Tra Russia e Italia, da Bogdanov a Gramsci, la via culturale alla rivoluzione
- 11 Aprile 2021

Tra Russia e Italia, da Bogdanov a Gramsci, la via culturale alla rivoluzione

Scritto da Noemi Ghetti e Andreas Iacarella

11 minuti di lettura

Aleksandr Aleksandrovič Malinovskij (1873-1928), noto come Bogdanov, è stato medico specializzato in psichiatria, economista, scienziato, filosofo e scrittore russo. La sua figura e il suo pensiero rivoluzionario sono rimasti per decenni nell’ombra, intenzionalmente oscurati dalla storiografia sovietica[1], quando non adottati strumentalmente dal regime staliniano nel suo processo di normalizzazione della cultura[2]. Fino agli anni Settanta, quando avvenne una prima apertura degli archivi sovietici, il nome di Bogdanov era pressoché sconosciuto in Occidente. Gli studi storici da lì intrapresi hanno mostrato come il pensatore fosse stato, negli anni precedenti al 1917, il vero avversario di Lenin nella definizione degli obiettivi e degli ideali del percorso rivoluzionario[3].

Protagonista di primo piano della rivoluzione del 1905, Bogdanov era uno dei teorici più raffinati del marxismo russo. Lenin non era, per sua stessa ammissione, un esperto di filosofia[4]; nel Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR) i due più profondi conoscitori del pensiero marxista erano l’ortodosso Plechanov e Bogdanov stesso che, tra l’altro, curò la seconda traduzione in lingua russa del Capitale di Marx (1907). Nella sua attività di esegeta del pensatore di Treviri, il filosofo provò a sottrarne l’eredità agli schematismi positivistici engelsiani, tentando un’interpretazione del materialismo alla luce dell’empiriocriticismo, e delle elaborazioni di Ernst Mach e di Richard Avenarius[5]. Rispetto ai due pensatori metteva tuttavia in guardia da una filosofia puramente “contemplativa”, ribadendone la necessaria connessione con un’azione trasformativa del reale[6].

Una prima presentazione del sistema filosofico di Bogdanov vide la luce, tra il 1904 e il 1906, nei tre volumi di Empiriomonismo. Come suggerisce il termine, il pensiero bogdanoviano mirava alla fusione dei due piani della realtà e dell’esperienza umana, quello fisico e quello psichico, in una prospettiva monistica di tipo nuovo[7]: un approccio al marxismo radicalmente diverso da quello economicista, condiviso dal menscevico Plechanov e da Lenin. Il bolscevismo bogdanoviano tentava così di superare da un lato l’autoritarismo politico e il dogmatismo scientifico dei marxisti ortodossi, dall’altro rifiutava la netta separazione ottocentesca tra materia e spirito, sostenendo che entrambi gli elementi, se assolutizzati in ipostasi fuori dalla storia e dalla vita, fossero pure astrazioni metafisiche[8]. Bogdanov intendeva così operare un’unione armonica tra i nuovi contributi delle scienze e la filosofia di Marx.

A queste proposizioni Lenin rispose con un libello di aspre accuse nel 1909, Materialismo ed empiriocriticismo. Note critiche su una filosofia reazionaria[9]. Ne seguì una disputa dai contorni politici più che filosofici, che portò all’immediata espulsione di Bogdanov dall’assemblea della redazione allargata del «Proletarij’», o Centro bolscevico, con l’accusa, da parte di Lenin, di essere un «bolscevico di sinistra»[10]; a ciò seguì una progressiva emarginazione dal gruppo dirigente del partito.

Nonostante la decisa ripresa degli studi bogdanoviani registrata negli ultimi anni, nel nostro Paese una complessiva rivalutazione del percorso di ricerca e di vita del grande bolscevico è ancora in fieri[11]. Eppure, il rapporto tra il pensiero di Bogdanov e l’Italia è tutt’altro che secondario, come attestano l’esperienza delle due scuole rivoluzionarie (Capri e Bologna)[12] e la convergenza con Antonio Gramsci.

