“Tomorrow, the World. The Birth of U.S. Global Supremacy” di Stephen Wertheim
- 11 Marzo 2021

“Tomorrow, the World. The Birth of U.S. Global Supremacy” di Stephen Wertheim

Recensione a: Stephen Wertheim, Tomorrow, the World. The Birth of U.S. Global Supremacy, Harvard, Harvard University Press, 2020, pp. 262 (scheda libro)

Scritto da Alberto Prina Cerai

10 minuti di lettura

Il dibattito storiografico sull’ascesa a potenza globale degli Stati Uniti si è a lungo concentrato sull’eredità della Seconda guerra mondiale e sulle esigenze che il dopoguerra – con l’inizio della Guerra fredda e della competizione militare con l’Unione Sovietica – imposero ai policymaker e agli strateghi americani. Molte di queste riflessioni hanno per lungo tempo ritenuto il 1945 come l’alba dell’indiscutibile superiorità degli Stati Uniti, sul piano politico, economico e come detto militare, e per di più giustificata dalla minaccia del comunismo sovietico nel nuovo sistema bipolare. Dunque, decretando uno slancio verso una politica estera compiutamente internazionalista a salvaguardia della democrazia e del nuovo ordine liberale internazionale.

Infatti, nelle ricostruzioni storiche più didascaliche normalmente si apprende come gli Stati Uniti non abbiano scelto la supremazia globale, ma che il vento della storia abbia improvvisamente soffiato a loro favore. Furono alcune circostanze congiunturali – l’ascesa della Germania nazista e dell’Impero nipponico – e l’attacco a Pearl Harbor nel 1941 che risvegliarono gli USA dal torpore “isolazionista” per trascinare il Paese, storicamente avverso alla politica di potenza, nel conflitto mondiale. Così come fu poi lo stalinismo e la minaccia comunista ad evitare che, conclusa la guerra, gli Stati Uniti “ritornassero alla normalità” e che assumessero il ruolo di “leviatano liberale”.

Molto è stato scritto in quella cornica interpretativa, ritenendo il “cosa” (la “supremazia”) un naturale esito nella traiettoria di ascesa verso il globalismo, ma dimenticando di rispondere ad una serie di domande cruciali: quando e perché i funzionari ed intellettuali americani effettivamente decisero che l’America sarebbe dovuta diventare la più grande potenza politica e militare della storia, e soprattutto come avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di garantire l’ordine internazionale? Gli storici hanno per lungo tempo, forse troppo, trascurato questi aspetti.

Stephen Wertheim, storico e accademico della Columbia University e fondatore del think tank Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha il grande merito di demistificare la narrativa dominante, ricostruendo a partire dalla tradizione intellettuale americana e attraverso l’utilizzo di fonti e documenti originali le tappe che indussero i policymaker ad imprimere una svolta al destino del Paese. Di come, a partire dagli anni Trenta, e infine con una profonda torsione tra il 1940 e il 1945, le élite americane abbiano intrapreso una radicale riconcentualizzazione della sicurezza nazionale degli Stati Uniti e concretizzato quelle idee nel perseguimento della supremazia globale.

Nel solco della storia delle idee, Wertheim rivela come la tipica diade – internazionalismo vs isolazionismo – spesso utilizzata nel campo delle scienze sociali per storicizzare la postura internazionale degli Stati Uniti sia stata, in realtà, l’esito di una campagna mediatica e intellettuale volta a preparare il pubblico americano al ruolo pensato e voluto dal nascente establishment di politica estera per l’America. Una realtà plasmata dalla convinzione che la guerra avrebbe richiesto una nuova mappatura spaziale della sicurezza nazionale e di acquisire e mantenere, nel lungo periodo, una supremazia militare indisputabile a difesa di interessi politici ed economici ora extra-emisferici e oceanici. Una virata verso la «supremazia globale» supportata dall’egemonia culturale di un “nuovo internazionalismo”.

