Tra Italia e America Latina. Intervista a Donato Di Santo
- 13 Maggio 2020

Tra Italia e America Latina. Intervista a Donato Di Santo

Scritto da Federico Nastasi

17 minuti di lettura

Donato Di Santo figlio di emigrati abruzzesi in Brianza, ex operaio metalmeccanico, nel 2006 è stato sottosegretario del Ministero affari esteri con delega all’America Latina e poi segretario dell’IILA, organizzazione internazionale italo-latino americana. È cresciuto nel PCI, il “paese nel paese”, il paese “colto e umanistico” di cui scriveva Pasolini. Ha vissuto in un’Italia con gli occhi aperti sul mondo: la sera di natale del 1973 distribuiva volantini a sostegno del popolo cileno, vittima del golpe militare di Pinochet. È diventato funzionario a tempo pieno del PCI a inizio degli anni Ottanta, lasciando il suo posto da operaio nella König, una fabbrica di catene da neve. Dopo l’impegno nella federazione di Lecco, è andato a Roma, nella direzione nazionale, occupandosi di relazioni con l’America Latina. Da Botteghe Oscure ha costruito una rete di relazioni politiche estesa in tutta la regione: ha incontrato Lula, Rigoberta Menchú, i preti della teologia della liberazione, i capi guerriglieri, le rappresentanze diplomatiche italiane, imprenditori e associazioni. Si tratta di uno degli italiani che meglio conosce l’America Latina. La sua competenza in materia è frutto di un peculiare intreccio tra curiosità personale e selezione dei gruppi dirigenti, preziosa funzione che svolgevano i partiti della prima repubblica. Ha visitato l’America Latina per la prima volta nel 1984, come volontario in un campo di lavoro a Managua, nel Nicaragua della rivoluzione sandinista[1]. Da allora non si è più fermato.


Donato Di Santo, quanti aerei ha preso in vita sua?

Donato Di Santo: Tanti. “Ai tempi” si viaggiava molto con Aeroflot, costava meno e il lungo scalo a Mosca dava modo di rivedere i vecchi amici. Molto di moda era anche KLM, viaggiando sempre in classe economica, poteva anche capitare di riuscire a dormire perché spesso si avevano i due sedili adiacenti vuoti. Ai tempi del colera in Perù poi, nella tratta finale Bogotà-Lima o Caracas-Lima, non eravamo mai più di 5/6 passeggeri, cioè meno dell’equipaggio. Ma non solo aerei, anche corriere scassate stracolme di umanità e galline con cui si attraversava la frontiera di Huehuetenango durante i conflitti centroamericani, le zattere di totora per visitare gli Uros del Titicaca, trenini acrobatici andini, le bellissime antiche carrozze della metropolitana di Buenos Aires, i camion per andare alla “nuova Aguascalientes” nella foresta Lacandona, i puntualissimi bus del Transmilenio, elicotteri militari come quello che mi scaricò a Cabo de Hornos, jeep ricolme di AK47 e di chompipes, il treno lussuosissimo Cuzco-Machu Picchu, improbabili barchette per navigare i fiumi del Chocó e il comodo aliscafo per Colonia del Sacramento, i tram che si inerpicano miracolosamente sulle pedici di Santa Terezinha, la nuova splendida funicolare di Medellin. E, da giovane, l’autostop come per entrare da Liberia in Nicaragua nell’87 (ci misi tre giorni). Poi i taxi, che sono un mondo a parte (del resto è così anche in Italia): quelli che dovevi incrociare le dita sperando che ti portassero da Maiquetia a Caracas senza pericolose deviazioni, i compassati e loquaci bonaerensi, quelli che dovevi tenere aperto il finestrino per poter aprire la portiera rapidamente e scappare “in caso di necessità”, i vecchi maggiolini ad alcool di canna paulistani e quelli con l’autista barricato come una sardina in scatola del DF, o quello giallo limone che nel 1990 mi venne a prendere all’aeroporto di Asuncion, …l’autista era “il mio contatto” con l’eroico PCP.

 

Quando comincia il suo interesse per l’America Latina? 

