“Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale” di Vittorio Emanuele Parsi
- 22 Ottobre 2022

“Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale” di Vittorio Emanuele Parsi

Recensione a: Vittorio Emanuele Parsi, Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale, il Mulino, Bologna 2022, pp. 360, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Carlotta Mingardi

5 minuti di lettura

«In questa eventualità, invece, la possibilità di resuscitare l’ordine internazionale liberale e guarire le democrazie dipenderebbe in larga parte dal liberalismo stesso: non solo dalla sua abilità di riformare le istituzioni esistenti, ma anche di rimodernare e aggiornare alle sfide contemporanee quelle idee che contribuirono al trionfo della democrazia a livello nazionale e della cooperazione e del multilateralismo a livello globale» (p. 17).

Forse pochi periodi come il presente appaiono così opportuni per riflettere sulle prospettive dell’ordine internazionale nel quale gran parte delle democrazie esistenti ha visto la luce. Un sistema che, nonostante tutto, ha garantito la realizzazione e la sopravvivenza, nel nostro continente, di un progetto ambizioso come l’Unione Europea: e che tuttavia si trova, ormai da tempo, al centro di tenaci contestazioni.

Da un lato, la volontà di sovvertire l’ordine vigente, da parte di sistemi di governo e di visione del mondo alternativi, è sempre più evidente: l’aggressione russa nei confronti dell’Ucraina ne è un esempio manifesto. Dall’altra, anche le stesse democrazie liberali mostrano segni di indebolimento, visibili per esempio nel forte incremento delle disuguaglianze; nell’emergere di forze populiste; ma anche nella crescente difficoltà negli ultimi due decenni, da parte delle leadership democratiche occidentali, di ergersi a modello coerente e credibile.

Questo è il quadro che ci presenta Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale (il Mulino), di Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario di Relazioni Internazionali e Direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali-ASERI all’Università Cattolica di Milano. Pensato da ben prima dello scoppio della guerra in Ucraina – come della pandemia di Covid-19 – il volume mette in chiaro sin dalle prime pagine come l’ordine internazionale liberale, definito «l’insieme di principi e istituzioni attraverso i quali il sistema internazionale è stato governato a partire dal secondo dopoguerra» (p. 43), sia in crisi da tempo. E come questo, tuttavia, non significhi dover rinunciare a progettarne la rinascita.

Il volume si divide in tre sezioni, che presentano rispettivamente le origini, lo sviluppo e le cause sottese alla crisi dell’ordine internazionale liberale; le sfide che tuttora ne minacciano la sopravvivenza; infine, le idee e le azioni necessarie alla ricerca di una nuova rotta. Mettendo in comunicazione diverse discipline, la prima sezione ci introduce ai pilastri e agli obiettivi di un ordine, costruito sui valori del pensiero liberale (inteso nell’accezione del termine liberal utilizzato nel mondo anglosassone), che ambiva ad «armonizzare la sovranità statale e l’economia di mercato»: e che agiva, forte della sempre maggiore interdipendenza fra dimensione nazionale e internazionale, da un lato promuovendo la democrazia liberale sul piano nazionale e dall’altro sostenendo, a livello internazionale, la cooperazione economica e commerciale fra stati. Un equilibrio, dunque, radicalmente diverso dai precedenti, che secondo l’autore ambiva a proteggere le società democratiche da minacce esistenziali quali le guerre, o fortemente destabilizzanti come le crisi economiche. Ricercando dunque le cause e le conseguenze della crisi di quest’ordine, senza lesinare critiche alle stesse leadership democratiche e rinunciando fin da subito ad una più comoda spiegazione sulle origini tutte esterne di questa crisi, Parsi analizza i diversi elementi di fragilità del sistema, passandone in rassegna le “premesse e promesse mancate”. Riassumibili, specialmente a partire dagli anni post-Guerra Fredda, nella prospettiva di un mondo «più sicuro, più giusto, e più ricco per tutti» (p. 65). Mantenendo quindi costante la connessione fra dimensione nazionale e internazionale, fra livello interno ed esterno, l’autore spazia dall’importante (e impellente) questione della crescita delle disuguaglianze, della progressiva erosione dei diritti sociali amplificatasi attraverso il processo di globalizzazione, all’analisi della dimensione politica e di sicurezza internazionale degli ultimi vent’anni: ripercorrendo così quei passaggi chiave, soprattutto del periodo unipolare a guida statunitense, che hanno ulteriormente aggravato la già presente debolezza dell’ordine. Evidenziando, fra altri, i diversi aspetti del coinvolgimento occidentale in Medio Oriente: il prolungamento della presenza in Afghanistan in seguito all’attentato dell’11 settembre 2001, che secondo l’autore ha insieme sottolineato la vulnerabilità e squarciato l’immagine di “invincibilità” che la leadership occidentale (soprattutto statunitense), aveva cercato di proiettare e nella quale aveva senz’altro creduto; la mancata trasparenza, e in seguito assunzione di responsabilità, da parte delle stesse leadership, nel contesto dell’avvio le operazioni militari in Iraq a partire dal 2003 e l’impatto che questo ha avuto sulla loro credibilità; ma anche l’incomprensione, all’incirca dieci anni dopo, di quanto stesse accadendo nella regione durante le cosiddette ‘primavere’. Pagina dopo pagina, spaziando tra la dimensione economica, sociale e politica, sul piano interno ed internazionale, emerge quindi il ritratto di un ordine “dirottato” da serie di errori e di scelte, compiuti soprattutto da parte dei suoi stessi “custodi”, attraverso il “tradimento” di quell’equilibrio originario fra democrazia ed economia di mercato; e l’avvio, circa dagli anni Ottanta del secolo scorso, della transizione ad un nuovo ordine “neoliberale”. Un sistema che, secondo l’autore, ha significativamente contribuito all’indebolimento delle “società aperte”, a favore del consolidamento e arricchimento dei sistemi non democratici.

