“Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale” di Vittorio Emanuele Parsi
- 11 Aprile 2018

“Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale” di Vittorio Emanuele Parsi

Recensione a: Vittorio Emanuele Parsi, Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, il Mulino, Bologna 2018, pp. 224, 16 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

6 minuti di lettura

«La tesi del libro è che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, l’ordine internazionale liberale sia stato progressivamente sostituito dall’ordine globale neoliberale e il vascello sul quale l’Occidente si era imbarcato dopo la fine della seconda guerra mondiale sia stato portato fuori rotta. Su questa rotta, diversa e molto più pericolosa, si staglia, minaccioso, un iceberg, le cui quattro facce sono tutte in grado di affondare il nostro Titanic».

Con questa metafora Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano, offre al lettore l’immagine di un Occidente destinato ad un inesorabile declino, orfano di quel tacito patto sociale che dal secondo dopoguerra aveva garantito uno sviluppo parallelo di democrazia e mercato, di uguaglianza e libertà. Secondo Parsi sono quattro le facce dell’Iceberg in grado di affondare il Titanic dell’Occidente: la crisi della leadership americana e il contestuale emergere delle potenze di stampo illiberale come Cina e Russia, la polverizzazione della minaccia legata al terrorismo jihadista, la deriva revisionista di Donald Trump e la crisi delle democrazie, schiacciate tra populismo e tecnocrazia.

In Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale l’Autore traccia una lucida panoramica della realtà attuale, cogliendo nella storia degli ultimi quarant’anni i sintomi della malattia che affligge l’Occidente. Il passaggio dall’ordine internazionale liberale all’ordine – o disordine – globale neoliberale non è però, sottolinea Parsi, il segno di un ineluttabile tramonto dell’Occidente: vi è ancora la possibilità di evitare l’impatto con l’Iceberg ed è proprio l’Europa, oggi politicamente smarrita ed economicamente prigioniera delle logiche dell’austerità, che, secondo l’Autore, potrebbe contribuire più di chiunque altro a ristabilire la rotta originaria, a patto che riesca a riequilibrare la dimensione della crescita e quella della solidarietà.

 

Dall’ordine internazionale liberale all’ordine globale neoliberale

L’ordine internazionale liberale, come lo intende l’Autore, «è l’insieme di principi e istituzioni attraverso i quali il sistema internazionale è stato governato a partire dal secondo dopoguerra» (p.15). Ideato da Roosevelt e Churchill, quest’ordine si fondava sulla leadership americana, su cinque istituzioni principali[1] e su una vocazione universale e generalista volta a ricostruire l’Occidente sui principi dell’uguaglianza e della libertà dopo le nefandezze del conflitto mondiale. L’Autore si focalizza soprattutto sull’equilibrio, rinvenibile nel termine “liberalismo”, di economia e mercato: l’ordine internazionale liberale ha garantito «una crescita ordinata e lo sviluppo di quell’embedded liberalism, quel “liberalismo vincolato” che, come ha affermato per primo John Ruggie [1982], creava delle free-market societies e non semplicemente dei liberi mercati» (p.28). In altri termini, dal secondo dopoguerra la competizione economica era stata inserita in un vasto reticolo di assetti sociali e istituzionali affinché l’ordine sociale e il sistema del welfare non venissero sopraffatti dalle logiche del mercato.

Il sistema internazionale liberale, sicuramente perfettibile e non privo di lacune, avrebbe dovuto, secondo Parsi, espandersi e mantenere i propri equilibri anche dopo la caduta del Muro di Berlino, con la fine del bipolarismo e il progressivo avvicinamento dei paesi dell’Est nell’orbita occidentale e americana. Quanto avvenne fu invece, ritiene l’Autore, un tradimento dell’ordine liberale: la globalizzazione fu affrontata secondo i dogmi e i principi del neoliberalismo, emersi negli anni Ottanta in ambito accademico con Milton Friedman e in quello politico con Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il paradigma neoliberale, sorto sulle macerie del keynesismo negli anni della stagflazione, con il leitmotiv dell’antistatalismo e della deregulation ha caratterizzato la storia politico-economica degli ultimi quarant’anni, contribuendo più di qualunque altro fattore al disfacimento dell’ordine internazionale liberale.

