Le trasformazioni interne al Partito Democratico americano
- 01 Ottobre 2018

Le trasformazioni interne al Partito Democratico americano

Scritto da Domenico Romano

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L’impatto della campagna di Sanders sul Partito Democratico americano

Il sorprendente successo della campagna di Sanders, ha finito per riaprire anche il fronte interno del Partito Democratico, sostanzialmente dominato dalla visione della CDM e del NDC dalla metà degli anni Settanta è finita nel mirino la gestione del DNC guidato da una esponente pro Clinton[11] costretta infine alle dimissioni. Poco dopo il voto la presidente ad interim del DNC, Donna Brazile ha letteralmente rivelato[12] la presenza di accordi reciproci tra il DNC ed il comitato di Hillary precedenti alla vittoria della Clinton alle primarie, per la copertura dei debiti del DNC contratti negli anni precedenti. In cambio, il comitato della Clinton otteneva delle facilitazioni, la più evidente delle quali è stata la riduzione drastica del numero di dibattiti[13] tra la senatrice Clinton e Sanders e la possibilità di usare il vasto sistema di dati detenuto dal DNC. L’altro elemento di contestazione ha riguardato il ruolo inopportunamente svolto dai delegati di diritto della convention democratica nel sostenere Hillary Clinton a processo di selezione ancora aperto.

Partito Democratico americano 

Hillary Clinton alla Convention Nazionale Democratica, Denver 2008

Così come sul piano della organizzazione del movimento al di fuori del partito, la strategia di Sanders sembra aver fatto lezione dei fallimenti precedenti ed invece di produrre proposte di radicale trasformazione del partito[14] si è limitato ad un approccio molto più minimal ottenendo la formazione di una commissione (la Unity Commission[15]) che ha prodotto una forte riduzione del potere dei delegati unpledged[16]. La loro presenza viene confermata, ma il loro potere di voto al primo ballottaggio della Convention viene neutralizzato nel caso in cui nessun candidato abbia ottenuto una maggioranza assoluta di delegati elettivi nelle primarie e nei caucus.

Dove invece la conflittualità è stata portata ad un livello davvero nuovo è stata nelle battaglie per il controllo dei partiti statali e per l’elezione del presidente del DNC. In questi contest interni del partito candidati supportati più o meno direttamente da Sanders hanno si sono presentati sistematicamente, ed hanno ottenuto risultati anche significativi. Keith Ellison, Rappresentante, che ha sfidato Tom Perez ex ministro di Obama candidato mainstream del partito ed ha ottenuto un risultato davvero notevole venendo poi nominato Vice Presidente dello stesso DNC, carica che non esisteva prima.  Anche qui non si può non vedere come la lotta viene condotta sul piano del partito così così com’è oggi.

Anche su questo piano, le scelte di Sanders sembrano rappresentare non tanto la lotta tra due visioni complessive ed alternative quando un tentativo di iniettare una visione complessiva, coerente, si potrebbe dire di classe, nell’ambiente del partito politico americano. Si tratta di un tentativo che sembra guardare alla costruzione della New Deal Alliance della stagione di Roosevelt più che ai tentativi degli anni Settanta del XX secolo, che quindi prova a fare i conti con quello che il Partito Democratico è concretamente piuttosto che con un tentativo di riforma organica, lasciando all’organizzazione al di fuori del partito il compito di generare partecipazione e socializzazione politica e rifiutando atteggiamenti di ritiro o ambizioni terza forziste.

Allo stato non è fattibile dire se questo tentativo riuscirà o se tutto ciò si rivelerà infruttuoso. Sul piano del Congresso molte idee uscite dalla campagna di Sanders sono diventate patrimonio comune di un vasto numero di legislatori Democratici. Alcuni segnali incoraggianti sono venuti da elezioni suppletive tenutesi in questi biennio e da alcuni referendum statali ed infine da mobilitazioni sindacali. Sul piano del partito a fronte di confronti anche duri l’ala radicale del Partito non vien respinta in maniera brutale ed anzi partecipa attivamente alla sua costruzione ed alla selezione dei candidati.

Le mid term election di novembre saranno un test fondamentale per capire se i Democratici hanno saputo cogliere e trasformare a proprio vantaggio la ribellione delle primarie 2016 o se la presidenza Trump, ancora tutto sommato balbettante dopo le infinite lotte anche intestine a cui è stata sottoposta, si trasformerà in una fase politica più stabile assorbendo lei stessa una parte magari non grandissima ma decisiva delle ragioni della ribellione dei Democratici (negli stati operai). Questa è la portata della sfida del prossimo novembre e delle fase successive, e qui si colloca il tentativo del Senatore Sanders. Agli elettori toccherà emettere la prima sentenza.

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[11] Debbie Wasserman Schultz.

[12] clinton-brazile-hacks

[13] Si è infatti passati da 20 a 6 confronti rispetto al 2008.

[14] Nel libro Our Revolution pubblicato dopo la campagna delle primarie Sanders non menziona l’organizzazione del partito tra gli obiettivi della sua agenda trasformativa della politica americana.

[15] https://democrats.org/page/unity-reform-commission

[16] dnc-set-to-reduce-role-of-superdelegates-in-presidential-nominating-process?


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Scritto da
Domenico Romano

Nato nel 1984 a Roma. Laureato in Scienze Politiche presso l’Università La Sapienza. Ha studiato sopratutto i sistemi politici istituzionali anglosassoni ed i partiti politici europei ed americani.

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