“Togliatti e gli intellettuali” di Albertina Vittoria
- 15 Novembre 2017

“Togliatti e gli intellettuali” di Albertina Vittoria

Recensione a: Albertina Vittoria, Togliatti e gli intellettuali. La politica culturale dei comunisti italiani (1944-1964), Carocci, Roma 2015, pp. 344, 36 euro (scheda libro)

Scritto da Francesco Monica

8 minuti di lettura

Palmiro Togliatti trasformò il partito nato dalla scissione di Livorno, cresciuto tra la guerra civile spagnola, la clandestinità del periodo fascista e la battaglia partigiana, in un partito di massa con le radici nella storia e nella cultura italiana. Il libro di Albertina Vittoria, frutto di una lunga ricerca, descrive la genesi e lo sviluppo di questo cambiamento, che portò alla formazione del più grande partito comunista dell’Occidente, soffermandosi in particolare sulla politica culturale del “Migliore”, che fu la base del “partito nuovo” ed ebbe come obiettivo quello di elaborare “la via italiana al socialismo”, cioè l’identità culturale e l’orizzonte politico fondamentale del PCI.

Il libro ripercorre l’evoluzione della concezione togliattiana, che metteva in discussione il ruolo guida esclusivo, a livello culturale, dell’Unione Sovietica. Era una visione che portò a un contrasto con i dirigenti più ortodossi del partito, mostrando una divergenza intellettuale tra coloro che avevano posizioni maggiormente filosovietiche e la nuova classe dirigente ed intellettuale formatasi negli anni del regime fascista, che seguiva la linea del segretario.

Le posizioni dei primi erano ben rappresentate nella figura di Emilio Sereni, primo responsabile della Commissione cultura del PCI, che aveva una visione culturale dogmatica e incentrata sui temi della lotta per la pace e del disarmo dalle armi atomiche: «la svolta che la nascita del Cominform aveva impresso ai rapporti tra URSS e partiti comunisti, si traducevano […] in una visione riduttiva dell’attività intellettuale, ampiamente concentrata, appunto, sul versante internazionale e fortemente connotata dall’elemento ideologico»[1]. La posizione filosovietica di Sereni doveva favorire «dei passi avanti verso una cultura più specificatamente marxista», ed era influenzata dalle idee intellettuali di Andrej Ždanov. Togliatti era contrario alla visione ždanoviana, perché non considerava la reale situazione della cultura e il posizionamento degli intellettuali del nostro paese, tralasciando le caratteristiche specifiche del movimento socialista all’interno della storia italiana.

I contrasti tra le diverse posizioni intellettuali presenti nel Partito portarono a una sostituzione alla guida della commissione culturale, con Carlo Salinari che prese il posto di Sereni. Il cambio per Togliatti rappresentò «una svolta nella politica culturale comunista»[2], in quanto il nuovo direttore era «uno studioso della generazione più giovane, cresciuto sotto il fascismo, un critico letterario fuori dall’apparato, anche se politicamente impegnato», tramite cui «il segretario del partito faceva passare la propria concezione di “battaglia culturale”»[3]. Salinari aveva l’obiettivo «di porre al centro della politica culturale dei comunisti Gramsci e le sue opere»[4], considerato l’intellettuale che poteva permettere ai comunisti di inserirsi nel dibattito culturale italiano, aprendosi al confronto con ambienti diversi, siccome «Gramsci […] era patrimonio di tutta la cultura e non solo del PCI»[5].