Uno dei tanti meriti di Wertheim sta proprio nel fare luce su un grande fraintendimento nella storia politico-intellettuale statunitense. Per molto tempo i policymaker avevano rifiutato di ricercare proprio quella preponderanza politico-militare, ritenuta troppo vicina all’imperialismo cinico degli europei, poiché convinti che l’internazionalismo – quello poi declinato nell’accezione wilsoniana – avrebbe infine avuto successo: nel dettare relazioni pacifiche con la forza del diritto e di un’opinione pubblica internazionali, superando la weltpolitik e così ricreando le condizioni democratiche e civili di un’autentica società internazionale. Un’idea, tuttavia, fondata su una contraddizione di fondo nell’auto-rappresentazione degli Stati Uniti:

«Gli Stati Uniti sono nati da un nazionalismo eccezionalista, immaginandosi come scelti dalla provvidenza ad occupare un posto d’avanguardia nella storia mondiale. Ma sono nati anche internazionalisti, con la promessa di incarnare un mondo governato dalla ragione e dalla legge, non dalla forza e dal capriccio. Questi concetti fondamentali si contraddicono a vicenda: l’eccezionalismo fa degli Stati Uniti una nazione sopra le altre, l’internazionalismo come una nazione tra le altre»

Con questa premessa, l’autore ricostruisce il dibattito che tra il 1776 e il 1940 ha progressivamente connotato “internazionalismo” e “americanismo” come due facce della stessa medaglia, ma solo e soltanto in opposizione e distacco morale rispetto alla politica di potenza praticata dagli europei. Un’autentica forzatura, dal momento che il riconciliamento di questi due concetti dell’immaginario americano sarebbe fallito una volta utilizzati per legittimare un qualche ruolo globale che gli Stati Uniti sarebbero prima o poi stati chiamati ad esercitare, in nome di un accresciuta preminenza politico-economica. In breve, come avrebbero potuto gli Stati Uniti prendere parte al gioco delle grandi potenze, a conferma del loro “destino manifesto” e di nazione eccezionale, e contemporaneamente superarlo secondo i canoni professati dall’internazionalismo? È un quesito chiave che guida l’intera architettura argomentativa del volume. La risposta elaborata dai profeti della supremazia, ci dice Wertheim, fu che gli Stati Uniti avrebbero dovuto acquisire una preminenza militare per poter governare il mondo.

Tuttavia, fino a quando gli equilibri di potenza globali non avessero indotto gli USA a risolvere questa contraddizione, contando sulla presunta insularità geopolitica e capacità di auto-determinarsi come democrazia votata al libero mercato, internazionalismo ed eccezionalismo avrebbero convissuto. Questa era la convinzione delle élite americane e dello stesso Franklin Delano Roosevelt alla viglia della Seconda guerra mondiale. Come riassume brillantemente Wertheim, «prima che la Wehrmacht invadesse la Polonia» costoro ritenevano che gli Stati Uniti «avrebbero potuto ottenere relazioni universali pacifiche senza una forza universale». Era il retaggio wilsoniano in un mondo sul baratro del totalitarismo. Una convinzione che finì per plasmare le pianificazioni congiunte tra i massimi funzionari del Dipartimento di Stato, gli esperti del Council on Foreign Relations e gli accademici e strateghi dell0 Yale Institute for International Studies anche dopo i fatti del settembre del 1939. «Fu lo spettro di un ordine mondiale nazista, la paura per il destino della società internazionale in generale piuttosto che per la sicurezza o la prosperità del Nord America, a guidare le élite americane nell’ampliare la definizione degli interessi e responsabilità degli Stati Uniti». In quei mesi, una grande maggioranza di americani sembrava favorevole ad una «neutralità imparziale nella quale i nazisti potessero comprare le esportazioni americane». Una soluzione che avrebbe potuto essere strategicamente saggia per un Paese incline a rimanere lontano dalla politica di potenza europea grazie ai favori della geografia. Ma divenne ben presto una prospettiva insostenibile.

