“Togliatti, il realismo della politica” di Gianluca Fiocco
- 06 Novembre 2019

“Togliatti, il realismo della politica” di Gianluca Fiocco

Recensione a: Gianluca Fiocco, Togliatti, il realismo della politica. Una biografia, Carocci, Roma 2018, pp. 478, 39 euro, (scheda libro)

Scritto da Enrico Fantini

12 minuti di lettura

La produzione critica su Palmiro Togliatti è sterminata. Dal 1964 (anno della sua morte) ad oggi, si contano nei più comuni repertori bibliografici[1] 134 volumi. Se a questi si somma la messe di articoli più o meno specialistici (si pensi ai soli nomi di Silvio Pons e Giuseppe Vacca), se ne ricava l’idea di una fortuna enorme. Neanche Berlinguer, figura di certo più prossima e meno contrastata, umanamente più assimilabile, riesce a fare tanto. Se consideriamo uno spazio d’anni arbitrario ma comparabile[2] – dal 1945 ad oggi – e interroghiamo la stessa base di dati per tre casi di riferimento (De Gasperi, Togliatti, Berlinguer) otteniamo tre semplici cifre, che danno però l’idea di un’attenzione storiografica rilevante: 280, 188, 91. Solo il leader della Dc fa meglio: ma lui divenne statista, Togliatti no. Infine, anche le biografie (molto diverse per taglio e qualità) dimostrano un interesse non ancora estinto.[3]

Più di recente, arricchisce il dibattito storiografico lo splendido volume di Gianluca Fiocco, Togliatti, Il realismo della politica, edito nel 2018 da Carocci. Lo studio è ampio e accurato; introduce nuovi documenti d’archivio e si apprezza per l’assoluto equilibrio nel definire la figura del leader comunista. La notevole sobrietà espositiva, che lo rende di fatto anche di piacevole lettura, si accompagna ad un rigore scientifico che sostiene ogni affermazione. È una biografia intellettuale, non indugia cioè sugli aspetti privati. E questo, contrariamente a molte critiche, è da ritenersi un bene. È anche un libro che dà per scontato il rapporto di Togliatti col comunismo teorico. E questo, forse, è meno bene. In definitiva, è un testo che vale la pena discutere. Un modo non banale potrebbe essere quello di porlo a contrasto con un’altra importante pubblicazione degli ultimi anni: la raccolta di interventi e di saggi del segretario del Pci uscita per Bompiani, per le cure di Giuseppe Vacca e Michele Ciliberto.[4] Edito nella collana Il pensiero occidentale, progetto e collocazione denunciano la volontà di proporre un Togliatti pensatore di spessore europeo: un’operazione non solo complessa e coraggiosa, ma di grande fascino. Se insomma in Fiocco l’accento cade sul realismo della politica, Ciliberto e Vacca puntano sul suo spessore “intellettuale”. Mettere a riscontro queste due opere permette allora di tornare a riflettere sul nesso – drammaticamente irrisolto in Togliatti – che tiene assieme azione e pensiero. E perché proprio ora è utile ragionare su questo nesso? L’impressionante accelerazione dei cicli politici, l’ondeggiamento degli umori elettorali e il respiro corto delle classi dirigenti (italiane ed europee), sono i sintomi odierni del venir meno di un’idea complessa di politica. Si comprende allora, in una condizione simile, l’urgenza di tornare a considerare la figura di Togliatti e il suo modo di cercare una sintesi tra i tempi della teoria e quelli della prassi.