 

Togliatti e il ruolo di Gramsci

Il libro sottolinea come Antonio Gramsci sia stato il «protagonista» della «storia e della politica culturale comunista, non solo come dirigente e uomo politico, per le sue riflessioni prima e durante il carcere, ma anche per quanto riguardò la diffusione del suo pensiero attraverso editori e riviste, per la quale Togliatti si impegnò da quando tornò in Italia»[6]. L’autrice mostra come il pensiero dell’uomo politico sardo «muoverà la politica di Togliatti» con lo scopo di «fare di Gramsci uno tra i più grandi studiosi della cultura italiana del Novecento, il cui pensiero costituirà le fondamenta della “via italiana al socialismo”»[7]. Le riflessioni gramsciane, dall’Ordine Nuovo ai Quaderni del Carcere, esprimevano la convinzione che vi fosse una forte identità tra cultura e organizzazione politica, e che senza di essa non si potesse concepire e costruire il Moderno Principe, figura concettuale che per Gramsci indica il Partito Comunista. Seguire l’insegnamento del filosofo sardo e porlo al centro della costruzione del “partito nuovo”, insieme ad Antonio Labriola che assunse «un ruolo di grande importanza nella politica culturale dei comunisti, [con] l’obiettivo di ricostruire le fondamenta del marxismo italiano»[8], era necessario per costruire l’identità del PCI radicandola profondamente nella cultura e della storia del nostro paese.

Alcuni dirigenti del partito rileggevano invece Gramsci seguendo l’ortodossia sovietica, generando contrasti con Togliatti e altri intellettuali “organici” del partito. Ambrogio Donini, primo presidente dell’Istituto Gramsci, propose, nel 1951, un convegno gramsciano. Il progetto non si realizzò perché Togliatti si oppose alla lettura che Donini voleva dare della figura del fondatore dell’Ordine Nuovo, in quanto «riconduceva Gramsci nell’ambito dell’ortodossia marxista-leninista di stampo ždanoviano» non facendo emergere che era «al di fuori dell’ortodossia» essendo «colui che aveva dato uno sviluppo originale al marxismo, all’interno della cultura e della politica italiana»[9]. Un altro caso fu la discussione, nel 1954, tra Arturo Colombi e Togliatti all’Istituto Gramsci. Il primo, dirigente di spicco del PCI, mosse, in una relazione, una serie di critiche verso i giovani storici del partito riguardo alla visione storica del movimento socialista nel nostro paese e soffermandosi sul linguaggio che utilizzavano: era a suo avviso sbagliato adoperare i termini «neutri» di Gramsci, in quanto il pensatore sardo era costretto, dal controllo fascista, a non usare il linguaggio dell’ortodossia marxista. La relazione di Colombi generò dure reazioni e critiche verso il suo autore, soprattutto da parte di uno dei giovani studiosi a cui era rivolta, Gastone Manacorda, che rivendicò «una linea culturale del tutto diversa, per non dire antitetica, a quella ždanoviana e stalinista rappresentata da Colombi (e da Donini)»[10]. Togliatti, tramite una lettera, espresse la sua contrarietà alle posizioni di Colombi e «l’appoggio implicito» a Manacorda, il quale sosteneva che la lettura storica del movimento operaio, e l’elaborazione gramsciana, andava interpretata all’interno del contesto storico-culturale italiano. Manacorda volle affermare come il pensiero di Gramsci fosse opposto a quello di Ždanov, e Togliatti colse «l’occasione per ribadire le radici nazionali – con la centralità di Gramsci, innanzitutto – della politica e della cultura del PCI»[11].

Il “Migliore” capì le potenzialità dell’eterodossia gramsciana fin da prima del suo rientro in Italia, per questo si adoperò per ottenere i Quaderni del carcere, volendo fortemente la pubblicazione della prima edizione, che era stata concepita, divisa per argomenti, come uno strumento popolare di massa per far conoscere il pensiero di Gramsci ai militanti e ai quadri di partito.

