“The Good Lobby. Partecipazione civica per influenzare la politica dal basso” di Alberto Alemanno
- 09 Luglio 2021

“The Good Lobby. Partecipazione civica per influenzare la politica dal basso” di Alberto Alemanno

Recensione a: Alberto Alemanno, The Good Lobby. Partecipazione civica per influenzare la politica dal basso, Edizioni Tlon, Roma 2021, pp. 384, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Marco Improta

5 minuti di lettura

Quando si parla di lobbying, la narrazione a cui l’opinione pubblica è esposta fa prevalentemente riferimento a rapporti opachi, o addirittura oscuri, tra élite dell’arena politica e del mondo economico-finanziario. In The Good Lobby. Partecipazione civica per influenzare la politica dal basso, Alberto Alemanno propone un diverso modo di intendere (e fare) lobbying: il lobbying civico. L’autore parte dalla constatazione che la rappresentanza degli interessi, a livello nazionale, europeo ed internazionale, sia viziata da uno squilibrio nella distribuzione del potere. Gruppi con più risorse economiche e con più potere di influenza sono capaci di incidere maggiormente nel ciclo di vita delle politiche pubbliche. Si tratta di un problema rilevante. Come viene fatto opportunamente notare a più riprese dall’autore, le politiche pubbliche svolgono un ruolo centrale nel determinare le condizioni di vita e le opportunità dei cittadini. L’obiettivo del “lobbying civico”, dunque, è democratizzare il lobbying (p. 118), riducendo la distanza esistente tra gruppi ben organizzati e cittadini comuni con risorse minori. La chiave per raggiungere tale esito risiede nel dotare il “cittadino lobbista” (che applica il lobbying civico) di strumenti diversi, e per molti aspetti innovativi, rispetto al tradizionale attivismo.

In linea con il suo scopo, il libro risulta di agile lettura e si rivolge a un pubblico vasto e certamente non specialistico. Ciò comporta benefici in termini di chiarezza del testo, ma, inevitabilmente, questa impostazione va a detrimento di approfondimenti su temi fondamentali della rappresentanza politica, che spesso sono solo accennati (ad esempio partecipazione, teoria democratica, circuito delle elezioni, selezione del personale politico).

Per comprendere l’obiettivo del lavoro di Alemanno, è necessario dare conto della sua struttura problem-solving. Il libro muove, infatti, dall’individuazione del problema (la scarsa democraticità del lobbying) proponendo una soluzione (il lobbying civico) da attuare tramite l’utilizzo degli strumenti elencati ne “l’arsenale del lobbista” (p. 147), che funge da “cassetta degli attrezzi” per gli aspiranti cittadini lobbisti. The Good Lobby offre molteplici spunti di riflessione sia riguardo l’oggetto centrale del contributo che su temi laterali, ma senz’altro rilevanti, che navigano intorno al concetto di rappresentanza (e difesa) degli interessi. L’autore guida il lettore lungo le pagine del libro con l’obiettivo di renderlo cosciente dell’esistenza di un problema, ma allo stesso tempo si vuole contribuire a costruire la consapevolezza di poter reagire allo status quo, liberandosi dall’inazione. Tuttavia, nonostante la presenza di una decisa spinta volontaristica, i dubbi circa l’effettiva applicabilità dello schema proposto da Alemanno rimangono.

In primo luogo, alcuni degli strumenti del lobbying civico (ad esempio svolgere una mappatura dell’ecosistema di decisione, stabilire e attuare una strategia di lobbying, predisporre un piano di comunicazione efficace) sembrano adatti maggiormente a segmenti di cittadinanza che già partecipano alla vita politica, ovvero persone con livelli di istruzione e reddito elevati e interessati alla politica [1]. Naturalmente, la politica è complessa e i meccanismi per influenzare le decisioni politiche devono far fronte a tale complessità. Ma ciò pone una barriera alla partecipazione (e all’efficacia) di fasce della popolazione con livelli di istruzione e reddito inferiori, che si trovano costretti al disincanto e alla sfiducia quando la democrazia rappresentativa non riesce a soddisfare gli input provenienti dalla cittadinanza. Eppure, sono proprio quei segmenti di popolazione che necessiterebbero di maggiore attenzione dei decisori pubblici. Spesso, infatti, cittadini con minore reddito e istruzione si trovano a vivere in contesti sociali sfavorevoli, caratterizzati da scarsa (o assente) cura e controllo da parte dello Stato. I rimedi proposti nel libro, come le iniziative di aiuto pro bono (p. 292), fanno fronte all’aspetto materiale del problema, ma non possono intervenire sulle abilità richieste per effettuare un valido lobbying civico.

Il tema della partecipazione (civica e politica) è centrale nel libro. Secondo Alemanno, la partecipazione non si può ridurre al momento elettorale. È forte, in merito, la critica mossa alle elezioni, che “stanno alla politica come i combustibili fossili stanno all’ambientalismo” (p. 40). Nonostante le critiche alla democrazia rappresentativa, non è alla democrazia diretta che guarda l’autore. Piuttosto, è la controdemocrazia di Rosanvallon a riuscire a completare la democrazia tramite l’opera di continua sorveglianza e correzione di questo sistema.