La significativa presenza culturale russa nell’Italia di inizio Novecento è un fenomeno noto. Come ha scritto Agnese Accattoli, «si potrebbe parlare di una fase di innamoramento tra Russia e Italia, due universi culturali apparentemente così distanti»[13]. Dopo il 1907, con la nuova fase di repressione post-rivoluzionaria, numerosi esuli trovarono rifugio in Italia: Plechanov, Lopatin, Kropotkin, ma soprattutto Maksim Gor’kij. Lo scrittore entrò in contatto con gli ambienti intellettuali italiani e fu anche grazie a lui che «la “prima rivoluzione russa”» e i suoi protagonisti assunsero «in Italia i contorni di un fenomeno culturale» (caratterizzato dal fiorire di corrispondenze, rubriche specializzate, articoli e traduzioni)[14].

Nel suo soggiorno nell’isola di Capri, Gor’kij ideò e promosse insieme a Bogdanov e altri (tra cui Anatolij Lunačarskij) l’esperienza di una scuola di partito rivolta ai lavoratori russi, che si prefiggeva «la formazione di un’intelligencija operaia»[15]. Tra agosto e dicembre del 1909, 13 allievi-operai, tra i quali spiccava Michail Vilonov, giunsero nell’isola e frequentarono i corsi preparati dai diversi intellettuali; agli allievi si aggiunsero anche 13 liberi uditori. Alcuni degli studenti contribuirono poi a formare il gruppo «Vpered» (“Avanti”), espressione della piattaforma teorica bogdanoviana. Lenin, che pure era stato invitato a tenere un suo corso, manovrò fin dall’inizio per marginalizzare gli esponenti della scuola, accusati di essere frazionisti[16]. Secondo Scherrer, quello che provocava la «disapprovazione di Lenin» era il progetto di «far nascere questa nuova intelligencija operaia non soltanto sulla base dell’istruzione politica, ma anche su quella di una nuova cultura», che a tutti desse gli strumenti teorici per l’elaborazione del presente[17].

La partita interna al bolscevismo si giocò con particolare virulenza nel biennio successivo, anche attraverso l’esperienza delle scuole proletarie. Da ottobre 1910 a marzo del 1911 una nuova scuola venne inaugurata a Bologna dai bolscevichi di sinistra del gruppo «Vpered»: 21 operai russi e 9 uditori provenienti dall’emigrazione seguirono i corsi, nel primo mese ospitati dall’Università popolare “Giuseppe Garibaldi” per intervento del comune della città[18]. Com’era stato per Capri, declinarono l’invito sia Lenin che altri personaggi internazionali, come Rosa Luxemburg, che temeva di aggravare lo scontro tra Lenin e Bogdanov, e Anna Kuliscioff. Ma oltre agli vperedisti (Bogdanov, Lunačarskij, Aleksinskij, Ljadov, etc.), la scuola vide la presenza come docenti anche di Lev Trockij e Aleksandra Kollontaj[19]. La risposta di Lenin non si fece attendere: tra giugno e agosto 1911, presso Longjumeau (Parigi), il leader bolscevico inaugurò la propria “controscuola”, in esplicita alternativa alle iniziative vperediste e con la sanzione ufficiale del Plenum del partito[20]. Sebbene le due esperienze italiane di Bogdanov non fossero state coronate da un pieno successo, furono cantieri fondamentali in cui il pensatore andò sperimentando la sua idea di cultura proletaria, che avrebbe trovato di lì a poco pieno sviluppo.

Estromesso, come visto, dal Centro bolscevico, Bogdanov si concentrò sulla ricerca scientifica e sull’attività culturale. Nel 1912 pubblicò la sua opera fondamentale, Tectologia (Scienza generale dell’organizzazione), oggi ritenuta un’anticipazione della teoria dei sistemi e della cibernetica[21]. Come filosofo della scienza, si proponeva di superare la specializzazione borghese dei linguaggi dei singoli saperi in «un’unità armoniosa e conclusa», individuando «metodi e punti di vista generali, che colleghino tra loro tutte le scienze particolari»[22]. L’idea originale è che alla base di ogni attività e di ogni conoscenza si collochi un sistema di organizzazione delle sensazioni condiviso da una collettività, e al tempo stesso elaborabile anche attraverso la creatività del singolo (da qui l’interesse delle avanguardie artistiche per le sue teorie). Ne deriva una teoria della conoscenza come insieme di raffigurazioni della realtà condivise collettivamente e di immagini psichiche soggettive, che in ogni contesto sociale vanno a formare un sistema unitario e in movimento.