Donato Di Santo: A Oggiono, paesino della Brianza dove, come dice lei, nella notte di Natale del 1973 – avevo 15 anni – distribuimmo volantini in solidarietà con il popolo cileno sul sagrato (poi arrivò il prevosto e ci fece scappare), ma quello che vorrei ricordare di quel periodo è la straordinaria capacità di una forza politica come il PCI di modulare la propria politica tenendo conto ed interpretando quello che accadeva nel mondo. Nel caso specifico, la strategia del “compromesso storico” venne concepita da Berlinguer studiando gli accadimenti del Cile, e noi passavamo intere serate e domeniche nella sezione del partito a leggere e commentare i tre articoli di Berlinguer su Rinascita “Riflessioni sui fatti cileni”. Per inciso, lo stesso avveniva contemporaneamente in alcune migliaia di altre sezioni sparse per tutta Italia. Non c’era internet ma credo che l’internazionalizzazione della politica non ne soffrisse granché.

Sempre prima di Managua, ricordo Mosca nel secondo semestre dell’81, quando feci parte dell’ultima delegazione del PCI alla Scuola leninista internazionale, eravamo dieci italiani. In quei mesi di permanenza, prima che il golpe di Jaruzelski inducesse Botteghe Oscure a richiamarci in patria e a recidere anche quell’ultimo tenue filo, conobbi decine di militanti e dirigenti dei PC di quasi tutti i paesi latinoamericani. Ovviamente avevano tutti dei nomi falsi (quasi d’ovunque erano clandestini per via delle dittature militari che imperavano in vari paesi), quindi non c’era modo di mantenere i contatti. Però furono incontri che accrebbero la mia voglia di conoscere quelle terre e quei popoli. Mentre sul piano politico le cose erano alquanto scontate, e cioè noi italiani eravamo i critici verso l’URSS e quindi da combattere (atteggiamento interpretato alla perfezione dagli argentini iper-ortodossi e anti-eurocomunismo) su quello umano, invece, si fraternizzava e potei immergermi nelle storie, nelle culture, nei modi d’essere, di parlare, di atteggiarsi tipici dei vari paesi. Per un giovane operaio metalmeccanico che non era mai stato all’estero fu una rivelazione! Il “colpo” decisivo nell’avvicinarmi a quel mondo lo diede Renato Sandri che, quando ero già Segretario provinciale del PCI, invitai a Lecco a tenere una conferenza. Chi avrebbe mai immaginato che, anni dopo, sarebbe stato il mio Maestro nelle relazioni con l’America Latina!

 

Luis Sepúlveda scrisse: «A me piacerebbe molto che i latinoamericani quando gli si chiede di dove sono non rispondessero “cileno” o “boliviano” ma “latinoamericano”». Guillermo Cabrera Infante, scrittore cubano: «Non sono un cittadino dell’America Latina perché questo continente non ha contenuto. Questa infelice etichetta crea solo confusione, ignoranza e razzismo». Non è solo una divergenza di opinione tra due grandi scrittori latinoamericani, è una domanda fondamentale: che cos’è l’America Latina?

Donato Di Santo: Eh sì, con chi ha detto “…a cosa serve imparare a leggere se poi è uno solo colui che decide che libri stampare?!…”, c’è poco da scherzare… Comunque, nel ricordo e rimpianto per Sepúlveda voglio menzionare la bella serata che il 4 dicembre 2017 organizzammo con lui all’IILA, animata dal giornalista italo-uruguayano Federico Guiglia[2]. Come per Vargas Llosa (padre) c’è il Sepúlveda scrittore e creatore, e poi c’è il Sepúlveda giornalista politico. Non sempre regna l’armonia fra i due. E il profondo godimento delle pagine de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” o de “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, non si rintraccia in alcuni degli articoli, come quello del 24 aprile 1997 in cui, diciamo così, gli scappò la mano e scrisse che il Comandante Evaristo, il capo dell’MRTA[3] in persona, gli aveva telefonato mentre lui era all’aeroporto di Monaco di Baviera per chiedergli di fare da scudo umano… e tutto ciò nel bel mezzo dell’irruzione delle forze speciali peruviane e la strage decisa dalla coppia Montesinos-Fujimori, con la preziosa collaborazione di Cipriani. Non stava in piedi. E infatti rimase in piedi solo 24 ore fino a quando un cronista di Repubblica lo chiamò, sempre al cellulare e sempre a Monaco per sentirsi rispondere che, sì, la voce era quella di Cerpa Cartolini, …ma era un proclama su una cassetta registrata… Insomma, il reale-meraviglioso a volte viene anche un po’ forzato soggettivamente, diciamo così. Morale: come recita il vecchio proverbio, calzolaio fai il tuo mestiere.