Silvio Pons, nella presentazione al volume,[5] sostiene che il lavoro di Fiocco non costringe la biografia del segretario dentro logiche unificanti. Al contrario, pone le sue scelte politiche in una relazione “assoluta” con la contingenza storica. Togliatti non è veracemente uno, ma molti: l’ordinovista non è il leader della svolta di Salerno; il promotore del dialogo con la Dc, non è il compilatore del memoriale di Yalta. La tesi del Togliatti realista finisce così con l’offrire il fianco a un’accusa di tatticismo da sinistra; di cinismo da destra. È qui che la valorizzazione di un profilo intellettuale di lungo respiro, interviene a correggere l’immagine di un leader totus politicus, secondo la nota quanto ambigua formula di Croce. Diventa allora utile rimarcare (come fanno Vacca e Ciliberto e come fa il lavoro di Fiocco) che la sua idea di praxis è sempre ancorata, all’interno di una banda di oscillazione stabilita dalle contingenze, ad una riflessione teorica organica e a obiettivi politici di lungo periodo.

Gli obiettivi sono essenzialmente tre: 1) salvaguardare il Partito e la sua “eccezionalità”; 2) difendere il percorso di democratizzazione del Paese; 3) perseguire la battaglia per l’egemonia politica e culturale. Occorre soffermarsi brevemente su ognuno di essi.

  • Togliatti era perfettamente consapevole che l’organizzazione clandestina del Partito durante la dittatura fascista non avrebbe mai retto senza il considerevole apporto logistico e finanziario dei sovietici, in definitiva senza il loro benestare. Sapeva pure che indebolirli sul piano internazionale– come accadrà poi con Chruščëv e la gestione della fine della stagione staliniana – avrebbe portato alla logica estinzione dell’organizzazione comunista a livello globale. Dentro questa cornice di necessità storica – che lo spingerà spesso anche ad un appiattimento sulle posizioni staliniane[6] – Togliatti opera per affermare uno statuto di eccezionalità del Partito comunista italiano nel contesto internazionale. Lo fa, quando il Pci non aveva altri strumenti negoziali, attraverso la sola forza della battaglia delle idee. Tra i contributi originali si pensi solo all’inedita interpretazione del fenomeno fascista, in cui Togliatti – assieme a Gramsci – scinde il suo destino da quello del capitalismo[7] imponendo sul tema una discussione pubblica;[8] o alla caratterizzazione nazionale della politica dei fronti popolari, avanzata nel ‘35 al VII Congresso del Comintern e proseguita nel ‘36 (p. 119). Lo stesso impulso, sempre votato a garantire centralità al Pci nel quadro stavolta dell’Italia repubblicana, spingerà il segretario alla mossa, per certi versi sorprendente, di far entrare il Partito nel governo Bonomi; oppure, nel 1955, a tentare la strada del dialogo con il Psi; o, infine, a promuovere una fase di apertura politica verso la Dc di Fanfani, con la stagione del centro-sinistra (p. 287-88). La stessa complessa vicenda della difesa e della diffusione della figura e del pensiero di Gramsci, personalità non sempre gradita al comunismo sovietico,[9] venne sfruttata dal segretario per imporre una genealogia del tutto peculiare al Partito comunista italiano; ancora una volta per rimarcarne la sua “eccezionalità”.[10] Sono tutti esempi, questi, di come Togliatti cercò di tenere il Pci costantemente dentro il fuoco della lotta politica; di governare la contingenza, piuttosto che subirla. Anche a rischio di rimarcare un’alterità in seno al campo di appartenenza.[11]
