“Teoria della classe disagiata” di Raffaele Alberto Ventura

classe disagiata

Recensione a: Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, minimum fax, Roma 2017, pp. 262, 16 euro (scheda libro).


Io sono un disagiato, ma non me ne sono ancora reso conto. O meglio, me ne accorgo solo a tratti, confuso come sono dalle sovrastrutture che Raffaele Alberto Ventura racconta in maniera ottima nonché molto dolorosa, per chi non se ne fosse – a sua volta – ancora reso conto, nel suo fortunatissimo saggio Teoria della Classe Disagiata. Ma prima di cominciare, cos’è la classe disagiata? Così ce la descrive lo stesso autore: “Nel libro volevo parlare di una classe che è in una certa misura agiata, che ha reddito per competere, ma che è insoddisfatta, sfasata rispetto alle proprie aspirazioni, e che quindi compie scelte disfunzionali, irrazionali, inefficienti, senza dedicare attenzione a quello che potrebbe renderli più felici, come gli affetti o una occupazione più stabile”. 

Il saggio comincia con una disamina tra l’economico e il sociologico che per la verità si protrarrà lungo tutte le 266 pagine. Ventura parte dai beni posizionali teorizzati da Thorstein Veblen (autore, al contrario, de La teoria della classe agiata), quei beni che violano le leggi di domanda e offerta e sono sempre più desiderati all’aumentare del loro prezzo. Dei veri e propri “marcatori di disuguaglianza” per i quali la borghesia più benestante ha cominciato a lottare con l’obiettivo di differenziarsi dal resto, segnalando una sorta di superiorità.

Ventura spiega bene, sia nell’introduzione che nel corso di tutto il saggio, come con l’avanzamento della produzione industriale e la diffusione sempre più pervasiva di beni di consumo per tutti i gusti, ed anche tutte le qualità, i beni posizionali siano sempre meno dei beni “fisici”, come un Rolex o un capo di alta moda, e si identifichino sempre più nell’ostentazione di una certa ricchezza culturale: un classico d’eccezione, un disco di “stranicchia”, un concerto esclusivo, un viaggio come nessuno l’ha mai fatto.

E poi, soprattutto, un titolo di studio. Sempre più costoso, sempre più specializzato, sempre più all’estero. Un titolo di studio come un bene posizionale su cui investire più di quanto sia possibile fare, insomma, che permetta di accedere a un benessere sempre più improbabile:

“La classe disagiata è l’avanguardia di un capitalismo in crisi permanente che ci parla con la retorica dell’emancipazione per venderci stili di vita che non possiamo permetterci”. 

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Teoria della classe disagiata

Pagina 2: Le grandi illusioni del Novecento

Pagina 3: La classe disagiata e la metafora dell’industria culturale

Pagina 4: La vanity fair del disagio


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Classe 1991. Ha studiato Scienze Politiche a Roma, Political Communication alla City University di Londra. Borsista Fulbright alla George Washington University, dove studia Strategic Public Relations. Si interessa di politica, media, di America e Italia.

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