 

Lei come si posiziona nella divergenza tra i due scrittori? 

Donato Di Santo: L’America latina è, per dirla con Rouquié, il nostro Estremo Occidente. Una straordinaria composizione di meticciato, culture, umanità, religioni, etnie, le consiglio di leggere El espejo enterrado, di Fuentes. Le posticce frontiere furono sì tracciate col pennarello post-coloniale. Ma ormai, dopo oltre due secoli, prendiamole per buone e guardiamo avanti, come sprona a fare nel suo bel libro Guzmán Carriquíry, con prefazione di Francesco. E cerchiamo di riaprire il dibattito su forme e contenuti di possibili processi di integrazione.

Purtroppo a Londra l’Esule[4] non deve aver ricevuto molte informazioni e aggiornamenti. Invece, a fronte dell’immobilismo cubano, il resto del continente cambiava eccome! Non solo perché l’allargamento del mercato mondiale globalizzato ingurgitava voracemente materie prime e prodotti alimentari, fornendo un surplus di risorse finanziarie che in alcuni casi, e non solo nel Brasile di Lula, sono servite a ridurre drasticamente la povertà e a mettere le basi dell’allargamento della classe media. Ma anche perché, mentre qualcuno discettava di “decennio perso”, a mio parere non veniva perduto un bel niente e dopo la sbornia guerrigliera -e a fronte del disinteresse yankee- tante forze politiche e sociali (paradigmatico l’esempio del PT ma l’elenco sarebbe lungo), si fidavano e si affidavano alla democrazia rappresentativa e, iniziando dalle amministrazioni locali, costruivano spazi di egemonia (a volte studiando l’esperienza storica italiana della amministrazioni rosse, posso dirlo da …testimone diretto). Insomma, il credo ufficiale era il neoliberismo, con il Cile a fare il primo della classe e il peronista Menem indaffarato nelle “relazioni carnali” con gli USA, ma mientras tanto la talpa scavava. Tabaré diviene Presidente perché il Frente Amplio ne costruisce tenacemente le condizioni, ma soprattutto perché “prima” (en la supuesta decada “perdida”), avevano lavorato intelligentemente per conquistare democraticamente le Amministrazioni locali e Tabaré era stato Sindaco di Montevideo[5]. Ergo: senza Tabaré Sindaco la vecchia maggiolino di Pepe Mujica non si sarebbe vista nel palazzo di governo. Insomma, le braci covavano sotto la cenere e Lula, da par suo, lo sintetizzò con la schiettezza e l’acutezza da grande politico quale è. All’indomani del crollo del muro di Berlino, nella prima riunione del Foro de São Paulo, oggi ingiustamente satanizzato ed al quale ho l’onore di aver partecipato -spesso con posizioni critiche- per un quindicennio, Lula ebbe a dire “Per decenni siamo stati divisi ideologicamente, come piccole chiese che avevano sempre un proprio Vaticano ma in un altro continente, a Mosca, a Pechino, e persino a Tirana. Abbiamo commesso molti errori ma quasi sempre per aver pedissequamente seguito le direttive che ci venivano impartite da questi Vaticani lontani. Adesso, con il crollo di questo muro, magari continueremo a commettere errori, ma almeno lo faremo in proprio, con la nostra di testa!”.

 

Aveva ragione?

Donato Di Santo: Bè, gli errori non furono poi così tanti, e le forze progressiste -in alcuni casi le stesse ex guerriglie, fatta la scelta democratica, arrivarono ad amministrare oltre la metà della popolazione continentale! Una rivoluzione sotterranea, qualcuno avrebbe detto molecolare, che senza altisonanti proclami e senza sparare un colpo, conquistarono una dopo l’altra decine e centinaia di grandi città e piccoli municipi: da Buenos Aires a Città del Messico, da San Paolo a Rosario, da Santiago a Caracas, da San Salvador a Porto Alegre, da Asuncion a Bogotà a Managua. La fine della “dittatura perfetta” ha una data, l’elezione di Cuauhtémoc Cardenas a Sindaco di Città del Messico. Naturalmente tutto ciò nella quasi totale disattenzione dei mezzi d’informazione. Troppa fatica intercettare e studiare questi processi sotterranei e complessi. E poi, senza una goccia di sangue, senza una rivolta, senza un po’ di polvere da sparo…! Che noia, non è questa l’America latina che vende su giornali e tv! … Così ci si è persi un decennio…