Con il già citato gruppo «Vpered», nato per creare e diffondere una nuova cultura proletaria, Bogdanov lanciò il manifesto I compiti culturali del nostro tempo, che si proponeva di sviluppare l’ultima tesi di Marx su Feuerbach sulla necessità di trasformare il mondo, fino ad allora solo interpretato dai filosofi. Il programma prevedeva la messa in atto di una «filosofia dell’azione» attraverso la formazione di operai e contadini, per prepararli a dirigere autonomamente la rivoluzione sul piano operativo e organizzativo, e anche ideologico e culturale. Gli strumenti previsti erano la fondazione dell’Università proletaria, che fu di fatto avviata a Mosca, e di una enciclopedia dei lavoratori sul modello di quella illuministica.

Su questa base nel 1917, alle soglie della Rivoluzione d’ottobre, nacque il Proletkult (Istituto per la cultura proletaria) che, accolto con grande favore nelle fabbriche, giunse a contare fino a 500.000 aderenti, più dei bolscevichi iscritti al partito. Nella prima formulazione il testo programmatico del movimento presentava dure critiche a Lenin e agli altri dirigenti bolscevichi, burocrati di cui si sottolineavano il «comportamento autoritario», il «culto della personalità» e l’«egoismo»[23]. L’antidoto alle degenerazioni dirigistiche era per Bogdanov la formazione di una cultura proletaria come espressione indipendente della società civile, nella convinzione che la rivoluzione culturale fosse il prerequisito alla rivoluzione, e l’egemonia culturale il presupposto dell’egemonia politica.

Dopo la Rivoluzione d’ottobre, Bogdanov declinò l’invito del cognato Lunačarskij, chiamato da Lenin alla direzione del Narkompròs (Commissariato del popolo per l’istruzione), continuando l’attività al riparo dalla politica, come professore di economia all’Università di Mosca e direttore dell’Accademia di scienze sociali. Ma nel dicembre 1920 un decreto del Comitato centrale del partito condannò l’autonomia del Proletkult come un «tentativo piccolo borghese di creare un’istituzione estranea al potere sovietico. Un covo di futuristi, decadenti e idealisti, dove filosofi contrari alle idee di Marx cercano di manipolare i lavoratori con i loro “sistemi” e la costruzione di Dio»[24]. Con l’avvio della Nep furono tagliati i fondi e il Proletkult fu sottomesso al Narkompròs, mentre Bogdanov si dimetteva da ogni incarico.

In quegli stessi anni, le sue teorie sulla cultura proletaria trovavano però seguito anche in Italia. La convergenza con Bogdanov di Antonio Gramsci, talentuoso studente universitario e dal 1915 giornalista all’«Avanti!», si sviluppava in una Torino in cui gli esuli russi erano una presenza consistente[25]. La consapevolezza che le lingue si affermassero con dinamiche egemoniche dal basso, acquisita da Gramsci nel corso di glottologia di Matteo Bartoli[26], si era estesa al campo culturale, radicando la convinzione che l’educazione avesse un ruolo cruciale per sostituire al dominio borghese una nuova egemonia proletaria. Fecondato dalla militanza socialista e dai legami con il movimento internazionale attraverso l’amico Piero Sraffa, l’interesse di Gramsci per la questione culturale lo portò nel “biennio rosso” 1919-1920 a essere l’ideatore dei Consigli di fabbrica, originale versione dei Soviet russi, e il direttore de «l’Ordine Nuovo»[27].

Il 5 gennaio 1921, alla vigilia della scissione di Livorno, il settimanale pubblicava il manifesto dell’Istituto di cultura proletaria torinese, sezione del Proletkult internazionale di Mosca. Il documento assegnava alla classe operaia rivoluzionaria il compito di fondare una nuova cultura, fatta anche di letteratura, arte e teatro, coinvolgendo in questo sforzo anche i contadini. Intanto il giornale dei Consigli di fabbrica ospitava interventi di Lunačarskij, e a ottobre pubblicava in due puntate La poesia proletaria, prima traduzione italiana di un saggio di Bogdanov. Alla fine di maggio 1922, poco dopo aver organizzato con il Proletkult la visita di una nutrita rappresentanza operaia all’Esposizione internazionale di arte futurista di Torino, Gramsci partì per Mosca, invitato all’Esecutivo allargato dell’IC assieme alla delegazione del PCd’I guidata da Bordiga.

