“Teoria del drone” di Grégoire Chamayou
- 20 Agosto 2017

“Teoria del drone” di Grégoire Chamayou

Scritto da Alberto Prina Cerai

9 minuti di lettura

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La Drone warfare e le implicazioni psico-etiche nel combattente

Qual è la genealogia del drone? L’utopia della «guerra telechirica» ha da sempre entusiasmato con il suo fascino il mondo militare, soprattutto per il potenziale risparmio di soldati le cui vite hanno costituito e costituiscono, soprattutto negli USA, un peso politico non indifferente – il cosiddetto body bag factor. Nel 2009 dalla Joint Special Operator University venne partorito il «rapporto Crawford», il quale sancì la priorità della «caccia all’uomo» nei fondamenti della strategia di politica estera statunitense. Il M-Q1 Predator, dotato a partire dal febbraio del 2001 di un missile anticarro “Hellfire” AGM-114 C, diviene ufficialmente lo strumento prediletto per condurre questa nuova politica militarizzata di prevenzione delle minacce terroristiche. Il drone ha implicato una vera e propria riconfigurazione della dottrina militare statunitense. Erroneamente accolto come un’evoluzione dell’air power a stelle e strisce, le sue implicazioni geopolitiche e securitarie seguono sinteticamente sei principi: il drone applica, in funzione statale, una «veglia geo-spaziale costante»; è una forma di «totalizzazione» della sorveglianza nel tempo e nello spazio; archivia e cataloga secondo uno schema preciso «patterns of life» al fine di tracciare profili potenzialmente pericolosi; è una tecnologia in grado di intercettare dati e altre forme di comunicazione; realizza una schematizzazione dei comportamenti utile alle strategie moderne di controinsurrezione; è a tutti gli effetti una forma di controllo per individuare le anomalie e neutralizzarle rispetto alla loro congruenza in qualità di minacce alla sicurezza. La sorveglianza dronizzata è dunque un ibrido tra le operazioni di polizia e la meticolosità della statistica applicata alle scienze sociali: in sostanza, una forma di «militarizzazione del controllo sociale». Come anticipato, le killing lists e l’analisi delle forme di vita sono due elementi essenziali nella drone warfare, con l’obiettivo di attuare una «fusione dell’analisi geo-spaziale con quella della rete sociale» per monitorare le attività umane e così stabilirne le identità (p.43).

Il problema sorge nel momento in cui il target viene individuato sulla base di una probabilità statistica e sociologica e non dall’oggettiva affiliazione a gruppi terroristici. Le kill box – così definito il metodo di profiling – producono un’estensione della violenza statale e del diritto di uccidere nel tempo e nello spazio, oltrepassando le frontiere statali e corrodendo il principio d’integrità territoriale. Una violazione già sperimentata con l’introduzione del potere aereo: una politica della verticalità in grado di estendere l’autorità statale in forme tridimensionali e sovranazionali. Il drone intensifica questa visione e, a differenza delle teorie tradizionali del bombardamento che contemplavano il moral bombing per abbattere la resistenza della popolazione in teatri di guerra, introduce il concetto di specificazione e precisione dell’intervento: se il nemico in quanto terrorista non ha locus, se i mezzi tecnologici consentono una precisione alquanto infallibile, allora questi sono argomenti solidi per estendere la zona di conflitto al mondo intero o, paradossalmente, per operare anche al di fuori del conflitto stesso. Da una visione geo-centrica si passa ad una visione bersaglio-centrica del conflitto, trattandosi così di «giustificare l’esercizio di un potere letale di polizia al di fuori delle frontiere» (p.51), l’equivalente di un diritto di esecuzione extra-giudiziaria esteso globalmente.