Ovviamente dopo quel decennio così poco perso, molte cose sono cambiate e molti errori sono stati fatti, non ultimo l’incapacità di fare i conti con i fenomeni di corruzione. Irrompe il chavismo che, anche grazie all’insipienza di una opposizione incapace di fare i conti con il proprio passato e solo vogliosa di restaurare l’ancien régime, sconvolge lo scenario, rianima la Cuba del periodo especial con iniezioni di petrolio fino a favoleggiare di Venecuba e che oggi lascia come scoria il militarismo madurista e l’ingombrante diaspora venezuelana. Irrompe anche una interpretazione devastante, nella sua subdola ambiguità, della conquista del governo, quella che la spaccia per conquista del potere.

 

Cioè?

Donato Di Santo: Guardiamo all’Uruguay: dopo 15 anni di onorato servizio e per un miserevole pugno di voti di differenza, senza fiatare[6] il Frente Amplio riconsegna il paese nelle mani di un Lacalle, augurandogli buon lavoro e iniziando un minuto dopo a prepararsi per la rivincita. O al Brasile, quando il Presidente Lula, a metà del secondo mandato, con indici di consenso attorno all’80% e che avrebbe potuto fare quel-che-voleva, non si fece irretire dalle sirene che cercavano di convincerlo a presentare una modifica costituzionale per allungare a tre i mandati presidenziali consecutivi. E fece bene, costruì istituzionalità. Anche se è stato ripagato con la gogna mediatica e con la prigionia. Da altre parti sono successe cose diverse, per via di quella confusione tra conquista del governo e conquista del potere: il governo, seppur a malincuore, si cede, il potere no. Dapprima tentò Castro a convincere Ortega[7] a non riconoscere il risultato delle urne e a non cedere il governo. Era il 1990 e “quel” Ortega non si lasciò irretire dalla sirena e cedette il governo alla Chamorro (come scoria ci fu la famosa piñata). Anni dopo, quel che non poté Fidel poté Rosario (Murillo, nda). In Bolivia, un “animale politico” di prim’ordine come Evo, aveva capito che la Costituzione andava rispettata, ed anche il referendum. Magari a malincuore ma andavano rispettati. La sua Rosario si chiama Alvaro[8], non sono coniugi ma istituzionalmente sono omologhi, entrambi Vice Presidenti. Non solo è furbo ma anche -ahimè- colto e intelligente, conosce Gramsci a menadito (naturalmente, tra conoscere e capire…), è tanto indigenista quanto solo un bianco può esserlo, fa coppia con Toni Negri e, quindi, odia il vecchio PCI ed i suoi derivati. La rottura non avviene alle elezioni e l’OSA[9], in questo caso, c’entra poco. La rottura fu l’anno prima quando l’Aymara si fece irretire dalla sirena bianca e disconobbe il responso del referendum popolare. I risultati sono cronaca, triste e amara.

 

In un dialogo con Beppe Grillo, Rafael Correa, ex presidente progressista dell’Ecuador, ha definito la politica europea troppo istituzionalizzata rispetto a quella latinoamericana. Quali sono per lei le differenze nel modo di vivere la politica tra Europa e America Latina?

Donato Di Santo: Non credo che istituzionale sia sinonimo di degradato, o burocratico, o negativo. Anzi, tendenzialmente penso che sia il contrario. Spesso, soprattutto quando c’è di mezzo l’esercizio del potere e la discrezionalità, il non istituzionalizzato, allude all’arbitrio personale e alla assenza o carenza di controllo. La concentrazione personale del potere può riservare brutte sorprese, tendenze autoritarie e autocratiche. Istituzionalità non è certamente un antidoto, ma una imprescindibile premessa. In generale la costruzione e l’affermazione dello Stato di diritto sarebbe ciò verso cui tendere, la cornice in cui inserire i cambiamenti, anche quelli radicali, che si vogliono imprimere “allo stato di cose esistente”.

