“Togliatti e gli intellettuali” di Albertina Vittoria

Togliatti

Recensione a: Albertina Vittoria, Togliatti e gli intellettuali. La politica culturale dei comunisti italiani (1944-1964), Carocci, Roma 2015, pp. 344, 36 euro (scheda libro).


Palmiro Togliatti trasformò il partito nato dalla scissione di Livorno, cresciuto tra la guerra civile spagnola, la clandestinità del periodo fascista e la battaglia partigiana, in un partito di massa con le radici nella storia e nella cultura italiana. Il libro di Albertina Vittoria, frutto di una lunga ricerca, descrive la genesi e lo sviluppo di questo cambiamento, che portò alla formazione del più grande partito comunista dell’Occidente, soffermandosi in particolare sulla politica culturale del “Migliore”, che fu la base del “partito nuovo” ed ebbe come obiettivo quello di elaborare “la via italiana al socialismo”, cioè l’identità culturale e l’orizzonte politico fondamentale del PCI.

Il libro ripercorre l’evoluzione della concezione togliattiana, che metteva in discussione il ruolo guida esclusivo, a livello culturale, dell’Unione Sovietica. Era una visione che portò a un contrasto con i dirigenti più ortodossi del partito, mostrando una divergenza intellettuale tra coloro che avevano posizioni maggiormente filosovietiche e la nuova classe dirigente ed intellettuale formatasi negli anni del regime fascista, che seguiva la linea del segretario.
Le posizioni dei primi erano ben rappresentate nella figura di Emilio Sereni, primo responsabile della Commissione cultura del PCI, che aveva una visione culturale dogmatica e incentrata sui temi della lotta per la pace e del disarmo dalle armi atomiche: «la svolta che la nascita del Cominform aveva impresso ai rapporti tra URSS e partiti comunisti, si traducevano […] in una visione riduttiva dell’attività intellettuale, ampiamente concentrata, appunto, sul versante internazionale e fortemente connotata dall’elemento ideologico»[1]. La posizione filosovietica di Sereni doveva favorire «dei passi avanti verso una cultura più specificatamente marxista», ed era influenzata dalle idee intellettuali di Andrej Ždanov. Togliatti era contrario alla visione ždanoviana, perché non considerava la reale situazione della cultura e il posizionamento degli intellettuali del nostro paese, tralasciando le caratteristiche specifiche del movimento socialista all’interno della storia italiana.

I contrasti tra le diverse posizioni intellettuali presenti nel Partito portarono a una sostituzione alla guida della commissione culturale, con Carlo Salinari che prese il posto di Sereni. Il cambio per Togliatti rappresentò «una svolta nella politica culturale comunista»[2], in quanto il nuovo direttore era «uno studioso della generazione più giovane, cresciuto sotto il fascismo, un critico letterario fuori dall’apparato, anche se politicamente impegnato», tramite cui «il segretario del partito faceva passare la propria concezione di “battaglia culturale”»[3]. Salinari aveva l’obiettivo «di porre al centro della politica culturale dei comunisti Gramsci e le sue opere»[4], considerato l’intellettuale che poteva permettere ai comunisti di inserirsi nel dibattito culturale italiano, aprendosi al confronto con ambienti diversi, siccome «Gramsci […] era patrimonio di tutta la cultura e non solo del PCI»[5].

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: Togliatti e il ruolo di Gramsci

Pagina 3: Il rapporto con gli intellettuali e il 1956


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Nato a Reggio Emilia nel 1994. Laureato in Filosofia presso l'Università di Bologna.

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