  • Lo stato nazionale è per Togliatti uno strumento concettuale e pratico indispensabile: la comprensione della sua storia secolare, delle sue tradizioni culturali e della configurazione peculiare che assumono le relazioni tra le classi, diventa un momento essenziale della politica. È una lettura che gli deriva senz’altro dall’esperienza ordinovista e dalla frequentazione di Gramsci (nonché dei lavori di Salvemini) e che trova un suo primo compimento nell’elaborazione delle Tesi di Lione del 1926. Nella prospettiva del leader, il Partito comunista rappresenta gli interessi della classe operaia in un’ottica di più ampia emancipazione dell’intera storia d’Italia e affonda le sue stesse radici nel moto risorgimentale. La creatura di Togliatti – il “partito nuovo” – con la sua dimensione interclassista, aperto alle “rivendicazioni e strutture mentali dei ceti medi” (p. 175), non è comprensibile se non lo si colloca all’interno di questa cornice. Parte da queste riflessioni – e dalla “svolta di Salerno” – un lunghissimo cammino di responsabilità nazionale, che chiude con la stagione ribellistica delle organizzazioni comuniste e con il settarismo della segreteria Bordiga, per aprire una nuova fase parlamentarista, che condurrà il Pci a diventare il più grande partito comunista di massa dell’Occidente. È proprio nell’ottica nazionale che vanno lette, ad esempio, le rimostranze sulla questione giuliana, quando dalla tribuna del V Congresso del Pci nel 1945, Togliatti sosterrà, contro la politica aggressiva della Jugoslavia, il nesso inestricabile tra il perseguimento degli obiettivi socialisti e l’intangibilità della comunità nazionale. Il segretario era convinto che il patriottismo, come sentimento popolare, andasse sostenuto e non sradicato, così come era consapevole che lo stato nazionale può avere una funzione progressiva e non solo reattiva. Tuttavia, il percorso parlamentare e moderato assunto dal Pci nel dopoguerra sarà possibile solo perché Togliatti riconoscerà nella Resistenza, in cui il movimento comunista aveva profuso sforzi enormi, l’atto fondativo delle istituzioni repubblicane. Il percorso democratico andava insomma preservato perché il Pci stesso si considerava padre nobile di quest’ordine.
  • Il progetto di un partito di massa implica la sfida del dialogo interclassista. Gli interessi della classe operaia vanno armonizzati all’interno di un corpo sociale più largo e sfrangiato. Il tentativo di penetrare le associazioni cattoliche avanzato addirittura negli anni Trenta; il dialogo con la Dc – o perlomeno, con le sue componenti progressiste; l’attenzione per gli umori e le domande delle classi medie, dimostrano l’abilità del segretario nel cogliere la complessità delle moderne società civili. Un progetto simile necessita della capacità tecnica di parlare ad una massa attraversata da interessi materiali e da linguaggi culturali differenti. Un solo esempio – per quanto estremamente significativo – di questa sensibilità in Togliatti è rilevabile nel suo rapporto con il fenomeno fascista. Nel 1936 il segretario spinge per l’iniziativa dei fronti popolari, un’alleanza tra le varie componenti dell’antifascismo internazionale, spesso borghese e liberale, spesso improntato ad una lettura moralistica della situazione in corso (su cui Togliatti per altro manterrà sempre una forte riserva). Negli stessi mesi in cui appronta una politica di distensione con le forze socialdemocratiche, firma (in agosto) un appello ai «fratelli in camicia nera», in cui di fatto auspica un ritorno allo spirito del fascismo sansepolcrista, anticapitalista, antiborghese, aperto alle conquiste sociali del proletariato. La comprensione del fascismo come risposta (sbagliata) a una crisi sociale, economica e istituzionale profonda, non esclude la possibilità di interloquire con quelle forze che nei fatti derubricavano il fenomeno a semplice imbarbarimento delle masse italiane e parlavano il linguaggio del “dover essere”.