Certe tendenze in America Latina sono accentuate anche perché quasi tutti i sistemi politici sono presidenzialisti, sul modello USA. È un sistema alquanto efficiente quando si dispone di una maggioranza in Parlamento, e quando i famosi pesi e contrappesi istituzionali esistono e funzionano. È una camicia di forza quando non la si dispone. E allora, in carenza di solida istituzionalità possono aprirsi gli scenari più diversi… golpe a parte. Uno di essi è il mensalão[10], che non l’ha inventato Zé Dirceu e che esisteva con FHC, con Itamar, con Collor, con Sarney, etc. Ma a quanto pare loro non davano fastidio e Sergio Moro non se ne interessò, come invece fece con Lula. Il Lula del primo mandato la riforma politica, con un occhio al parlamentarismo, la voleva fare. Poi, come altri buoni propositi, s’è persa per strada.

 

A proposito di Lula, sono arrivate smentite dalla stessa magistratura. Sta venendo fuori una realtà diversa da quella apparsa sui giornali, si parla di lawfare, guerra giudiziaria per fini politici. Di che si tratta?

Donato Di Santo: Nel caso di Lula, rimando sul piano giuridico a quanto scritto da Luigi Ferrajoli, su quello culturale a quanto scritto da Roberto Vecchi. Politicamente le cose fondamentali le hanno dette Massimo D’Alema e Roberto Gualtieri, che nel corso del 2018 si recarono nel carcere di Curitiba ad incontrare il prigioniero Lula.

Ormai si sono aperte brecce sia nella magistratura che negli organi di informazione brasiliani, che testimoniano come, al netto degli errori di Lula, di Dilma, del PT, si sia trattato di una gigantesca operazione per screditare prima, ed incarcerare dopo, il simbolo e l’artefice del cambiamento e modernizzazione del Brasile. Poi, il “genio della lampada”, rifiutandosi di rientrare all’ovile ha iniziato una vita autonoma, ha cominciato ad arrestare Temer, Cunha, imprenditori. Nel frattempo una campagna elettorale amputata ed immonda ha eletto Bolsonaro, cioè chi meglio incarnava il razzismo latente e lo pseudo-militarismo belluino. Le lancette della storia sono tornate indietro di molto, ed asserragliarsi nel ridotto nordestino non basterà a risalire la china.

 

Negli ultimi tempi, le strade della regione si sono riempite dei movimenti di protesta. Il movimento femminista argentino e cileno è un punto di riferimento mondiale. Alcuni dei rappresentanti di questi movimenti sono diventati esponenti politici, eletti in Parlamento, come nel caso del Frente Amplio in Cile. Che pensa di questa nuova generazione politica a confronto con la sua generazione? 

Donato Di Santo: Molto interessante ciò che sta succedendo. Non solo le manifestazioni dell’autunno scorso (mi riferisco a quelle pacifiche e non violente), ma già prima si erano verificati fenomeni interessanti. Ad esempio in Nicaragua, con le rivolte giovanili (represse ferocemente nel sangue), o in Colombia, con il rappresentante della sinistra che, nel 2018, accede al ballottaggio e somma il 42% dei voti è qualcosa di storico. Per me, che il primo viaggio politico da Responsabile America latina del PCI l’ho fatto, nel 1989, a Bogotà per partecipare al 2° Congresso della Union Patriotica, e le persone che allora incontrai sono tutte morte, e nessuna per cause naturali, questo avvenimento mi riempie di speranza. Come anche le elezioni municipali a Bogotà. Il movimento femminista è forte, ed ha ancora molto da lavorare in Argentina e Cile, pensiamo solo al tema della depenalizzazione dell’aborto legale, tema questo su cui (salvo Uruguay e Cuba) tutta l’America latina soffre un serio ritardo. Che questi movimenti possano avere un accesso ed una rappresentanza nelle istituzioni parlamentari, come è il caso del Frente Amplio cileno, è sicuramente positivo.

 

Stiamo parlando di America Latina già da un po’, manca ancora il convitato di pietra, il vicino ingombrante: gli USA. “Monroe è morto, ma la dottrina vige ancora” titolava la rivista Limes qualche tempo fa. Tuttavia, il potere di influenza degli Stati Uniti sembra un po’ arrugginito, come dimostra lo stallo venezuelano. Come pensa possa evolversi, e magari arrivare a soluzione, la crisi di Caracas?

