Tassare Google? Note sulla web tax italiana
- 30 Novembre 2017

Tassare Google? Note sulla web tax italiana

Scritto da Lorenzo Cattani

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La web tax

La web tax consisterebbe in una cedolare del 6% sui ricavi da attività digitale per gli operatori senza stabile organizzazione e rappresenterebbe un primo tentativo per la gestione di queste problematiche. Tuttavia, emergono subito due questioni: la prima è quella della disparità di trattamento lamentata dai distributori commerciali, la seconda riguarda la possibilità di competere “al ribasso” per attrarre sul territorio domestico aziende come Amazon o Facebook. In Italia, la tassazione sugli operatori fisici è compresa fra il 30% e il 40%, molto di più del 6% previsto dalla web tax, e solleva un problema di disuguaglianza che inevitabilmente si lega a quello della “corsa al ribasso”.

La tassazione delle aziende Over the Top da parte di una singola nazione potrebbe, ad esempio, innescare una competizione “al ribasso” fra più paesi, mirata a spingere le aziende a spostare la propria stabile organizzazione dove vengono offerte condizioni fiscali migliori. È comunque ragionevole affermare che, per quanto i margini di miglioramento siano decisamente ampi, un’iniziale tassa nazionale al 6% possa essere un buon inizio per un processo che dovrà in futuro ampliare il suo orizzonte, oltrepassando la dimensione nazionale per raggiungere quella sovranazionale. Non è nemmeno escluso che dalle iniziative nazionali sorgano situazioni difficili per le stesse aziende Over the Top, che potrebbero ritrovarsi ad affrontare differenti regimi di imposizione fiscale, elemento da non sottovalutare e che difficilmente non rappresenterebbe un problema[3].

È proprio in questo ambito che emerge il ruolo di cui l’Unione Europea deve farsi carico, cioè quello di introdurre in tempi brevi un’armonizzazione fra i paesi membri che limiti la competizione interna e possa permettere in futuro di introdurre livelli di pressione fiscale anche superiori a quelli attualmente in discussione. Il tutto senza dimenticare la necessità di presentare alle aziende la possibilità di trattare con una sola autorità fiscale, avendo quindi più certezze sull’imposizione. Se l’UE decidesse quindi di muoversi in tal senso la web tax nazionale molto probabilmente diventerebbe obsoleta, ma questo non significa che il livello nazionale sia inutile, l’importante è che non rappresenti un punto di arrivo ma di partenza.

Le teorie della corsa al ribasso o dell’integrazione negativa, secondo cui lo Stato risulterebbe fatalmente indebolito nel drenaggio di risorse tramite la leva fiscale che renderebbe insostenibile il finanziamento del Welfare State e che modificherebbe i rapporti di forza fra capitale e lavoro, limitandosi a prendere il singolo Stato come misura di analisi presumono che il declino degli Stati nazione sia inevitabile. La situazione invece può cambiare molto se vi fosse una reale collaborazione fra Stati. Il coordinamento fra paesi sarà la chiave di volta da cui dovrà passare la risposta degli stessi e, analogamente a quanto affermato da Piketty circa la tassazione del capitale, un importante punto di partenza lo si può ottenere a livello continentale.

È anche su questi temi che bisognerà lavorare per costruire un’integrazione europea più stretta, che miri alla creazione di legami di solidarietà fra paesi e superi l’attuale paradigma di una competizione fiscale interna che nel lungo termine rischia diventare insostenibile. Appare quindi chiaro come la web tax non sia solo uno strumento per drenare più risorse tramite la leva fiscale, ma anche un importante veicolo di interesse nazionale e sovranazionale, da cui il confronto fra paesi europei non potrà prescindere.

In occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico alla Bocconi, Margrethe Vestager, commissario europeo alla concorrenza, ha affermato che nonostante la web tax sia un’iniziativa interessante sarebbe più consigliabile un intervento europeo. Al riguardo, Vestager ha affermato che da un intervento europeo si potrebbero raccogliere 50 miliardi di euro di tasse[4], mentre dall’applicazione della web tax italiana sono previsti incassi per circa 114 milioni di euro[5]. La differenza fra le due cifre è rilevante e va tenuta assolutamente in considerazione quando si fanno riflessioni su queste tematiche.

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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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