“Teoria del drone” di Grégoire Chamayou
- 20 Agosto 2017

“Teoria del drone” di Grégoire Chamayou

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Un paradosso: perché il drone non è politica continuata con altri mezzi

Da decenni il fattore no body bags ha influenzato il processo di decision-making in politica estera. Dal Vietnam passando per Mogadiscio, fino ad arrivare al Kosovo e all’Iraq, gli USA sembrano aver trovato nel drone la cura ideale per una patologia cronica nella loro storia, quell’avversione alle perdite ora superata grazie all’introduzione della guerra high-tech. Massima precisione, minimo rischio collaterale: ma è davvero così? Nonostante le cifre indicative, sorge un problema di natura concettuale: l’incompatibilità di una «guerra giusta» e di una «guerra senza rischi» o a zero morti. L’autorità statale dovrebbe così operare una gerarchizzazione di priorità, poiché immunizzando i suoi soldati lascerebbe i civili alla merce della violenza bellica; l’impiego del drone esplica, secondo l’autore, proprio questa estremizzazione, elevando così i «doveri dello Stato-nazione» al di sopra delle «obbligazioni universali enunciate dal diritto internazionale umanitario» (p.113).

Gli alfieri del Predator asseriscono che rappresenti un progresso nella tecnologia umanitaria per il semplice fatto di contribuire a risparmiare delle vite umane, ma di quali nello specifico? Subentra un giudizio di valore: la distinzione tra combattenti e non-combattenti è superata in favore dei primi. L’arma telechirica è dunque moralmente giustificata per il semplice fatto di «preservare delle vite». Se le incursioni dei droni risparmiano le difficoltà tattiche di un’operazione convenzionale, una maggior precisione nel colpire il target prescelto non significa affatto maggior discriminazione; il bersaglio, come anticipato, è designato sulla base di un protocollo statistico e sociologico, ma questo non può denotarne l’effettiva pertinenza come minaccia alla national security: «[…] il drone si configura in realtà come un’arma indiscriminata di nuovo genere, cancella la possibilità di distinguere chiaramente i combattenti dai non-combattenti» (p.143).

Cosa resta, dunque, dei principi del diritto di guerra? Fondamento dello jus in bello è sempre stata la reciprocità del diritto ad uccidere, un’uguaglianza formale e una finzione giuridica che consentiva di «decriminalizzare» l’omicidio; con il drone sembra scomparire, poiché la vittima non è nelle condizioni di potersi difendere dalla furia distruttiva di un missile Hellfire (la cui kill zone stimata è di 15 metri). Il conflitto, dunque, da asimmetrico diventa un mero «rapporto unilaterale di esecuzione», mentre l’etica del combattimento si tramuta in una necroetica volta a legittimare e rendere accettabile un omicidio, ma entro quale cornice legale sono racchiusi, oggi, gli attacchi dei droni? L’Autore, in conclusione, riflette sull’ambiguità in merito dell’amministrazione Obama, in bilico tra il diritto dei conflitti armati e il law enforcement (diritto di polizia) nel promuovere queste «licence to kill».

Nella ultima parte l’autore tenta di mostrare come i droni abbiano riconfigurato la secolare diatriba filosofica sulla sovranità politica: in che modo lo Stato può amministrare il diritto di uccidere e l’obbligo a proteggere rispetto all’evoluzione della tecnica e ad un maggior grado di interdipendenza dalla violenza? Come epilogo di un excursus storico sulla filosofia del diritto di guerra, Chamayou ribalta la massima schmittiana – protego ergo obligo – come fondamento dell’autorità statale, agganciandosi alla riflessione kantiana sulla virtuosità della repubblica come antidoto in possesso del cittadino per impedire che la propria vita diventi lo strumento politico del «sovrano». La dronizzazione delle forze armate statunitensi opera, in questo senso, una disattivazione della critica democratica del potere di guerra, poiché riducendo al minimo l’esposizione al pericolo di morte priva il cittadino dell’argomento principe per contrastare la volontà e la violenza statale: la «cittadinanza delle vite disponibili» (p.181).

Quale, dunque, il destino della democrazia in tempi di guerra? L’impiego del drone, nella guerra globale al terrorismo, è soltanto un ulteriore evoluzione del «militarismo democratico», con la differenza cruciale che l’arma in sé produca un ulteriore abbassamento della soglia del ricorso alla violenza, presentandosi come un’opzione sempre più accettabile – e conveniente in termini politici ed economici agli occhi dell’establishment – in politica estera. Preservare senza perdere: la sindrome del Vietnam sembra superata, ma la de-militarizzazione della società – con crescenti investimenti in campo privato (l’ascesa dei contractors) – nasconde effetti negativi. L’ipotesi di un «esercito di mercato» in sostituzione del tradizionale esercito di cittadini rischia di alterare l’equilibrio sociale sorto con la simbiosi tra il Welfare State e il Warfare State, generando un paradosso di difficile risoluzione: «La posta in gioco della dronizzazione è quella di conciliare il deperimento del braccio sociale dello Stato con il mantenimento del suo braccio armato» (p.190).

Slegare il capitale umano da qualunque dipendenza con le forze militari rischia di annullare tanto le relazioni individuali con la violenza quanto di sottrarre alla comunità politica e all’opinione pubblica la possibilità di contestare la violenza di Stato. Se il drone realizza una totale impersonalità, se diventa in quanto arma unmanned l’unico agente della violenza, tale automatizzazione rappresenta un passo decisivo verso uno svuotamento della soggettività politica. Di riflesso, la «questione politica della dronizzazione e della robotizzazione dei bracci armati dello Stato», avverte l’Autore, rischia di concretizzare lo spettro di uno Stato svuotato del suo apparato, il corpo politico del Leviatano, gettando così ombre sulla consistenza della sovranità e della statualità nell’epoca dello Stato-drone.

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[1] Cit.; Ian G.R. Shaw, Predator Empire: The Geopolitics of U.S. Drone Warfare, “Geopolitics”, 3, 2013, pp. 537


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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