L’attività di Gramsci e la consonanza di idee con Bogdanov qui ricostruita per cenni, che certo avevano attirato l’attenzione di Lenin, risultano evidenti al punto che già nel 1981, nella sua Breve storia del Proletkult italiano, Cesare Bermani osservava:

«Soltanto ragioni dogmatiche hanno impedito di cogliere appieno il profondo e duraturo influsso del Proletkult sull’elaborazione gramsciana, del resto chiaramente avvertibile da chiunque scorra le annate de l’Ordine Nuovo, sia settimanale sia quotidiano. Nel periodo 1920-22 l’adesione gramsciana alle tesi del Proletkult è infatti totale. Ci sarebbe quindi di che stupirsi che soggiornando in Unione Sovietica dal maggio 1922 al novembre 1923 Gramsci non avesse cercato di conoscere più da vicino le idee che sorreggevano il Proletkult, tanto più che il dibattito intorno alla cultura borghese e proletaria, e alla necessità di avvalersi di specialisti borghesi, assumeva in quel periodo in Urss toni accesi, e la polemica tra i fautori del Proletkult e lo stesso Lenin tendeva ad inasprirsi»[28].

A conferma di ciò, oltre alla nota risposta di Gramsci alle domande di Trockij su Marinetti pubblicata nel settembre 1922[29], in cui viene citato il Proletkult torinese, recentemente è stata approfondita la notizia che in quei giorni l’intellettuale sardo propose a Giulia Schucht, la violinista russa appena conosciuta e futura madre dei suoi figli, una traduzione italiana a quattro mani del «romanzo di Bogdanoff», il popolarissimo Stella Rossa, con l’intenzione di pubblicarlo in Italia. La traduzione, come testimonia una lettera di Terracini a Gramsci del 1924, fu completata, ma ad oggi se ne è persa ogni traccia[29].

Bogdanov fu arrestato nel settembre 1923 dalla polizia segreta per attività controrivoluzionaria; a novembre, poco dopo il suo rilascio, Gramsci fu inviato a Vienna, in attesa di poter rientrare in Italia verso il suo drammatico destino. Bogdanov, che da allora si dedicò all’organizzazione di un pionieristico centro ematologico, morì per un esperimento di autotrasfusione di sangue infetto nel 1928, in tempo per evitare le epurazioni staliniane, ma non la manipolazione strumentale delle sue teorie, che è ancora in corso[31]. E tuttavia in Italia, a partire dalla già ricordata pubblicazione di Proletkult di Wu Ming e dalla traduzione dei suoi romanzi di fantascienza, negli ultimi tempi assistiamo a un felice ritorno di Bogdanov, recentemente coronato da Carlo Rovelli, che rendendogli giustizia su Helgoland ribadisce: «Il programma politico di Bogdanov era lasciare potere e cultura al popolo, per nutrire la cultura nuova, collettiva, generosa auspicata dal sogno rivoluzionario»[32]. Una letteratura che Bogdanov avrebbe apprezzato, con quel «carattere nazionale-popolare», troppo spesso disdegnato dagli «intellettuali tradizionali», di cui Gramsci denunciava la mancanza nella cultura italiana.


[1] J. White, Red Hamlet. The life and ideas of Alexander Bogdanov, Brill, Leiden-Boston 2018, pp. 454-459

[2] T. Bagarolo, “Aleksandr Bogdanov, bolscevico eretico”, in P. P. Poggio (a cura di), L’età del comunismo sovietico. Europa: 1900-1945, Jaca Book e Fondazione Micheletti, Milano e Brescia 2010, p. 224.

[3] Per una panoramica sugli studi si veda: J. Scherrer, “Ortodossia o eresia? Alla ricerca di una cultura politica del bolscevismo”, in J. Scherrer, D. Steila (a cura di), Gor’kij-Bogdanov e la scuola di Capri. Una corrispondenza inedita (1908-1911), Carocci, Roma 2017, pp. 30-46.

[4] J. Scherrer, “Bogdanov e Lenin: il bolscevismo al bivio”, in Storia del marxismo, vol. II, Il marxismo nell’età della Seconda Internazionale, Einaudi, Torino 1979, p. 501.

[5] Ivi, pp. 542-543.