 

Il rapporto con gli intellettuali e il 1956

I comunisti ebbero un rapporto dialettico con gli intellettuali, come si evince dalle polemiche che figure importanti della cultura italiana, come Vittorini e Bobbio, ebbero con il segretario del PCI. Togliatti riteneva fosse fondamentale che gli intellettuali fossero coinvolti nella vita politica e nell’elaborazione del partito e per questo in quegli anni vennero create varie riviste, come Rinascita, Società, Il Contemporaneo, Critica Marxista, Studi Storici e la casa editrice Editori Riuniti. L’obiettivo era di organizzare la cultura, fornendo strutture che potessero stimolare ed indirizzare il dibattito intellettuale, pur mantenendo «l’oggettività» e la «scientificità» della ricerca. Questo fine portò anche alla creazione, nel 1948 su proposta di Sereni, dell’Istituto Gramsci, che divenne un luogo chiave dove avvennero molti dei dibattiti che caratterizzarono la politica culturale dei comunisti.

Il punto di svolta nel rapporto tra PCI e gli intellettuali furono i fatti del 1956, con il rapporto Cruščëv e l’invasione dell’Ungheria. Questi due eventi portarono a un allontanamento dal partito di alcuni importanti intellettuali e dirigenti, tra cui Italo Calvino e Antonio Giolitti, e generarono proteste interne nei confronti della linea politica assunta dal partito in quell’occasione.

Il XX Congresso del PCUS aprì un confronto sulla democrazia nei paesi socialisti. Gli intellettuali vicini al PCI presero posizione sul rapporto presentato dal leader sovietico e Togliatti, in un articolo sull’Unità, ribadì la funzione storica e i successi dell’URSS, pur consapevole che quel modello esigesse dei cambiamenti, e al tempo stesso affermò come bisognasse andare oltre gli errori dello stalinismo. Il giovane studioso Paolo Spriano, condividendo la posizione togliattiana, sostenne che il PCI aveva, dopo la lotta di liberazione, superato l’impostazione leninista di Stato e Rivoluzione: il “partito nuovo” aveva spostato la lotta all’interno dello Stato democratico e del parlamentarismo, mentre Lenin riteneva che queste forme dello Stato borghese andassero contrastate.

Il dibattito sul rapporto Cruščëv poneva con forza il tema delle “vie nazionali al socialismo” e di quale dovesse essere la funzione politica e ideologica dell’URSS come “Stato guida”. Questa discussione ebbe un’ulteriore approfondimento nell’autunno con l’invasione delle truppe sovietiche dell’Ungheria. Il PCI appoggiò l’iniziativa, considerando le proteste delle masse ungheresi come un’azione controrivoluzionaria. Questa presa di posizione portò 101 intellettuali a firmare un documento contrario all’invasione, perché, come disse Italo Calvino, questa azione militare era contraria all’idea che il socialismo fosse una «forza liberatrice» e non si poteva accettare che «un potere operaio» reprimesse «tutta una classe operaia»[12]. Il sostegno alle masse e al governo di Imre Nagy venne anche dagli universitari romani della FGCI, dal leader della CGIL Giuseppe Di Vittorio e dalla cellula comunista della casa editrice Einaudi. I fatti ungheresi provocarono smarrimento e incertezza tra i militanti del partito, che fino ad allora aveva vissuto con il mito sovietico.

Togliatti rispose in modo netto: «non possiamo accettare questo scagliarsi contro tutto e contro tutti. Si sta con la propria parte anche quando sbaglia»[13]. La presa di posizione fu probabilmente dettata dalla convinzione del “Migliore” che la situazione internazionale della Guerra Fredda, e il filosovietismo ancora molto presente nelle base comunista, non gli consentissero di recidere il legame con l’Unione Sovietica. Togliatti anni dopo, nel memoriale di Yalta, afferma che «la lotta per la democrazia viene ad assumere […] un contenuto diverso, che sino ad ora, più concreto, più legato alla realtà della vita economica e sociale»[14]. Anni dopo Berlinguer, ricollegandosi anche a queste dichiarazioni, porterà i comunisti italiani a prendere molto più nettamente le distanze dal modello sovietico, fino ad affermare il “valore universale della democrazia”.