Se questi possono essere considerati tre nuclei di una possibile eredità di Togliatti (in un’ipotetica, quanto un po’ frusta lista di ciò che è vivo e ciò che è morto della sua storia), a permanere con maggior forza sono però le aporie.[12] In particolare, si potrebbe qui riflettere sul nesso problematico giacobinismo/populismo; sui controversi risultati del lavoro volto alla conquista dell’egemonia culturale; infine proprio sul binomio teoria/praxis. Come si comporta Togliatti nella sua pratica politica rispetto a questi problemi? Cominciamo con ordine.

Seguendo una linea chiaramente marxiana,[13] il segretario non rinnega nulla delle conquiste sociali della borghesia progressista. La classe operaia e quella contadina devono al contrario proseguirne la direzione emancipativa. Nella Prefazione al Trattato sulla tolleranza di Voltaire (1949), di cui appronta anche la traduzione, «il movimento operaio veniva posto come difensore e continuatore dei principi della battagli illuminista – anche in questo caso quindi come erede diretto delle maggiori conquiste della civiltà borghese» (p. 231). A ben vedere, già nel programma ordinovista (che risentiva delle elaborazioni salveminiane), la trasformazione del proletariato in classe dirigente si inquadrava nella necessità di sostituire una borghesia che veniva meno alla sua stessa missione emancipativa. All’immagine di un movimento operaio erede della tradizione giacobina si accostava però una considerazione meno tranchant sulla non linearità delle evoluzioni che avvengono nel corpo sociale. Al passo di marcia dei giacobini, insomma, si affianca la comprensione di un progresso meno spedito (che contempla perfino arresti, o regressi) nelle masse. Il dilemma del Pci togliattiano diventa allora scegliere se porsi all’avanguardia dell’esercito o al suo centro. Il segretario aveva già avuto modo di sperimentare questa contraddizione durante il suo lavoro alla Costituente (su cui per altro, il volume di Fiocco si concentra poco). Pur concedendo che la Carta in fase di elaborazione rappresentasse in più punti un testo avanzatissimo, innescò una polemica piuttosto aspra sulla proposta di istituire una Corte costituzionale. In un famoso intervento al Senato definì il progetto una “bizzarria”. Il timore di Togliatti era diretto verso un irrigidimento delle istituzioni repubblicane – sul modello di check and balance liberale – che avrebbe prodotto una progressiva mediazione della volontà popolare. Il punto da presidiare era cioè che il popolo potesse esprimersi con il minor numero possibile di filtri istituzionali. Qui, la questione di un rapporto non risolto tra impulso giacobino da un lato e – per usare un termine impreciso – populismo dall’altro, si rivela in tutta la sua drammaticità. Spinta al progresso e arresto al livello di maturità delle masse rappresentano per Togliatti un nodo da sciogliere.

La seconda aporia riguarda gli esiti del duro e accurato lavoro che il Pci togliattiano ha portato avanti per l’egemonia culturale. Con ogni probabilità il suo maggior risultato è stato quello di creare, o di sostenere la creazione di una borghesia progressista ispirata ai principi democratici (in particolare tra l’amministrazione dello stato, la magistratura, le libere professioni). Si è molto ironizzato sugli effetti di questo sforzo (si pensi a La terrazza di Scola e alla paccottiglia corrente che si richiama al brand del radical-chic). Tuttavia, si tende spesso a dimenticare la natura profondamente conservatrice, quando non cordialmente reazionaria, della borghesia italiana della prima metà del Novecento, passata poi al vaglio dell’esperienza del regime. Togliatti, al contrario, aveva ben chiaro cosa fosse il notabilato, ma anche cosa fossero i quadri della burocrazia e in generale la borghesia italiana liberale prima, fascista poi.[14] Il lavoro prospettico del segretario e del suo Pci (ma ovviamente non solo), di virare in senso progressista questi ceti, ha avuto un peso enorme nella costruzione dell’Italia repubblicana e ha permesso di ancorarne i principi democratici ad una vasta base sociale. Ora, forse, sono più evidenti di allora i limiti di questa operazione. Nondimeno, già a partire dai tardi anni Quaranta è possibile individuare una serie di spostamenti nella politica culturale del partito[15] che denuncia la forte penetrazione dei ceti colti a discapito delle istanze operaie e contadine. Il progetto di corteggiamento delle classi intellettuali e degli strati borghesi, portato avanti anche per sconfessare l’immagine di un partito plebeo e straccione, non ha saputo fare fino in fondo i conti con le vischiosità dei processi culturali e con la complessità dei rapporti di forza che si statuiscono tra minoranze organizzate e maggioranze che lo sono, giocoforza, meno.