Se intendiamo la guerra come categoria giuridica in quanto spazialmente e geograficamente limitata, la guerra globale al terrore non rispetta questa definizione, dunque le «drone operations» sono da considerarsi, nei termini posti dall’autore, gravi violazioni del diritto di guerra. Dal punto di vista prettamente strategico-militare, relativamente alla dottrina contro-insurrezionale, il drone offre sì l’opportunità di infrangere la psicologia degli insorti, impotenti e impossibilitati nell’organizzare un’efficace modalità di difesa – il potere aero-centrico che, parafrasando Carl Schmitt, annichilisce il potere tellurico del combattente irregolare – ma si offre come un mero strumento terroristico di Stato. Nonostante l’efficacia tattica, nel lungo periodo le incursioni dei droni provocano, come effetto boomerang, l’intensificarsi della resistenza armata dei gruppi terroristici di fronte ad una violenza transnazionale che, a dispetto dei loro sostenitori, non risparmia vite civili e non evita danni collaterali. Inoltre, giacché la guerra contro-rivoluzionaria è anzitutto una politica – ovvero il tentativo di marginalizzare il nemico dal suo appoggio popolare – la «dronizzazione» delle operazioni in tali contesti finisce per elevare il paradigma anti-terrorismo su quello tradizionale: il primo è essenzialmente poliziesco, il secondo prettamente politico-militare. Una divergenza che si concretizza nella differente natura del nemico, in quanto l’insorto si fa politico poiché reclama per sé uno spazio dentro la cornice della sovranità, il terrorista è un individuo pericoloso per la comunità politica poiché al di fuori di essa: «la contro-insurrezione è demo-centrica, l’anti-terrorismo è individuo-centrico» (p.60).

Dunque, la strategia del drone supera teoricamente la strategia contro-insurrezionale in quanto tecnica superiore, ma scevra di soluzioni politiche: una «mietitura periodica» di soggetti pericolosi che non tiene conto degli effetti sulla popolazione civile. Massimizzare la protezione delle vite militari, proiettare forza senza emanare vulnerabilità: sono questi i nuovi pilastri di un modello securitario, quello dello «Stato Drone», che non sembra accorgersi di combattere una non-guerra – nei termini clausewitziani – impossibile da vincere.

Per secoli l’avvento della tecnica ha sconvolto i caratteri del rapporto tra l’uomo e la conflittualità. I droni e i kamikaze, argomenta Chamayou, rappresentano i due antipodi dell’etica del combattente: da una parte la completa separazione tra il “corpo” e la “macchina”, dall’altra la totale fusione delle due; da una parte l’etica dell’auto-preservazione totale, dall’altra il sacrificio eroico per eccellenza. L’avvento del drone sancisce una ridefinizione della reciprocità rispetto al rapporto di violenza: oltre alla tipologia più recente delle guerre asimmetriche, la dronificazione delle forza armate statunitensi, in merito al vantaggio tecnologico, sembra ricalcare «lo spettro della violenza coloniale […] Il drone è insomma l’arma di una violenza post-coloniale amnesica»[6]. Sebbene il duellum come concezione della guerra sia scomparso ben prima, quale futuro dell’ethos militare nell’epoca del Predator? Si tratta bensì, come suggerisce il termine, di una vera e propria «caccia» in cui si dissolve ogni glorificazione del combattimento, sovrastata dall’imperativo categorico delle preservazione della vita del soldato. Ed è proprio la de-virilizzazione dell’operatore del drone – alla guida di un veicolo unmanned – che, confutando la tesi di Luttwak dell’era post-eroica, sancisce il passaggio da un’etica del sacrificio e del coraggio in battaglia a quella dell’auto-conservazione della salute psico-fisica del soldato. Argomenti questi, un tempo arma del movimento pacifista e anti-militarista, riciclati come «legittimazione dell’omicidio dronizzato» e sostegno ad una «forma di violenza unilaterale» bisognosa di elementi etici altrimenti irreperibili (p.90).

Una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica americana che si è servita anche di un falso luogo comune: le apparenti defezioni psichiche che accuserebbero gli operatori, spesso erroneamente associate al DPTS (disturbo post-traumatico da stress), che necessita di un contatto diretto. Un tentativo che cerca di umanizzare l’operatore in quanto agente di violenza, quindi ricollocandolo all’interno di quelle categorie belliche che farebbero di lui un combattente a tutti gli effetti; numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato, annota l’autore, che la tecnologia dei droni esclude qualsiasi possibile insorgenza di DPTS. Piuttosto, la contemporanea presenza e distanza dal campo operativo – tramite i monitor e la visione diretta delle incursioni – diminuisce la resistenza all’uccisione e instilla nel soggetto, attraverso un’esperienza virtuale, una potenziale predisposizione. Gli operatori, moralmente scossi tra un io di guerra ed un io di pace, sono costretti in una condizione di dissonanza cognitiva e di ammortizzamento morale che gli consente di sviluppare una «capacità di compartimentazione» e di immunizzazione da qualsiasi riflessione soggettiva sulla violenza: «Sono l’incarnazione della contraddizione rappresentata da una società in guerra all’esterno ma che al suo interno vive come se fosse in pace» (p.111).

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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