del diesel (0,8 pesos in più).

Tra le prime voci raccolte c’è quella di Luís, che lavora per la sicurezza in uno degli svariati McDonald’s della capitale. È un uomo attempato, scuro e sicuramente tediato dalla monotonia del suo lavoro. Alla domanda “Cosa ne pensi di Macri?” improvvisamente riacquista colore e si sfoga: “Innanzitutto, io sono peronista, ma uno di quelli veri, di vecchio stampo. Comunque tu pensa (mano sulla spalla, NdA), Macri ha aumentato le tasse su ogni cosa ma ha lasciato i salari bassi. Io prendo 12000 pesos al mese, spiegami come devo comportarmi con tre figli al seguito. Anche la carne, il latte, la verdura, tutti i prodotti basilari sono aumentati di prezzo. Se già il latte costa 160 pesos io come devo fare?.”

Sull’autobus 29, che porta a La Boca, c’è un signore che somiglia a Jorge Luís Borges. Si chiama Mariano, guarda tutti con sospetto ma sentendo citare il nome del suo presidente quasi si alza in piedi, pur non riuscendoci, e alza la voce: “Macri appartiene alla classe alta, ci farà passare l’inferno.” Romina, insegnante, nota il mio taccuino e interviene: “Siamo passati da un estremo all’altro, da troppe sovvenzioni per gente che non ha voglia di lavorare a poche. In questo paese bisogna diffondere la cultura dell’educazione e soprattutto questa deve essere accessibile a tutti. I servizi basilari, compresa l’educazione, sono troppo costosi ma lo stato continua a spendere invece per il calcio. In questo paese si pensa troppo al calcio.” Pochi giorni prima infatti, Messi si era ritirato dalla selección argentina e le televisioni non parlavano d’altro.

Carlo, un poliziotto fermo ad aspettare il bus, oltre ad essere l’unico a riconoscere le difficoltà del presidente, è stato anche l’unico addetto alla sicurezza che ha accettato di rispondere: “Non sono d’accordo con la sua politica ma ha dovuto ereditare la corruzione di Cristina.” Di fianco a lui, Cristiano e Facundo, che appaiono come classici studenti adirati con la classe politica, rispondono: “Mah, sono tutti uguali. Però almeno con Cristina c’era più lavoro.”

Proprio quest’ultimo punto, l’occupazione, è l’altro nodo dolente della politica neo-liberale macrista. Da quando è al governo ha aperto alle importazioni cinesi costringendo molte fabbriche a chiudere. Ci sono cinquantamila disoccupati e 1.400.000 poveri in più. Maximilian, che studia economia, mentre passeggia a Palermo, il suo quartiere, indica i clochard sentenziando: “Ora, per colpa di Macri ce ne sono molti di più” poi fugge via in escandescenza. Ma se ci si sposta più a sud, nei quartieri che Evita Perón osserva dall’Avenida 9 de Julio sorridendo e per cui si elevò alla figura di protettrice, il tema diviene ancora più sentito. Nella Boca, sede della squadra di cui Macri è stato presidente nell’era dei maggiori successi (non a caso alcuni lo paragonano a Berlusconi) ci si aspetterebbe un degno apprezzamento ma presto ci si rende conto che il maggior risentimento proviene proprio dai suoi (ex) tifosi.

Federico è proprietario di una delle tante botteghe dedicate al merchandise del Boca Juniors ed è testimone del fallimento di alcuni suoi colleghi: “Avevo fiducia in Macri ma man mano che le tasse aumentavano l’ho persa. Molti locali hanno chiuso, io no perché per fortuna non sono in affitto.” Dirigendosi verso il Caminito, immersi nei colori fiammeggianti dell’architettura post-coloniale, ci si può imbattere facilmente in Batista, commerciante e Gustavo, neo senzatetto, che ogni giorno si incontrano allo stesso posto. Sono entrambi sdentati, portano vestiti sudici e strappati. In particolare Batista ha un dente di ferro, gli altri sono neri. Anche loro confermano le parole di Federico: “Se aumenti le tasse, i prezzi e lasci i salari invariati, la gente non compra più quello che offriamo noi: ecco perché qui si chiude. Se uno deve spendere lo stesso quantitativo di soldi per la verdura e la carne, perché dovrebbe comprare gli utensili che vendo io?”. Poco più avanti, si arriva nella zona commerciale del quartiere dove piccoli centri, come il Punto Caminito 2, offrono una discreta rosa di stand con prodotti tipici e souvenir per turisti. All’interno, Doris e sua figlia vendono in assoluto il mate più economico di tutto il quartiere. Doris, una matrona dai tratti indios sempre sorridente, alla domanda su Macri si sforza di mostrarsi solare di fronte al cliente anche se i suoi occhi puntano a terra per impedire che la chiara smorfia di dolore trapeli. Lei forse è l’emblema dei piccoli bottegai della Boca che hanno sperimentato sulla propria pelle gli effetti dell’importazione cinese: “Lavoravo in due fabbriche di pellami che hanno chiuso, per fortuna una mia amica mi ha rivenduto questo stand altrimenti sarei in mezzo alla strada. Mio figlio ha trovato dopo mesi lavoro, ma nella sua fabbrica stanno lentamente licenziando i meno produttivi.” Sulla situazione salari poi aggiunge: “Una famiglia tipo, genitori e due bambini, per vivere normalmente dovrebbe guadagnare 20.000 pesos come minimo. Io ne guadagno 8.000.”

L’inflazione in questo momento si attesta al 40%. Nel frattempo Macri ha deciso di stabilire patti bi-laterali con gli USA dopo il rifiuto dei Kirchner. Attualmente, nella gran parte dell’America latina il risentimento anti-states è più forte di quello anti-spagnolo oramai (quasi) esaurito se consideriamo che gli attuali abitanti non sono più purosangue autoctoni per la maggioranza. Camminando per Avenida 9 de Julio, la via che collega la Piazza del congresso a Plaza de Mayo, è facile imbattersi in numerose scritte sui muri o graffiti come “Macri servo di Obama”, “Macri ti odiamo, devi morire”, “Il tarifazo ci rende poveri”. È questo tarifazo, come i porteños lo chiamano, arrivato non progressivamente ma improvvisamente, che sta mettendo in crisi gli argentini e che aumenta via via il divario tra ricchi e poveri mettendo in difficoltà la classe media. Il problema sudamericano di sempre.

Una delle nonne di piazza di Maggio sostiene che Macri sta distruggendo tutto il lavoro fatto dai Kirchner nell’ambito dei diritti umani. Mancano le sovvenzioni e, ancora una volta, gli organi di battaglia che combattono contro le nefandezze della dittatura militare di Videla e dei suoi alleati si ritrovano nuovamente soli.

L’ultimo commento è quello di un clochard, che visibilmente ubriaco apostrofa verso le auto ferme al semaforo “L’Argentina è un paese di merda”. Un’espressione forse troppo radicale, ma esemplificativa. Ci si chiede dunque dove porterà questa situazione e quanto Macri potrà durare a queste condizioni.


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Nato nel 1993. Laureato in Lingue, culture, letterature, traduzione all'Università La Sapienza di Roma. Attualmente studia Relazioni Internazionali all'Alma Mater Studiorum di Bologna. Scrive di musica, cinema, teatro, politica e arte su diversi siti e riviste.

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