Infine, la critica dell’attendismo di Togliatti, la sua timidezza nel portare avanti istanze rivoluzionarie, che lo porterà di fatto su posizioni riformistiche e moderate. È un’accusa che gli è stata mossa in più contesti, da più fonti e in diverse occasioni: dall’interno del Cominform nel settembre del 1947 (il partito jugoslavo e lo stesso Pcus, dal pulpito di Ždanov, p. 203), come dall’interno del Pci (è noto in questo senso il lungo conflitto con Secchia). Il “partito nuovo” doveva superare la tradizione ribellistica del Pcd’I. Per Togliatti diventa fondamentale, soprattutto in una forte presa di coscienza della storia italiana, disinnescare il circolo vizioso più volte verificatosi tra ribellismo antistatale e reazione. Questo circolo si spezza solo quando una forte dose di cultura politica (socialista, ça va sans dire) penetra nel corpo sociale. Almeno in tre occasioni il segretario riuscì a bloccare gli esiti eversivi delle frange più attive del Pci: immediatamente dopo la fine della guerra di Liberazione; nel 1947 e nel ’48, dopo l’attentato alla sua persona. In tutte queste fasi era andato montando un clima pre-insurrezionale nel Paese. Perché lo fa? Certamente per una lettura realistica delle forze in campo, questo è ovvio. Eppure, una simile impostazione trova il suo radicamento primo all’interno di un’elaborazione che è anzitutto intellettuale. Togliatti rifiuta l’avventurismo essenzialmente da un punto di vista teorico. Qui c’entra una modellizzazione storica a monte e il suo rapporto con Gramsci. Ragionare sulla filosofia della storia gramsciana è un compito enorme. È il caso però di soffermarsi qui sul concetto di “storia molecolare”.[16] Gramsci, derivando la nozione da un modello biologico e linguistico (che per altro aveva la sua radice anche in Marx), definisce più volte nei Quaderni il processo storico come una serie infinita di eventi che “facendo mucchio” producono spostamenti epocali. Questa lettura introduce chiaramente un elemento di casualità nelle dinamiche storiche (è una rivincita della praxis sull’elaborazione teorica?). Togliatti, al contrario, per un fortissimo senso delle istituzioni e di fedeltà repubblicana – certo – ma forse anche per una enorme fiducia nelle capacità del Partito di raggiungere una egemonia assoluta nel cuore delle masse, nonché per una lettura dei cicli politici di lungo e lunghissimo periodo, non poteva accettare una impostazione simile. In questo senso forse, anche l’enorme sforzo di radicare il “suo” partito in un processo secolare della storia italiana, ha contribuito a smorzare ogni tentativo di “forzare” gli eventi. In questo senso, il continuismo in Togliatti vince su ogni concettualizzazione della “frattura”; in questo senso, infine, la teoria, paradossalmente, vince sul suo realismo.

Il libro di Fiocco, come si vede, è un tentativo equilibrato (moderato?) di discutere la figura del segretario del Pci evitando ogni monumentalizzazione. Costituisce invece uno stimolo importante per ripensare nel tempo presente i nervi più scoperti della sua azione politica.


[1] Utilizzo qui il catalogo OPAC SBN: i nomi vengono inseriti tra i soggetti, in un arco di tempo compreso tra il 1945 e il 2019.

[2] È evidente che all’epoca De Gasperi e Togliatti erano entrambi segretari dei due più importanti partiti italiani, mentre Berlinguer era solo un funzionario della federazione romana del Pci.

[3] Si pensi a quella di Ernesto Ragionieri; quella, fortunatissima, di Bocca (ben 8 edizioni, l’ultima del 2014); quella di Lehner; quella parziale di Giulio Seniga, di Antonio Mura, di Marcella e Maurizio Ferrara; il profilo di Luciano Canfora. Infine, quella di Aldo Agosti del 1996.

[4] P. Togliatti, La politica nel pensiero e nell’azione. Scritti e discorsi 1917-1964, a c. di G. Vacca, M. Ciliberto, Milano, Bompiani, 2014. Ma ricordo anche P. Togliatti, La guerra di posizione in Italia, Torino, Einaudi, 2014. È evidente l’importanza del cinquantenario dalla morte.