Donato Di Santo: Gli USA del Presidente Trump, e del signor Bulton, hanno fatto credere che la minaccia di intervento militare e un concerto musicale servissero per far crollare il regime di Maduro. E hanno mandato letteralmente allo sbaraglio Guaidò, peraltro subito appesantito dalla ingombrante ombra di Leopoldo Lopez. Tanti paesi europei, persino la Spagna di Sanchez, ci hanno creduto sulla parola. L’Italia per fortuna no. D’accordo, lo so, non è certo stata una scelta consapevole e motivata. È stata solo il risultato dei veti incrociati, tra i grillini folgorati sulla via di Caracas, e la destra in visibilio a cui le parole “intervento militare” fa scattare un riflesso condizionato da cane di Pavlov. Fatto sta che, seppur casualmente, l’Italia si ritrova nelle condizioni per poter svolgere un ruolo politico autonomo. Speriamo lo faccia. Dalle parti di Foggy Bottom si sente molto la mancanza di Thom Shannon, uno dei pochi che conosca davvero l’America latina. Quando andai a trovarlo a Washington, nel luglio 2016, parlammo quasi solo di Venezuela. Debbo dire che aveva alcune idee molto molto interessanti. Poi è arrivato Trump…

 

Uno dei paesi che soffre gli effetti collaterali della crisi venezuelana è Cuba. Lei, da responsabile America Latina del PCI-PDS-DS, ha contributo ad aprire nella sinistra italiana un dibattito franco su luci e ombre del sistema politico cubano. Posizione che le valse il titolo di persona non gradita da parte del governo cubano e critiche da una parte della sinistra italiana. Nel 2003, con il seminario nazionale dei DS a Torino, “l’altra Cuba”, diede voce all’opposizione democratica e riformista dentro l’isola[11], costituita non solo dagli esuli in Florida vicini alla destra USA, ma anche intellettuali, militanti, persone di fede, progressisti, residenti a Cuba. Oggi l’isola si trova a un bivio[12], è guidata da una nuova generazione nata dopo la rivoluzione di Castro, l’amministrazione Trump ha aumentato le pressioni internazionali, sta nascendo una sorta di classe media con nuove richieste e ambizioni. Che ne sarà di Cuba?

Donato Di Santo: Le persone dissidenti che conosco vivevano, e vivono, sull’isola. Sono persone che ripudiano la violenza, e genericamente si potrebbero definire socialdemocratiche. Quasi tutte hanno conosciuto la galera. Quella che richiama fu una bella esperienza di dibattito politico pubblico, molto franco e aperto. Se ne sente la mancanza. Gli Atti di quel seminario nazionale vennero pubblicati in allegato al settimanale Internazionale: alcune decine di migliaia di lettori li hanno potuto leggere. È molto importante che la nuova classe dirigente a Cuba sia di una generazione nata dopo la rivoluzione. Ma questo è un dato biologico. Speriamo che presto, oltre a questa caratteristica, possa aggiungersene anche un’altra, più politica, quella di essere liberamente eletta. Sono convinto che sarà possibile e credo che i nuovi dirigenti ne siano consapevoli.

 

Fino a qualche mese fa, Lei è stato segretario generale dell’IILA, Istituto Italo-Latino Americano. È una sorta di ONU dove siedono rappresentanti del nostro paese e dei paesi della regione. Istituita nel 1966 da Amintore Fanfani, è uno dei gioielli di famiglia della politica estera italiana della prima repubblica. Oggi, diciamo, la politica estera è diversa, anche per la cessione di sovranità dagli stati all’UE. Tuttavia, l’Europa dedica un’attenzione marginale al continente latinoamericano. Dal 2007 al 2019, solo il 10% dei fondi alla cooperazione internazionale europea è andato all’America Latina, contro il 37% destinato all’Africa Subsahariana. Ciononostante, alcuni stati europei coltivano con cura questa relazione, penso alla Spagna ma anche alla Germana. Noi italiani, ci siamo distratti?

Donato Di Santo: Più che giustificato il volume di aiuti europei all’Africa subsahariana. L’America latina è un continente ingiusto, ineguale, ma non lo si può catalogare come continente povero, salvo alcuni paesi e alcune aree interne a singoli paesi. Può darsi che la classificazione di paesi a “reddito medio” sia esagerata, può darsi che i 30 milioni di individui che le politiche del governo Lula hanno affrancato dalla povertà non siano diventati automaticamente classe media. Ma ormai il paradigma di approccio alla regione che ci interessa non può più essere quello della cooperazione allo sviluppo. Casomai dovrebbe essere quello della cooperazione reciproca.