In seguito alla conquista nazista della Francia – il vero shock strategico per gli equilibri del conflitto agli occhi attoniti dell’establishment americano – i leader d’oltreoceano iniziarono un’attenta analisi delle possibili implicazioni di una vittoria delle potenze dell’Asse per la difesa dell’emisfero occidentale, sia in termini di sicurezza militare quanto per l’intercorso economico e commerciale in un nuovo assetto eurasiatico. Da quel momento, i funzionari e intellettuali americani incominciarono a ripensare le categorie del recente passato – internazionalismo, eccezionalismo – di fronte alla realtà di un ordine nazifascista e attraverso una torsione di fondo dei presupposti per l’americanizzazione del mondo. Potevano la democrazia e il libero mercato sopravvivere in un mondo guidato da potenze totalitarie? Quale sarebbero state le esigenze minime, di accesso alle risorse e ai mercati esteri, per mantenere intatto l’esperimento americano? I piani presentati, discussi e rivisti alla fine finirono per concludere su un punto nodale: «lo scambio economico liberale si sarebbe esteso per quanto la forza militare lo avrebbe consentito». I vecchi imperativi di difesa emisferica e i nuovi imperativi capitalistici si sarebbero fusi insieme: per la prima volta, come lezione degli anni Trenta, le élite americane compresero che il mantenimento dell’ordine internazionale avrebbe richiesto una forza militare adeguata e che sarebbe stato meglio «preservare l’intercorso pacifico e il destino americano al prezzo di un coinvolgimento [permanente]» piuttosto che mantenere fede al monito di George Washington al prezzo dell’isolamento. Di fronte alla minaccia geopolitica nazifascista, gli Stati Uniti non avrebbero potuto difendersi nella fortezza di convinzioni ormai obsolete. Perché l’internazionalismo e l’eccezionalismo faticavano a riconciliarsi in un mondo ostile: tanto a livello ideologico, dal momento che l’esistenza stessa di un ordine nazifascista avrebbe fatto scricchiolare l’eccezionalismo americano, quanto nel lungo periodo poiché sarebbero mancate le basi materiali stesse per sostenere gli Stati Uniti come democrazia di libero mercato.

Proprio per questo, Wertheim dimostra come nella mente dei policymaker e intellettuali americani «la contraddizione tra mondo libero e superpotenza militare, tra internazionalismo e imperialismo, doveva in qualche modo essere nascosta» al pubblico americano. O quanto meno presentata sotto altre forme, una volta scelta e concepita la supremazia militare come precondizione essenziale per un ordine post-bellico. Perché un eventuale leadership globale avrebbe richiesto di farsi carico dell’ormai declinante Impero britannico, e di sostituirsi a quel ruolo di presidio imprescindibile delle importanti rotte commerciali con l’impiego di una forza aeronavale bi-oceanica. Di costruire, dunque, un sistema globale di basi militari – quello che lo storico Daniel Immerwahr ha definito l’«impero nascosto» – per garantire i flussi di materie prime e imporre, anche con l’uso della forza, l’osservanza del libero mercato. Passando dal concepire una difesa emisferica ad immaginare il globalismo per il dopoguerra, le élite americane si focalizzarono sul cementare il rapporto con la Gran Bretagna e i suoi domini del Commonwealth. La stesura della Carta Atlantica, secondo l’autore, marcò «lo zenit dell’interesse americano nel collaborare con l’Impero britannico per sorvegliare il mondo» e creare così un’anglosfera capace di controbilanciare qualunque potenza o coalizione di potenze sul continente eurasiatico. Un progetto che, tuttavia, avrebbe dovuto confrontarsi con alcuni limiti. Prima di tutto, il «problema della legittimazione» agli occhi del pubblico americano, ovvero di «come riconciliare l’esercizio della politica di potenza con l’apparenza di volerla trascendere». Inoltre, se distinguere la supremazia politico-militare anglo-americana e l’imperialismo europeo poteva risultare difficile agli occhi dell’opinione pubblica domestica, che dire dell’Unione Sovietica? Avrebbe accettato passivamente un ordine a guida anglosassone, pur costituendo un alleato prezioso nella guerra al nazismo? Senza considerare che nel progetto della Grand Area gli economisti americani avevano colpevolmente sottostimato la capacità industriale dell’URSS e il pericolo che quest’ultima potesse assorbire le competenze tecno-scientifiche tedesche.