[6] M. Boll, “From empiriocriticism to empiriomonism: the marxist phenomenology of Aleksandr Bogdanov”, The Slavonic and East European Review, 59, 1, p. 45.

[7] J. Scherrer, “Bogdanov e Lenin: il bolscevismo al bivio”, cit., p. 542.

[8] Sulla sua concettualizzazione di “fisico” e “psichico”, si veda: M. Boll, “From empiriocriticism to empiriomonism”, cit., pp. 46-52.

[9] Al volume Bogdanov rispose a sua volta nel 1910 con Fede e scienza, accusando il leader bolscevico di essere artefice di una degenerazione del marxismo in una fede scollegata dalla realtà. Sullo scontro Lenin-Bogdanov, si veda anche: Z. A. Sochor, Revolution and culture. The Bogdanov-Lenin controversy, Cornell UP, Ithaca 1988.

[10] J. Scherrer, “Bogdanov e Lenin: il bolscevismo al bivio”, cit., p. 495.

[11] Si vedano in particolare, in ordine cronologico: J. Scherrer, “Bogdanov e Lenin: il bolscevismo al bivio”, cit., pp. 493-546; V. Strada (a cura di), Fede e scienza. La polemica su Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin, Einaudi, Torino 1982; Id., L’altra rivoluzione. Gor’kij, Lunačarskij, Bogdanov: la «Scuola di Capri» e la «Costruzione di Dio», Edizioni La Conchiglia, Capri 1994; G. Rispoli, Dall’empiriomonismo alla tectologia. Organizzazione, complessità e approccio sistemico nel pensiero di Aleksandr Bogdanov, Aracne, Roma 2012; J. Scherrer, D. Steila (a cura di), Gor’kij-Bogdanov e la scuola di Capri, cit. Per la bibliografia internazionale, aggiornata al 1998, si veda invece: J. Biggart, G. Gloveli, A. Yassour, Bogdanov and his work, a guide to the published and unpublished works of Aleksander A. Bogdanov, Ashgate, Aldershot 1998.

[12] Una parte cospicua della documentazione archivistica relativa alle scuole è conservata in Italia, presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma; Basso, instancabile ricercatore di un socialismo alternativo, acquistò in blocco le carte da un antiquario francese. Si veda: A. Iacarella, N. Ottinà (a cura di), Fondo Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov, Fondazione Lelio e Lisli Basso – Onlus, Roma 2018.

[13] A. Accattoli, “Le relazioni culturali italo-russe nel periodo prerivoluzionario (1900-1917)”, relazione tenuta il 20 settembre 2019 a Modena nell’ambito dei X Cantieri di Storia SISSCO (panel: Per una storia delle relazioni culturali italo-russe/sovietiche: uno sguardo d’insieme).

[14] Ibid.

[15] J. Scherrer, “Ortodossia o eresia?”, cit., p. 20.

[16] Ivi, p. 123. Immagine rappresentativa dello scontro in atto nel campo bolscevico è la celeberrima foto della partita a scacchi tra Lenin e Bogdanov, che si svolse a Capri nell’aprile del 1908 sotto lo sguardo di Gor’kij.

[17] Ivi, p. 120.

[18] Sulla scuola di Bologna, si veda: ivi, pp. 127-133. Si veda inoltre: G. Gattei, C. Volta, “Un episodio nella storia delle università popolari: i bolscevichi «di sinistra» a Bologna (1910-1911)”, in F. Minazzi (a cura di), Il sapere per la società civile. Le università popolari nella storia d’Italia, Università popolare, Varese 1994, pp. 241-260.

[19] M. Gandini, “A proposito della scuola «vperiodista» di Bologna”, Bologna Incontri, maggio 1976, p. 43.

[20] Nel gruppo della scuola figuravano, oltre a Lenin e a diversi suoi collaboratori (Kamenev, Zinov’ev, Inessa Armand, Nadežda Krupskaja), anche l’operaio Vilonov, già attivissimo a Capri, e due vperedisti come Lunačarskij e Vol’skij.