L’UE comunque, soprattutto con Federica Mogherini Alto Rappresentante della Politica estera, qualche segnale l’ha dato. Sia congiunturale, le iniziative verso Cuba, la firma in zona Cesarini dell’accordo di libero scambio UE-Mercosud, ecc.; sia prospettico, con il documento della nuova strategia UE sull’America Latina.

L’errore più grande della UE viene da lontano: l’aver “appaltato” le relazioni con l’America Latina alla Spagna. Si è rinunciato ad avere una strategia europea verso la regione, accontentandosi della Spagna come intermediario, non appena questo paese era uscito dalla dittatura franchista. A sua volta la Spagna, in quanto sistema-paese, ha voluto fortemente ed è stata ben felice di ricevere questo appalto. Nelle istituzioni comunitarie tutto ciò che “suonava” latinoamericano doveva passare dal vaglio spagnolo. Il direttore dell’IRELA[13] poteva essere tedesco, ma la sede doveva stare a Madrid. Sulle nomine tutto ciò che riguarda l’America latina deve sottostare ad un impalpabile ma ferreo “manuale Cencelli” iberico. Certo, la lingua aiuta, ma è qualcosa di più profondo, è una sorta di tardo-neo colonialismo, accettato di buon grado perché comodo e rassicurante. Ed efficiente, perché gli spagnoli sono bravi e precisi. Il capolavoro è stato di Felipe Gonzalez (anche se, ripeto, sull’America latina la Spagna si muove come un sol uomo), con la creazione dei Vertici Iberoamericani, nomen omen.

A fine 2019, quando le immense proteste sociali hanno indotto il governo cileno, che ne era presidente di turno, a rinunciare a tenere la COP25 che doveva svolgersi a Santiago, la Spagna ha fatto una operazione in linea con quanto fin qui detto. Si è fatta avanti offrendosi di ospitare la COP25, ma non “in sostituzione” del Cile o per afflato multilateralista, bensì per affermare il ruolo di “casa madre” e Metropoli. L’offerta al governo cileno è stata, grosso modo “se da voi non si può fare perché la gente protesterebbe, fatela qui da noi, a diecimila km di distanza [troppi per una trasferta di massa dei giovani manifestanti cileni], e mantenendone la presidenza”. A Napoli si direbbe “cornuti e mazziati”. E il tutto senza neppure l’alibi di una contiguità ideologica, che Sánchez e Piñera evidentemente non hanno. Ed è sembrato normalissimo. Questo ruolo della Spagna, a ben guardare, sarà forse utile per Telefonica, BBVA, Santander, ma non è detto che faccia poi così bene all’America latina nel suo rapporto con l’Europa.

 

E l’Italia?

Donato Di Santo: Lo scomporsi del sistema politico spagnolo, con il crollo del bipolarismo socialisti/popolari, ha avuto ripercussioni anche sul versante della politica estera. Se ne fece interprete El País, sismografo sensibilissimo delle relazioni ispano-latinoamericane che il 10 febbraio 2016 pubblicò, nella sua prima pagina, un preoccupato articolo dal titolo “Italia y Francia avanzan en Latinoamérica ante la ausencia de España[14]”. Naturalmente, tutto è tornato in ordine. Renzi, nel suo iper-attivismo, ha fatto un record di viaggi latinoamericani, ma in quanto a risultati… E adesso, con lo spagnolo Borrell Alto Rappresentante per la Politica estera europea, la restaurazione sarà assicurata.

Sì, dici bene, l’IILA è un gioiello ed è il risultato della più grande strategia messa in campo verso l’America latina dall’Italia post bellica e paese fondatore dell’Europa. Oltretutto fu una grande operazione di Stato, ideata da Fanfani, alla quale diede il suo voto favorevole anche il PCI, operazione gestita magistralmente da Renato Sandri. Quando nel 2007, l’allora Ministro degli Esteri D’Alema ed io istituzionalizzammo le Conferenze Italia-America Latina e Caraibi ci ispirammo proprio al modello IILA e all’operazione di politica di Stato che l’aveva generato.