[5] Il video della presentazione è qui: https://www.youtube.com/watch?v=WHd-D1iwoYc

[6] Si dirà di un Togliatti “megafono di Stalin” durante gli anni del terrore 1937-1938. Si veda ad es. Gianni Corbi, Togliatti a Mosca, Milano, Rizzoli, 1991, p. 187.

[7] Posizioni di fatto rifluite nel documento approvato dal Presidium dell’Internazionale nella seduta del 28 gennaio 1927. La tesi avrà grande rilievo nell’elaborazione delle linee politiche del Comintern, in particolare dal ’26 al ’35. Nel 1934 Togliatti verrà significativamente chiamato a Mosca per assumere degli incarichi che lo avrebbero posto ai vertici del comunismo internazionale.

[8] Posizioni anche eccentriche e a rischio di scomunica, come avvenne per la critica, sviluppatasi nel VI Congresso del Comintern del ’28, circa il tema della contiguità tra socialdemocrazia e fascismo (p. 87). Su questo episodio si veda la raffinata interpretazione di Fiocco sul tentativo estremo di Togliatti non già di modificare una dottrina – quella del socialfascismo – oramai ufficializzata, quanto piuttosto di saggiarne i confini e di testare gli spazi di manovra all’interno dell’organizzazione.

[9] Se non tacciata esplicitamente di eterodossia, certamente avvertita come ampiamente eccentrica.

[10] La linea che da Marx porta all’idealismo italiano e a Gramsci stesso. Togliatti farà poi di Gramsci un’arma da sfruttare sul fronte esterno (il Partito comunista italiano ha una storia intellettuale gloriosa, certo interdipendente ma autonoma rispetto al Pcus) e su quello interno (alle masse si parlava con Stalin, ma con l’élite si dialogava su Gramsci).

[11] Lo si può vedere ad esempio nella gestione dell’eredità del XX Congresso del Pcus: nell’VIII Congresso del Pci Togliatti apre al terzomondismo come via di alleggerimento della pressione esercitata dalla crisi del modello sovietico, prospettando un’alleanza tra la classe operaia dei paesi capitalisti e le masse delle sterminate aree coloniali (p. 315).

[12] Ci si soffermerà qui solo su aporie dell’azione politica, non su questioni storiche specifiche e di certo più controverse, come il rapporto con lo stalinismo ecc. Questioni da approfondire e da non nascondere, ma che non interessano in questa sede.

[13] Si veda da ultimo l’ottimo lavoro di Marcello Musto, Karl Marx. Una biografia intellettuale e politica. 1857-1883, Torino, Einaudi, 2018.

[14] Qualcosa che si riesce forse a percepire da questo appunto riportato da Fiocco: «La cosa più curiosa – aveva scritto Togliatti ai familiari nel 1944, appena entrato nel governo – è che, almeno per ora, non mi possono più arrestare: i commissari di pubblica sicurezza, che sono rimasti pressappoco gli stessi, mi guardano con l’aria di chi non ci capisce più niente, anzi, sono costretti a chiamarmi “eccellenza”, e i carabinieri a farmi il saluto col fucile!», (pp. 191-92).

[15] Si pensi solo alla variazione dei gusti letterari che emergono tra le pagine di «Rinascita»: dal neorealismo locale e popolare, alla grande tradizione colta internazionale.

[16] Per questo concetto di veda almeno la voce “Molecolare”, a cura di G. Fiorenza in G. Liguori, P. Voza (a c. di), Dizionario gramsciano, Roma, Carocci, 2009.

Scritto da
Enrico Fantini

Ha studiato Letteratura italiana all’Università di Siena (BA) e alla Scuola Normale Superiore di Pisa (MA, PHD). Attualmente è Wallace Fellow presso Villa I Tatti - Harvard University. Si occupa di letteratura, di storia delle idee, di politica.

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