Gli eventi del ’56 posero un altro problema: la democrazia interna. Il dibattito sul XX Congresso e sui fatti dell’Ungheria aveva scatenato una dialettica interna, che coinvolse anche la stampa del partito e non solo, che mai prima aveva caratterizzato il PCI. La presa di posizione dei 101 che firmarono il documento, le critiche dei giovani universitari e di altre importanti personalità, scossero l’unità del partito. Antonio Giolitti pose il tema considerando che «la democrazia non doveva solo essere costitutiva dei regimi socialisti, ma doveva essere portata avanti anche dentro lo stesso partito, che era stato “corresponsabile” di quanto era accaduto»[15]. Luigi Longo affermò che una volta discussa e approvata una posizione, negli organi dirigenti, non si poteva esprimersi in pubblico contro di essa. Giolitti espresse le sue critiche nel volume Riforme e rivoluzione, al quale rispose Longo con il libro Revisionismo vecchio e nuovo, che portò il dirigente dissidente ad assumere la decisione di uscire dal partito e avvicinarsi, successivamente, al PSI. La scelta di Giolitti fu seguita da altri, come Calvino e Eugenio Reale. Cantimori si ritirò, mentre Manacorda decise di rimanere, pur esprimendo il proprio dissenso rispetto alle posizioni assunte dalla direzione. Anche Feltrinelli si allontanò dal partito e pubblicò Il dottor Živago, nonostante le pressioni che il PCI fece sull’editore per evitare che ciò accadesse.

Gli anni successivi al 1956 il PCI dovette ricostruire il “rapporto sentimentale con gli intellettuali”, portando avanti un approccio differente nella ricerca culturale, che doveva andare oltre l’ambito comunista: Mario Alicata, responsabile della commissione cultura, sosteneva che si dovessero «organizzare le strutture per il lavoro culturale con un’apertura diversa rispetto al passato, poiché queste non dovevano rimanere nell’ambito strettamente comunista, ma rivolgersi e coinvolgere anche gli altri studiosi»[16]. La nuova linea fu accompagnata da una «ristrutturazione» dell’Istituto Gramsci, che portò Ranuccio Bianchi Bandinelli ad assumerne la presidenza. L’obiettivo del nuovo corso era «di coinvolgere anche chi non era iscritto al partito e di svolgere un’attività scientifica e di studio, che avesse una sua ricaduta nella cultura nazionale»[17]. In questo processo l’Istituto assunse «una funzione che non doveva rimanere dentro il PCI, ma era rivolta verso l’esterno»[18] per essere produttore di cultura, insieme alle varie riviste del partito, e mobilitandosi per organizzare convegni che riguardassero vari aspetti dell’attualità politica e intellettuale. L’Istituto nel corso degli anni iniziò, su spinta di Togliatti, un’opera di raccolta degli scritti gramsciani originali, e si pose l’obiettivo di giungere all’edizione critica dei Quaderni del carcere, curata da Valentino Gerratana, che saranno editi da Einaudi nel 1975.

La centralità del pensiero di Antonio Gramsci nella politica culturale del PCI, per affermare le radici nazionali del partito, resta una delle principali eredità politiche di Togliatti, che ha permesso ai comunisti italiani di scrivere pagine importanti della storia del nostro paese, diventando un caso unico nell’Europa divisa dalla Guerra Fredda. La lettura del libro di Albertina Vittoria rappresenta un’occasione preziosa per approfondire queste vicende, ricostruite dall’autrice con rigore e precisione.


[1] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 60.

[2] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 90.

[3] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 92.

[4] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 95.

[5] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 96.

[6] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 312.

[7] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 89.

[8] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 105.

[9] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 79.

[10] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 133.

[11] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 143.

[12] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 212.

[13] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 219.

[14] P. Togliatti, Il memoriale di Yalta, Sellerio editore, Palermo, 1988, p. 37.

[15] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 239.

[16] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 254.

[17] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, pp. 261-262.

[18] A. Vittoria, Togliatti e gli intellettuali, p. 255.

Scritto da
Francesco Monica

Nato a Reggio Emilia nel 1994. Laureato in Filosofia presso l'Università di Bologna.

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