Questo “gioiellino”, nei suoi 54 anni di esistenza, ha avuto alti e bassi e, proprio nell’anno del suo 50° compleanno si trovò nel pieno di una gravissima crisi, e questo fu il motivo per cui il Ministro degli Esteri del momento – Paolo Gentiloni – propose il mio nome al Consiglio dei Delegati dell’IILA, composto dagli Ambasciatori dei 20 paesi latinoamericani. Venni eletto e passai i tre anni del mio mandato a risanare, rinnovare e modernizzare l’IILA. Circa i risultati, parlano i fatti.

Adesso l’IILA ha di fronte a sé una sfida forse ancora più grande e difficile: la sfida del futuro. La persona che incarna al meglio la risposta a questa sfida è la nuova Segretaria Generale Antonella Cavallari, appassionata di America latina, che conosce bene, intelligente diplomatico di elevatissima professionalità e, da Delegato italiano uscente nel Consiglio dei Delegati dell’IILA, protagonista attiva di quanto di buono è stato fatto nel triennio 2017/2019 per rinnovare l’IILA.


[1] Donato Di Santo ha raccontato il suo viaggio in un reportage pubblicato dalla “Nuova Voce di Lecco” (ottobre, 1984), la bella testimonianza di un ragazzo europeo a contatto con la rivoluzione e la realtà latinoamericana.

[2] Si veda https://iila.org/it/iila-rende-omaggio-allo-scrittore-cileno-luis-sepulveda/

[3] Luis Néstor Fortunato Cerpa Cartolini, nome di battaglia Camarada Evaristo, è stato il leader del gruppo armato peruviano Movimiento Revolucionario Túpac Amaru (MRTA).

[4] Si riferisce a Guillermo Cabrera Infante. Lo scrittore cubano, premio Cervantes 1997, andò in esilio a Londra, ottenne la cittadinanza britannica e li morì nel 2005.

[5] Tabaré Vázquez eletto sindaco di Montevideo nel 1990, diviene così il primo esponente di governo della coalizione progressista Frente Amplio (FA). Nel 2004, sarà eletto presidente dell’Uruguay, rompendo così il bipolarismo blancos-colorados che reggeva il paese dal 1830.

[6] La coalizione progressista del Frente Amplio ha governato l’Uruguay per quindici anni. Ha perso il secondo turno delle elezioni presidenziali nel novembre 2019 con il 49.2% de voti.

[7] José Daniel Ortega Saavedra, presidente del Nicaragua e leader del Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN). Fu eletto presidente la prima volta tra il 1985 e il 1990, anno in cui perse le elezioni a vantaggio di Violeta Barrios de Chamorro e della Unión Nacional Opositora (UNO). Dal 2007 è tornato al potere del paese, che governa insieme alla vicepresidente Rosaria Murillo, sua moglie.

[8] Álvaro Marcelo García Linera, politico ed ex guerrigliero boliviano, vicepresidente della Bolivia dal 2006 al 2019.

[9] OSA (Organizzazione degli Stati americani) contestò la regolarità delle elezioni presidenziali di ottobre 2019.

[10] Scandalo del mensalão, vicenda giudiziaria legata a tangenti e corruzione che investì il governo di Lula nel 2005.

[11] Per una panoramica sull’opposizione cubana tra anni 1990 e 2000, si veda DONATO DI SANTO LE VOCI DI DENTRO: COSÌ NASCE LA NUOVA CUBA, 20/10/2004, Cuba dopo Cuba, Limes 4/04

[12] Federico Nastasi, Che ne sarà di Cuba? Pandora Rivista, 30 maggio 2019

[13] Instituto de Relaciones Europeo-Latinoamericanas.

[14] L’articolo recitava: “Los principales rivales [!] de España en América Latina avanzan aprovechando la parálisis diplomática derivada del actual bloqueo político en el país. En las próximas dos semanas el primer ministro italiano Matteo Renzi, y el presidente francés François Hollande, visitarán por separado al presidente argentino Mauricio Macri. El mandatario cubano, Raúl Castro, estuvo en mayo del 2015 en Roma y la semana pasada visitó París. España ha quedado relegada en estos contactos…”.

Scritto da
Federico Nastasi

Dottorando in Economia all’università ‘La Sapienza’, con una tesi sulla migrazione di massa nell’Argentina di fine Ottocento. In passato ha studiato e vissuto in Francia, Grecia, Italia e Uruguay. Oggi vive e lavora a Santiago del Cile, punto di partenza per esplorare il continente latinoamericano.

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