Per risolvere questi due problemi di legittimità – domestica e internazionale – gli Stati Uniti avrebbero dovuto concepire un’organizzazione sovranazionale per «purificare l’egemonia americano-britannica sul resto del mondo». Da una parte, infatti, la Carta Atlantica aveva fallito nel catturare l’attenzione del principale destinatario, il pubblico statunitense. Ed è qui che si manifesta tutta l’originalità della ricostruzione offerta dall’autore. Nel loro progetto di rieducare gli americani, le élite intellettuali definirono l’internazionalismo per come lo conosciamo oggi opponendo sé stessi agli “isolazionisti”, una categoria che divenne famosa sulle colonne del New York Herald Tribune il 23 marzo 1939 grazie all’abile penna di Walter Lippmann. Fu a tutti gli effetti un’operazione di “ingegneria storica”, dal momento che la categoria “isolazionismo” non solo non era mai esistita nella storia intellettuale e politica del Paese, ma finì per discreditare gli anti-interventisti (ovvero gli internazionalisti prima dell’avvento del concetto di “isolazionismo”) due volte: per prima cosa, dando senso «alla chiusura spaziale e alla separazione» che «evocava un mondo senza interazioni internazionali e un’America confinata, in ogni aspetto, ai suoi limiti territoriali»; in seconda battuta, trasmettendo un senso di «regressione del tempo» che associava gli isolazionisti ad una mentalità anacronistica e obsoleta. Lo stesso Wall Street Journal fece la sua parte, identificando l’isolazionismo come «niente di meno che una regressione della civiltà».

L’isolazionismo non era mai stato una caratteristica segnante della politica estera americana, né tale da poter definire coloro che rimanevano scettici su un ingresso statunitense nel conflitto. Ma, come detto, mentre le divisioni corazzate di Adolf Hitler diffondevano il terrore in Europa, i leader di quello che Wertheim definisce «internazionalismo strumentale» incominciarono a concepirsi come i custodi dell’unica alternativa possibile: porre fine alla politica di potenza eurasiatica «implementando una politica di potenza su scala globale». A differenza di Woodrow Wilson, ora gli Stati Uniti possedevano il potere materiale per rendere la sua visione più credibile, creando un ordine internazionale tramite la supremazia politica e militare. In breve, «making supremacy safe for democracy». Tra il 1941 e il 1945 il pubblico americano divenne sempre più persuaso dalle prospettive di questo “nuovo internazionalismo” in opposizione all’isolazionismo. Un successo dovuto anche alla missione pedagogica della stampa: le parole di Henry Luce, con la celebre proclamazione del “Secolo Americano” sulle pagine di Life nel 1941, furono capaci di condensare questa nuova propensione alla leadership globale con i vecchi e mai sopiti canoni dell’eccezionalismo americano. Il mondo era alla portata degli Stati Uniti, un’ambizione da sempre radicata nell’immaginario statunitense, ma ora raggiungibile con mezzi inconcepibili nei decenni precedenti e tradotti attraverso un discorso famigliare al pubblico americano. Come sintetizzò Isaiah Bowman, geografo e a capo del Territorial Group del Council on Foreign Relations, «the american way of life is now planetary».

L’ultimo passaggio, ovvero legittimare la supremazia statunitense agli occhi della comunità internazionale, sarebbe stato quello di fondere la «world leadership» con una «world organization». Non più nell’ottica internazionalista prebellica: al contrario, l’ordine internazionale sarebbe stato concepibile solo nella misura in cui lo avesse reso possibile la supremazia militare americana. Parafrasando la formula di Madeleine Albright quasi mezzo secolo dopo, secondo Milo Perkins, il direttore del Board of Economic Warfare, gli Stati Uniti si preparavano al «multilateralismo dove possibile, all’unilateralismo se necessario», ovvero a subordinare la società internazionale alla sovranità americana. Nel 1945, con la fondazione delle Nazioni Unite, il New York Times annunciava che gli USA «erano nel mondo per rimanerci». Era il coronamento del successo del nuovo internazionalismo, ma un risultato raggiunto senza oppositori. Infatti, l’anima internazionalista che aveva lottato per tenere fuori il Paese dai rischi di una supremazia militare globale fu derubricata come “non-interventista”, o peggio: gli isolazionisti, ovvero coloro restii ad esercitare quella “preponderanza di potenza” come la definii lo storico Melvyn Leffler, furono espulsi «dai ranghi dell’internazionalismo e dal legittimo dibattito». La riluttanza ad esercitare quel potere, da allora in avanti, sarebbe diventata l’antitesi dell’internazionalismo, compiendo la torsione definitiva dall’accezione originaria contrapposta «all’empia trinità» – nazionalismo, militarismo, imperialismo –, come la definì uno scienziato politico negli anni Trenta.