La seconda parte del volume presenta e analizza quattro minacce che potrebbero portare al finale naufragio dell’ordine internazionale liberale: le “quattro facce dell’iceberg”. Dal declino della leadership statunitense e la complessa transizione da un ordine unipolare ad un ordine multipolare; alla contemporanea ascesa di potenze quali Russia e Cina e il loro progressivo divergere dagli standard democratico liberali; alla frammentazione della minaccia jihadista; alla deriva revisionista degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump e le sue conseguenze sul piano internazionale e sulle relazioni transatlantiche; per arrivare al complessivo “affaticamento” della democrazia, reso più pesante dall’emergere di forze populiste in diversi Paesi occidentali ed europei (p. 18).

La terza, ultima e importante sezione, prova invece ad immaginare le possibili traiettorie da seguire per la fondazione di un nuovo ordine, ancora portatore dei valori del liberalismo, che riesca a riportare in asse di equilibrio la dimensione internazionale, la sovranità statale e il mercato. Un ordine che non rinunci ad ambire ad una dimensione universale, ma capace di liberarsi di quei meccanismi di predominio che hanno reso possibile l’aumentare sproporzionato delle disuguaglianze globali e il mantenimento di comportamenti predatori sulle risorse del pianeta e sulle fasce più vulnerabili delle sue popolazioni. Su questo punto, una parte importante è dedicata alle sfide che dovrà affrontare l’Unione Europea: sottolineando come la risposta che sarà capace di dare a fronte degli importanti temi economici, sociali, politici e di rappresentanza e le scelte che compirà sul piano internazionale, ne segneranno in una certa misura anche il futuro.

In aggiunta alla profondità e alla finezza analitica, altri due elementi rendono la lettura di questo saggio bella, oltre che necessaria: la convinzione nella capacità (oltre che nella responsabilità) degli uomini e delle donne di dare forma al proprio futuro; e il conseguente rifiuto di considerare l’idea di una società più giusta come qualcosa di avente, in fondo, un destino già scritto. In questo senso, la sottesa importanza e il riconoscimento, già presenti in precedenti lavori[1], dati al “fattore umano” e al contributo che ognuno può – e forse è chiamato a – dare per pensare, rifondare e migliorare il prossimo futuro, emergono chiaramente dalle pagine di Titanic. Questo è evidente anche nella scelta, attraverso un lessico ricercato ma non eccessivamente tecnico, di rivolgersi ad un’ampia “fetta” di pubblico, nello sforzo di fornire ad un maggior numero di persone, strumenti analitici e chiavi di lettura utili all’interpretazione del presente.

In ultimo, Parsi si sofferma sul ruolo e la responsabilità del pensiero intellettuale, richiamando gli intellettuali stessi alla ripresa del loro importante compito di restituzione pubblica: «[…] Perché questo riesca, l’apporto che gli intellettuali e gli scienziati sociali possono offrire è uno solo, […], ma decisivo. Contribuire a fornire nuove chiavi di lettura, nuove ipotesi di nessi di causalità, nuovi concetti, nuovi fondamenti teorici che consentano di inquadrare le sfide che abbiamo davanti come possibili: possibilità non nel loro (certo) manifestarsi, ma nella chance da parte nostra di poterle indirizzare, gestire e, un giorno, magari vincere» (p. 282).

In conclusione, Titanic. Naufragio o cambio di rotta per l’ordine liberale ha la lungimiranza non solo di indicarci gli indizi di stanchezza, le crepe, le vere e proprie vulnerabilità del sistema e il merito di indagarne a fondo le cause e le correlazioni: possiede anche il raro coraggio di ricordarci l’esistenza di un margine d’azione sulla realtà, il potere e la responsabilità che abbiamo nel tracciare delle nuove, più umane, rotte.


[1] Si pensi a Vulnerabili: come la pandemia sta cambiando la politica e il mondo, Piemme Edizioni, Milano 2021.

Scritto da
Carlotta Mingardi

Assegnista di ricerca presso l’Università di Siena e dottoranda presso l’Università di Bologna. È stata Scholar presso The Europaeum, Visiting Fellow presso la Brussels School of International Studies-BSIS University of Kent e Junior Research Fellow presso l’Istituto Europeo del Mediterraneo-IemED, Barcellona.

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