[21] In italiano, si vedano: A. Bogdanov, Saggi di scienza dell’organizzazione, Theoria, Napoli 1988; Id., Quattro dialoghi su scienza e filosofia, Odradek, Roma 2004. Si vedano anche: J. Biggart, P. Dudley, F. King (a cura di), Alexander Bogdanov and the origins of systems thinking in Russia, Ashgate, Aldershot 1998; J. Bertlalanffy (1968), Teoria generale dei sistemi: fondamenti, sviluppo e applicazioni, Mondadori, Milano 2004. Per la polemica sulla rappresentazione della realtà tra materialisti dialettici e machisti russi e per l’opera scientifica di Bogdanov, si veda in particolare: G. Rispoli, Dall’empiriomonismo alla tectologia, cit., pp. 71-177.

[22] J. Scherrer, “Bogdanov e Lenin: il bolscevismo al bivio”, cit., p. 534.

[23] Ivi, p. 511.

[24] Wu Ming 2, “Quando le eteronavi atterravano a Torino. Antonio Gramsci e la «quistione bogdanoviana»”; approfondimento a margine di: Wu Ming, Proletkult, Einaudi, Milano 2018 (si veda sotto). Si veda anche: P. Cioni, Un ateismo religioso. Il bolscevismo dalla Scuola di Capri allo stalinismo, Carocci, Roma 2012.

[25] P. De Luca, G. Rispoli, “Russian emigration in Italy in the pre-revolutionary period: the case of the school of Capri”, intervento al convegno Historical memory of Russia. Past and present (“Yuri Gagarin” State Technical University of Saratov, 10 aprile 2014).

[26] A. Gramsci, Appunti di glottologia 1912-1913, a cura di G. Schirru, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2016.

[27] F. Auletta, “Piero Sraffa e Antonio Gramsci: l’«Ordine Nuovo» e le lotte operaie in Inghilterra e in America (1921)”, Studi Storici, 49, 1 (2008), pp. 177-208.

[28] Ora in: C. Bermani, Gramsci, gli intellettuali e la cultura proletaria, Cooperativa Colibrì, Milano 2007, pp. 121-155. Si veda l’interessante provocazione di Z. Sochor, “Was Bogdanov the Russia’s Answer to Gramsci?”, Studies in Soviet thought», 22, 1 (1981), pp. 59-81. Per la polemica delle rivoluzionarie russe ed europee con Lenin, si veda: N. Ghetti, Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee, Donzelli, Roma 2016, pp. 75-110.

[29] A. Gramsci, “Lettera sul futurismo italiano”, in Id., Epistolario, vol. 1, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2009, pp. 248-251.

[30] A. Gramsci, Epistolario, vol. 1, cit., p. 416. A questo proposito, si veda: N. Ghetti, La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924, Donzelli, Roma 2016. La notizia della traduzione è stata a lungo ignorata, tanto che neppure il romanzo di Wu Ming (Proletkult, Einaudi 2018) e la recente traduzione di Stella rossa. Romanzo-utopia (Alcatraz 2018) ne fanno cenno.

[31] Recente l’indebito accostamento tra capitalismo di Bezos e bolscevismo di Bogdanov da parte del francescano Paolo Benanti (“Jeff Bezos con Amazon ha realizzato l’organizzazione bolscevica perfetta?”, Econopoly-Il Sole 24 ore, 21 marzo 2021).

[32] C. Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano 2020, p. 134. Il libro è dedicato dall’autore a chi non conosce la fisica quantistica e anche ai colleghi.

Scritto da
Noemi Ghetti e Andreas Iacarella

Noemi Ghetti: A lungo docente nei licei, è laureata in Storia greca all’Università di Padova e ha compiuto studi filosofici all’Università di Firenze. Oggi abita e lavora a Roma. Collabora con numerose riviste ed è autrice di trasposizioni di classici per ragazzi, di testi per reading e libretti per drammi musicali. Saggista, ha pubblicato “L’ombra di Cavalcanti e Dante” (L’Asino d’oro 2011); “Gramsci nel cieco carcere degli eretici” (L’Asino d’oro 2014); “La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924” (Donzelli 2016) e “Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee” (Donzelli 2020). Andreas Iacarella: Laureato in Scienze storiche presso la Sapienza di Roma con una tesi di antropologia delle scritture personali, i suoi attuali interessi di ricerca investono soprattutto la storia della psichiatria nel secondo Ottocento italiano. Si è inoltre occupato di storia dei movimenti giovanili nell’Italia degli anni ’70, dando alle stampe la monografia “Indiani metropolitani. Politica, cultura e rivoluzione nel ’77” (Red Star Press 2018).

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