Tassare Google? Note sulla web tax italiana
- 30 Novembre 2017

Tassare Google? Note sulla web tax italiana

Scritto da Lorenzo Cattani

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Conclusioni

Il tema dalla tassazione delle multinazionali in generale, non solo delle aziende Over the Top, è un tema che gli Stati dovranno necessariamente affrontare, eppure risulta difficile porsi un orizzonte di riferimento. In questi casi non bisognerebbe avere paura di pensare in grande, anche ponendosi obiettivi ambiziosi, ma che potrebbero produrre interessanti risultati nel tentativo di essere raggiunti.

Da questo punto di vista Anthony Atkinson ha lanciato un paio di suggerimenti degni di essere presi in considerazione: secondo l’autore britannico sarebbe infatti utile perseguire l’idea di un «regime fiscale globale per i contribuenti individuali, basato sulla ricchezza totale, e un’imposta minima per le società»[6]. Mettendo da parte temporaneamente ciò che Atkinson dice sugli individui, l’idea di una minimum tax potrebbe essere un’idea molto interessante da perseguire soprattutto in sede europea, anche se Atkinson l’aveva pensata come strumento prettamente nazionale.

Una tassa minima europea potrebbe rappresentare un’interessante soluzione non solo per le aziende “Over the Top”, ma anche per altre aziende, soprattutto multinazionali, che nel tempo sono diventate molto esperte nel massimizzare i vantaggi fiscali ottenibili da determinate esenzioni. Con una tassa minima si potrebbe quanto meno puntellare questa tendenza. Se l’idea di una tassa mondiale può sembrare utopica, l’idea di una tassa europea è decisamente più concreta, ma questo non significa che non si debba mirare alla creazione di una World Tax Administration che possa creare un regime fiscale mondiale. All’interno di un simile regime è chiaro che il margine che alcune aziende potrebbero avere nell’eludere il fisco sarebbe molto limitato e per quanto possa sembrare assurdo parlare di “regime fiscale mondiale” in questo momento, non sarebbe insensato iniziare a rifletterci sopra[7].

Il problema di fondo è lo stesso che Mariana Mazzucato ha brillantemente descritto ne Lo Stato Innovatore, quando parlava di come la minor capacità di drenare risorse tramite la tassazione produca effetti di lungo periodo preoccupanti poiché vuol dire che, tendenzialmente, lo Stato ha meno capacità di finanziare l’innovazione ma anche il Welfare State. Pensare a sistemi innovativi per restituire tali risorse agli Stati è un passaggio fondamentale a cui la politica dovrà prestare un’attenzione sempre più crescente. La web tax in questo senso può essere un interessantissimo punto di partenza, un mezzo per raggiungere un fine.

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[1] Nel suo libro “Lo Stato Innovatore”, Mariana Mazzucato si sofferma soprattutto sul caso della Apple, altra azienda nota per le sue vicende fiscali e che un anno fa è stata costretta dalla Commissione Europea a pagare una multa di 13 miliardi di euro in tasse non pagate all’Irlanda. Inoltre discute anche della sperequazione nella distribuzione dei profitti all’interno dell’azienda stessa.

[2] La Defense Advanced Research Project Agency (DARPA), è un’agenzia governativa statunitense fondata nel 1958. In seguito al lancio dello Sputnik, che aveva fatto temere agli USA di restare indietro nella competizione, la DARPA ha finanziato importantissime ricerche che hanno prodotto innovazioni importantissime come internet, la memoria Dram o il microprocessore.

[3] Bartoloni, M. I colossi del web: dialogo ma no a «fughe in avanti», Il Sole 24 Ore, 28/11/2017.

[4] Cfr. Magnani, A. Vestager: «Web tax? Interessante, ma meglio un intervento europeo», Il Sole 24 Ore, 28/11/2017.

[5] Cfr. Mobili, M. Arriva la Web tax dal 2019, escluse piccole imprese e agricoltori, Il Sole 24 Ore, 26/11/2017.

[6] Cfr. Atkinson, A. (2015), Disuguaglianza: che cosa si può fare? Raffaello Cortina.

[7] Ovviamente a quel punto la cosa più importante di cui discutere sarebbero i criteri di suddivisione dei profitti fra i paesi così come le regole con cui delimitare la base imponibile ad esempio.


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Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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