Parsi sottolinea le tre “promesse mancate” che hanno dirottato l’ordine internazionale liberale: un mondo più sicuro, un mondo più giusto e un mondo più ricco per tutti. La prima è stata sconfessata dall’attentato dell’11 settembre 2001, che ha prodotto «la grave percezione di essere inermi, impotenti e totalmente indifesi» (p.41), e dall’inconcludente intervento in Afghanistan: «oltre a non essere invulnerabile l’Occidente non era neppure invincibile» (p.45). La seconda è stata smentita dallo scellerato intervento in Iraq, legittimato da una menzogna impunita; «l’ennesima conferma che dietro le nobili parole che rivestivano il concetto di nuovo ordine mondiale, dai tratti marcatamente liberali e contraddistinto dall’equità e dalla rule of law, non si celava altro che la solita, vecchia arroganza imperiale» (p.54). La terza promessa mancata è forse la più grave: «La libertà del mercato è diventata presto la dittatura del mercato, dove gli unici che sperimentano una crescente libertà – dalle regole, dalle responsabilità e, alla fine, persino dal funzionamento di un’economia di mercato correttamente intesa – sono i grandi operatori: quelli finanziari ancor più di quelli economici» (p.55). L’Autore denuncia le politiche del “credito facile” che hanno portato alla Grande crisi del 2008, l’economia delle rendite, la stagnazione dei salari dei ceti medi e la subordinazione del lavoro al capitale. Il mondo, sottolinea Parsi, non è diventato più ricco per tutti, ma solo per pochi: le disuguaglianze sono aumentate a dismisura, rendendo più fragili le nostre democrazie.

 

Le quattro facce dell’Iceberg: analisi e conclusioni di Parsi

Come accennato, sono quattro le facce dell’Iceberg contro il quale il Titanic dell’Occidente rischia di imbattersi. La prima è rappresentata dal declino della leadership americana e dall’emergere di Russia e Cina, potenze autoritarie in grado di ridefinire il sistema delle relazioni internazionali. La Russia, paese economicamente fragile e in declino, nasconde questa fragilità dietro ad una politica estera aggressiva e ad una spesa militare elevatissima (il 5,3% del Pil nel 2016). Parsi sottolinea le straordinarie capacità dell’Armata rossa nei territori caldi del Caucaso, dell’Ucraina e della Siria e, soprattutto, lo strategico attivismo russo nell’Artico, dove, secondo il Servizio geologico degli Stati Uniti, sono collocate gran parte delle riserve di gas naturale e petrolio non ancora sfruttate. La Russia, inoltre, ha conseguito una vittoria importante nello scacchiere mediorientale, assumendo la leadership – grazie anche all’inerzia statunitense – e permettendo così al proprio alleato Assad di mantenere il controllo della Siria[2].

Nel frattempo, anche la Cina si è impegnata negli ultimi anni ad espandere il proprio raggio di influenza – in particolare nel controllo dei mari – avvalendosi soprattutto del supporto logistico di porti amici[3]. Le mire espansionistiche cinesi, galvanizzate da un forte nazionalismo interno, sono rinvenibili nell’atteggiamento nuovamente aggressivo sui dossier delle isole – Spratly, Paracelso e Senkaku – e nei progetti di sviluppo infrastrutturale volti a creare una nuova Via della Seta.

Al nuovo dis-ordine globale di cui abbiamo parlato, si aggiunge la seconda faccia dell’Iceberg: la polverizzazione della minaccia legata al terrorismo jihadista. Non è questa la sede per ripercorrere, come fa l’Autore, il complesso intreccio tra ideologia islamista ed errori strategici di politica estera (l’intervento in Iraq, ad esempio). Nel libro viene trattata con lucidità la drammatica questione dell’immigrazione, dell’integrazione e del terrorismo – in particolare, l’Autore analizza attentamente il fenomeno della radicalizzazione delle seconde generazioni di immigrati, spesso composte da giovani lasciati ai margini della società nelle periferie delle grandi città europee. In sintesi, quando Parsi parla della seconda faccia dell’iceberg intende «un attacco alla dimensione securitaria [dell’ordine internazionale liberale], i cui effetti devastanti sono stati pienamente compresi solo progressivamente» (p.115).