Anche la classe politica non è libera da contestazioni. Per Alemanno, “oggi sono in pochi coloro che ancora credono che i politici siano gli unici a disporre delle competenze e della capacità necessarie per risolvere i nostri problemi” (p. 61). Tuttavia, l’autore non è pienamente convincente nelle sue critiche. Non è, infatti, il principio di competenza che muove la macchina della democrazia rappresentativa, ma il principio di rappresentatività, per cui gli incarichi sono affidati a rappresentanti che “somigliano”, in termini di caratteristiche di gruppo e di classe, ai rappresentati [2]. I livelli di astensionismo registrati in alcuni sistemi politici europei, inoltre, ci suggeriscono che i cittadini siano coscienti dei limiti nell’efficacia delle elezioni come strumento di partecipazione. Ma, rivolgendo l’attenzione solamente alla storia italiana, la partecipazione elettorale non è stata la forma principale ed esclusiva di coinvolgimento politico. L’Italia ha infatti conosciuto stagioni di partecipazione extra-elettorale che si è manifestata in elevati livelli di politicizzazione della società, particolarmente durante gli anni di piombo, e conclusasi con l’era del riflusso e il ritorno nel privato. Alquanto sorprendente, infine, appare la considerazione a pag. 59: “In tutto il mondo, sono sempre di più le persone che vivono la politica come un mestiere perché non c’è altro che sappiano fare. Il politico prestato dalla società civile alla politica sembra quasi una specie in via di estinzione”. In realtà, la letteratura politologica sul tema del ricorso ai tecnici e agli esperti nelle istituzioni politiche rappresentative ci mostra come la tendenza a coinvolgere personale non politico nelle ultime decadi sia crescente [3].

Tramite la rassegna di casi di lobbying civico efficace, il libro invita a riflettere sulle capacità che gruppi di cittadini possiedono quando si uniscono e si mobilitano per una causa per cui ritengono valga la pena battersi. In questo senso, l’influenza “dal basso” che viene esercitata è posta implicitamente in contrapposizione all’influenza “dall’alto” che viene operata dai grandi gruppi di potere (identificati, ad esempio, nelle multinazionali e nelle grandi industrie). Riferendosi al primo caso, Alemanno definisce il lobbying civico come “lobbying etico”, “lobbying responsabile” e “lobbying buono”, in contrapposizione all’esercizio del lobbying di chi rappresenta un numero limitato di interessi particolari (p. 13). Il lobbying civico, sostiene subito dopo l’autore, persegue obiettivi di interesse pubblico (p. 13). I temi dell’interesse pubblico e della cittadinanza costituiscono ulteriori spunti di riflessione che emergono dalla lettura del libro. L’interesse pubblico è di difficile definizione. Le decisioni politiche provocano, nella maggior parte dei casi, vincitori e vinti. Quali sono le politiche che “convengono” a tutti i cittadini? I cittadini lobbisti sono davvero legittimati a rappresentare l’interesse pubblico? Qual è la fonte di questa legittimazione? È corretto trattare la cittadinanza come corpus unico? Forse sarebbe più parsimonioso sostenere che, pur essendo gruppi di privati, i cittadini lobbisti si battono per politiche che, potenzialmente, potranno comportare benefici per tutta la cittadinanza.

In conclusione, The Good Lobby svolge una duplice funzione. Da un lato, rappresenta uno strumento utile per acquisire consapevolezza dello squilibrio esistente nella dimensione della rappresentanza degli interessi, dominata da gruppi organizzati e dotati di risorse ingenti. Dall’altro lato, fornisce metodi e indicazioni per provare a colmare le distanze partendo da nuove forme di attivismo “dal basso”, definite lobbying civico. Tuttavia, il contributo di Alemanno lascia ancora varie questioni irrisolte sulle fondamenta teoriche del lobbying civico e sul ruolo che debba avere in rapporto alla rappresentanza politica e, più in generale, alla democrazia. Ad ogni modo, per il lettore interessato al lobbying civico di certo non mancherà l’occasione di muoversi lungo l’eterna tensione tra realismo e idealismo.


[1] P. Norris, Democratic Phoenix: Reinventing Political Activism, Cambridge University Press, New York 2002.

[2] Sul tema si veda: G. Sartori, Democrazia e definizioni, il Mulino, Bologna 1969.

[3] C. Wratil e G. Pastorella, Dodging the bullet: How crises trigger technocratic-led governments, «European Journal of Political Research», 2018, 57(2), pp.450-472.

Scritto da
Marco Improta

Nato a Napoli nel 1995. Attualmente è dottorando di ricerca in Politics presso il Dipartimento di Scienze Politiche della LUISS “Guido Carli” di Roma. Ha ottenuto la Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna – Campus di Forlì e la Laurea magistrale in Governo e Politiche presso la LUISS “Guido Carli”. I suoi principali interessi di ricerca riguardano la stabilità dei governi, i partiti politici, le elezioni e il comportamento elettorale in prospettiva comparata.

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