Servendosi di questa dicotomia fittizia (internazionalismo vs isolazionismo), a Dumbarton Oaks le élite americane concorsero a realizzare contemporaneamente tre obiettivi. Innanzitutto, l’opposizione alla supremazia globale «venne stigmatizzata come isolazionista e provinciale», dunque dandole credenziali nel passato americano. Tutto quello che l’America avrebbe potuto essere, ma non era stata, era da ricollegare alle pulsioni isolazioniste. Dunque, l’opportunità per una leadership post-bellica diventava «una seconda opportunità», presentando «redenzione piuttosto che deviazione». In sostanza, rinnegando parte del proprio passato gli americani furono messi nelle condizioni di immaginare e creare un nuovo futuro. Parte di questa novità confluì nella Carta delle Nazioni Unite: come scrive l’autore, con quell’atto gli Stati Uniti dichiaravano di «rispettare l’uguaglianza tra le nazioni (internazionalismo)», un passo che allo stesso tempo gli «garantiva il diritto di considerarsi superiori (eccezionalismo)». Ora che gli USA avevano abbracciato la supremazia come precondizione dell’ordine globale, come auspicato dai suoi promotori, quell’apparente contraddizione sembrava potersi risolvere proprio nell’esercizio perpetuo del potere di chi aveva contribuito a dominare il caos scatenato dal nazifascismo.

«Con l’isolazionismo come contraltare», conclude Wertheim, «la supremazia divenne l’unica base sulla quale gli Stati Uniti avrebbero potuto partecipare negli affari mondiali», e così l’unico modo per praticare quel nuovo internazionalismo destinato a dominare, più che superare, la politica di potenza. Ed è da questa amara conclusione che trapela, a conferma di un presentimento durante la lettura del libro, una sorta di giudizio sull’immoralità di quella supremazia militare che ha finito per trascinare il Paese in “guerre senza fine” alla “ricerca di qualche mostro da distruggere”, come profetizzò John Quincy Adams. E anche sulla ipocrisia di «cercare di mettere ordine al mondo con la forza […] infliggendo continua violenza» in maniera simile «alle incursioni lungo le frontiere degli imperi del passato». Un ordine liberale internazionale innegabilmente sorretto dalla supremazia militare americana, spesso contraddetto dalle pulsioni “imperiali” durante la Guerra fredda e dopo l’11 settembre 2001, ma capace di scongiurare major war nell’era nucleare e di assicurare la crescita dell’economia globale. Non è forse un caso che l’autore abbia di recente firmato una lettera indirizzata al Presidente Joe Biden per affrontare il dibattito sui costi – materiali e politici – del sistema di basi militari sparse su tutto il globo, a dimostrazione di un’insofferenza crescente negli ambienti accademici e istituzionali americani sulla insostenibilità di questo “modello” per la sicurezza nazionale e dunque internazionale. Il lavoro impressionante di Stephen Wertheim, spogliato da questi giudizi più o meno condivisibili, ha il grande merito di correggere la storiografia sull’ascesa a potenza globale degli Stati Uniti ricostruendo passo per passo il progetto dei suoi ideatori. Un libro destinato sicuramente a diventare un must per capire quando, come e perché l’America scelse di diventare la più grande potenza della storia.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Laureato in Scienze Strategiche all’Università degli studi di Torino e in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Attualmente iscritto al Corso Executive Affari strategici della LUISS School of Government.

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