Il trasferimento tecnologico come leva della crescita. Il caso della Fraunhofer-Gesellschaft

Fraunhofer

Le questioni legate ai processi di innovazione e sviluppo tecnologico non sono un problema solo italiano, ma riguardano tutto il mondo occidentale. Da più parti si segnala il rischio di una stagnazione causata da squilibri legati all’aumento della propensione al risparmio e alla diminuzione di quella a investire. Per trovare una via d’uscita occorrerebbe investire su produzioni ad alto valore aggiunto, che abbiano elevati ritorni in termini di occupazione e crescita. La sfida si chiama dunque ‘innovazione e ricerca’, nella prospettiva di una nuova sferzata esogena nell’ambito produttivo, in grado di innescare un ciclo di rinnovato dinamismo economico.

La difficoltà di conseguire una crescita adeguata era precedentemente occultata da una finanziarizzazione che aveva favorito i consumi pur in presenza di un calo dei redditi da lavoro. Dato che la leva finanziaria si è rivelata insostenibile, si avverte ora la necessità di elaborare una politica industriale capace di rilanciare la ricerca scientifica e di orientare le risorse pubbliche e private su settori a più elevato valore aggiunto. In questo contesto la Germania appare come un esempio di successo: mentre l’Occidente arranca, Berlino veleggia con minimi tassi di disoccupazione, alta produttività del lavoro e un surplus di esportazioni, che dopo aver raggiunto l’8,9% del PIL nel 2016 primeggia superando persino quello cinese.

La piena comprensione del contesto tedesco fa però emergere come si tratti di un modello che, al di là degli innegabili punti di forza, non può dirsi esente da criticità. Il basso tasso di disoccupazione è ottenuto anche grazie ad una forte compressione dei salari, in quanto i lavoratori soggetti a forme di lavoro interinale ottengono retribuzioni nettamente inferiori rispetto ai colleghi impiegati nella casa madre. Il surplus di esportazioni è causato in gran parte da due fattori: l’utilizzo di una valuta, l’euro, sottovalutata rispetto alle potenzialità dell’economia nazionale e la bassa propensione al consumo dei cittadini tedeschi, in parte dovuta a fattori socio-culturali e in parte risultato dell’odierna compressione salariale.

Infine, la situazione valutaria va letta anche in relazione agli squilibri interni all’eurozona, in cui i Paesi che attraversano maggiori difficoltà non hanno l’opportunità di risollevarsi esportando i propri prodotti nel Paese più forte, perché la Germania, tenendo rigorosamente fede al ‘dogma’ del pareggio di bilancio, mantiene artificialmente bassi gli investimenti strutturali e contribuisce a contenere la propensione al consumo dei propri cittadini. Malgrado tali squilibri possano causare il collasso dell’eurozona nel medio termine, oggi la Germania ne trae beneficio sfruttando i suoi punti di forza, ovvero un solido sistema industriale, strettamente ancorato al sistema educativo e a quello della ricerca, una certa pace sociale garantita dalla compartecipazione dei sindacati alle decisioni delle imprese, oltre che una politica estera accomodante con partner commerciali fondamentali come Russia e Cina.

In particolare è centrale, come anticipato, la cooperazione tra il sistema industriale e un mondo della ricerca focalizzato sulla risoluzione dei problemi di innovazione che le singole aziende non sono in grado di affrontare. Uno dei tasselli fondamentali di questo sistema di osmosi è rappresentato da una rete formata da 67 istituti specializzati che coprono la maggior parte dei settori di tecnologia applicata, dall’elettronica al trattamento dei materiali, dalla chimica degli intermedi ai processi di automazione, dalla biotecnologia ai risparmi energetici nell’edilizia. Questa rete ha base a Monaco di Baviera e forma la Fraunhofer-Gesellschaft (FHG), la più grande organizzazione di ricerca orientata alle applicazioni d’Europa.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La sfida si chiama ‘innovazione e ricerca’

Pagina 2: Il ‘modello Fraunhofer’ e lo Stato tedesco

Pagina 3: I possibili insegnamenti


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Enrico Cerrini è nato nel 1986. Ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena. Ha studiato Scienze Economiche all'Università di Pisa e ha svolto il programma Erasmus all'Università di Graz. E' stato per 5 anni consigliere comunale nel comune di Campiglia Marittima. Giulio Di Donato è nato nel 1981 e cresciuto a Roma, dove vive, lavora ed ha studiato, conseguendo una prima laurea in giurisprudenza e una seconda in filosofia. Attualmente scrive per diverse riviste online e cartacee. Attivista politico e sindacale.

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