La terza faccia dell’Iceberg riguarda il revisionismo di Donald Trump, volto a «destrutturare dal suo stesso interno l’ordine internazionale liberale, a partire dall’impegno di riportare posti di lavoro, produzione e profitti negli Stati Uniti»” (p.144). Secondo Parsi il problema cui Donald Trump intende dare risposta, ovvero il turbocapitalismo iper-globalizzato degli ultimi anni, è reale, ma le ricette che il nuovo Presidente degli Stati Uniti propone paiono velleitarie e anacronistiche. Parsi critica la chimera del neoisolazionismo (dazi, guerra commerciale etc.) perseguita da Trump, sia per quanto riguarda l’economia sia per quanto riguarda la politica estera. L’imprevedibilità[4] di Donald Trump, in un passaggio storico così delicato, rappresenta per antonomasia il grande dis-ordine globale.

Infine, l’ultima faccia dell’Iceberg è rappresentata dalla crisi delle democrazie, «afflitte dalla contrapposizione tra forme di populismo identitario e sovranista e tendenze oligarchiche e tecnocratiche» (p.173). I sintomi di questa crisi sono rinvenibili nella svolta politico-economica degli anni Ottanta, svolta che ha permesso a una élite ristretta di usufruire delle opportunità offerte dalla globalizzazione mentre la maggioranza della popolazione ha visto i propri redditi stagnare. Lo scossone della crisi ha marcato ancora di più questo bipolarismo, accentuando nell’immaginario collettivo l’idea di una contrapposizione tra un popolo omogeneo e unitario e una élite autoreferenziale. Secondo Parsi è necessario ritrovare l’equilibrio tra democrazia e mercato che aveva caratterizzato l’ordine internazionale liberale, regolamentando un capitalismo incontrollato senza però sacrificare i valori della democrazia rappresentativa e del pluralismo, il più delle volte minacciati da quello che l’Autore definisce “populismo identitario”.

All’interno del grande dis-ordine globale di cui abbiamo offerto una sintetica panoramica, naviga smarrita l’Europa. L’Autore si focalizza proprio sul progetto europeo, per ora informe e incompiuto, nelle ultime pagine. Questo progetto si è sviluppato senza una coscienza politica in grado di supplire alla discrasia fra gli obiettivi dei singoli Stati membri, traducendosi quindi in una unione solo economica, sorretta dai principi del neoliberalismo. «Il futuro dell’Unione europea […] dipende in gran parte dall’atteggiamento con cui sapremo e vorremo porci la sfida di una riarticolazione nei suoi rapporti con gli Stati membri che non ne mortifichi le necessarie sovranità, ma che si ponga piuttosto il problema di armonizzare la pluralità e di renderne compatibili gli obiettivi. E che preveda un sempre più improcrastinabile riequilibrio tra la dimensione sociale e quella economico e finanziaria dell’Unione» (p.200).

Il libro di Parsi è una fonte preziosa per capire il presente nelle sue varie sfumature – politiche economiche e culturali. Il viaggio che la penna dell’Autore intraprende negli ultimi trenta/quarant’anni di storia ha il merito di evidenziare gli errori e le occasioni mancate del Titanic dell’Occidente, oggi in procinto di schiantarsi contro l’Iceberg dalle quattro facce. Le pagine di questo testo, per concludere, nonostante in alcuni casi siano espressione di una visione personale, si traducono comunque in una necessaria e proficua critica dell’esistente, sia per quanto riguarda l’ordine globale neoliberale sia per quanto riguarda il presente e il futuro dell’Europa.


[1] Le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio e l’Alleanza Atlantica.

[2] Ci limitiamo a ricordare questo successo russo senza entrare nei dettagli della complessa situazione in Medio Oriente, impossibile da affrontare in questa sede.

[3] Sittwe Kyaoukpyo in Birmania, Chittagong in Bangladesh, Singapore, Hambamtota in Sri Lanka, Marao nelle Maldive, Gwadar e Pasni in Pakistan, Aden in Yemen, Port Salalah in Oman, Obock a Gibuti.

[4] L’amministrazione Trump è molto più complessa di quanto sembra. Istanze neoisolazioniste sono accompagnate da politiche di tradizionale stampo repubblicano, ai dazi protezionistici si aggiungono i tagli fiscali per le imprese. Notiamo, insomma, un revisionismo ibrido, all’insegna di quella “imprevedibilità” di cui Trump si fa portatore.

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato praticante e laureando in Giurisprudenza all’Università di Trieste con una tesi sul golden power. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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