Scritto da Lorenzo Ammirati
8 minuti di lettura
Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) è la pietra angolare sulla quale si regge l’impalcatura di non proliferazione globale delle armi atomiche. Tale Trattato, sviluppato durante la Guerra Fredda e mantenuto in vigore anche dopo la caduta del Muro di Berlino, mostra oggi alcune debolezze significative, imputabili da un lato ad una inevitabile vecchiaia e dall’altro ad azioni perpetrate da alcuni attori internazionali che ne hanno indebolito l’efficacia. La crisi di questo Trattato, e con esso dell’intero sistema globale di non proliferazione, rischia seriamente di far ripiombare il globo in uno stato di perenne possibilità di guerra nucleare, oppure si tratta di un processo reversibile?
Il “Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons” entrò in vigore nel 1970 e detiene oggi il più alto numero di adesioni per un Trattato sulla limitazione degli armamenti. Il Trattato divide i paesi aderenti (190) tra coloro che possiedono e coloro che non possiedono armi atomiche, fissando obblighi per gli uni e per gli altri. In particolare, esso vieta ai contraenti di sviluppare o favorire lo sviluppo delle armi atomiche, istituisce il ruolo di garanzia della International Atomic Energy Agency (IAEA), ribadisce la libertà di ciascun Paese circa lo sviluppo della tecnologia atomica a fini pacifici e incoraggia il disarmo globale. I paesi riconosciuti come detentori di armi atomiche sono USA, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina; quelli che non hanno sottoscritto il Trattato sono Israele, India, Pakistan e Sud Sudan; l’unico Paese ad essersi ritirato dal Trattato è la Nord Corea. Tutti gli altri stati sono membri del Trattato, con la status di paese senza armi atomiche.
L’idea di fondo del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, nata durante la Guerra Fredda, è che a un numero maggiore di paesi detentori di armi atomiche sarebbe corrisposto un rischio maggiore di scoppio di un conflitto atomico, non tanto per la volontà degli attori (a nessuno conviene iniziare un conflitto su scala atomica, come accennerò in seguito), quanto per un possibile errore, tecnologico o umano. Inoltre, specialmente in casi di rivalità di carattere regionale, all’impossibilità per un Paese di costruire armi atomiche sarebbe corrisposto un incentivo pari a zero per il suo (o i suoi) rivali di fare lo stesso. Emblematico è il caso del Sud Africa, la cui decisione di distruggere il proprio arsenale atomico e di sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, di fatto determinò l’adesione al Trattato di gran parte dei paesi africani, fino ad allora reticenti rispetto alla possibilità di precludersi l’eventuale accesso alle armi nucleari. In maniera uguale e contraria, India e Pakistan hanno costruito le proprie armi nucleari (e modellato le rispettive strategie di utilizzo) in virtù dei rapporti conflittuali con il vicino.
Non sono mancate critiche, anche molto dure, nei confronti del Trattato. La prima, portata avanti soprattutto dai paesi del cosiddetto “terzo mondo”, è che il Trattato di Non Proliferazione Nucleare ha sostanzialmente garantito l’esclusività del possesso delle armi nucleari a quei paesi che già le possedevano, i quali si sono ben guardati dal mettere in moto meccanismi per distruggerle come, in teoria, previsto dall’art. 6 relativo al disarmo; questo “club ristretto” avrebbe fatto leva su uno strumento giuridico per garantire la propria posizione di potere sul resto dei paesi del Pianeta. In particolare, la malafede degli USA sarebbe dimostrata dal fatto che, mentre il Trattato veniva firmato, stati come Italia, Germania e Turchia accettavano la condivisione di armamenti nucleari statunitensi sul proprio territorio in virtù di un meccanismo in seno alla NATO. Inoltre, sebbene il livello di testate nucleari dei due maggiori detentori (USA e Russia) sia notevolmente calato, questa diminuzione si è verificata quasi unicamente dopo la fine della Guerra Fredda, lasciando comunque ad entrambi i paesi abbastanza potenziale atomico da distruggere qualsiasi avversario, se non l’intero Pianeta.
La seconda critica, di natura teorica, riguarda il fatto che l’idea che un mondo con meno armi atomiche sia un mondo più sicuro sia tutta da dimostrare; vi è chi, al contrario, sostiene che un mondo in cui più attori possiedono armi di distruzione di massa sia un mondo più stabile. Se, infatti, due avversari possedessero entrambi gli strumenti per rispondere ad un attacco altamente distruttivo in maniera parimenti devastante, allora nessuno dei due penserà di attaccare per primo. Emblematico, a tal proposito, è il caso del Trattato ABM: firmato nel 1972 da USA e URSS, esso limitava il numero dei sistemi anti-missile sviluppabili da ciascuna superpotenza, costringendo ambo i contraenti ad esporsi al pericolo di attacco atomico da parte dell’altro, senza la possibilità di impedire gli effetti di tale aggressione, ma con la certezza di poter rispondere con un attacco altrettanto devastante.
Lo scenario da evitare, dunque, è quello di un numero ristretto di stati in possesso di armi atomiche che potrebbero, teoricamente, utilizzarle contro altri paesi senza rischiare conseguenze altrettanto distruttive. Durante la Guerra Fredda, infatti, il cosiddetto “ombrello atomico” era uno dei caratteri fondamentali del rapporto tra superpotenza e rispettivi alleati.
La terza critica, di natura tecnologica, si basa sul fatto che sia estremamente facile e rapido convertire macchinari per l’energia nucleare in macchinari per la produzione di armamenti atomici, rendendo quindi difficile (se non impossibile) poter verificare con certezza le intenzioni di un Paese che avvia un programma nucleare a fini civili (si vedano le ambiguità del caso iraniano).
Indebolimento del Trattato di Non Proliferazione Nucleare
La debolezza del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, però, non passa solamente dalle critiche che gli sono state mosse, ma anche da alcune considerazioni circa i comportamenti degli attori internazionali. Il caso Nord Coreano, già trattato in un precedente articolo, è probabilmente il caso più significativo e noto, ma non è l’unico. Altri casi, meno visibili e meno sponsorizzati dai media internazionali, hanno indebolito il Trattato in ugual maniera o rischiano di farlo in futuro.
L’esempio probabilmente meno conosciuto è quello riguardante Israele, uno dei quattro paesi a non aver sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Lo Stato ebraico, sebbene non abbia mai né smentito né confermato, possiede un modesto arsenale atomico costruito in gran segreto a partire dagli anni Cinquanta. Sebbene alcune considerazioni di carattere storico (i motivi della nascita dello Stato di Israele) e strategico (la natura difensiva di Israele, l’ostilità dei vicini) possano essere prese in considerazione, il fatto che la maggior parte dei paesi (USA in testa) abbia accettato l’arsenale nucleare israeliano al di fuori della legalità, ha indubbiamente danneggiato il Trattato, sia direttamente che indirettamente. A livello diretto, ha supportato l’idea di chi vede nel Trattato di Non Proliferazione Nucleare uno strumento di potere, dove l’aspetto legale viene subordinato a logiche legate alla strategia e ai rapporti di forza contingenti tra stati e coalizioni. A livello indiretto, gli avversari regionali di Israele hanno ricevuto un incentivo a sviluppare armi atomiche a loro volta e, proprio in virtù dell’esempio israeliano, possono legittimamente aspettarsi che, quando i rapporti di forza internazionali cambieranno, la stessa indulgenza sarà dimostrata anche nei loro confronti.
Non a caso, uno dei maggiori rivali regionali di Israele ha deciso oramai da tempo di intraprendere un programma di ricerca nucleare, considerato quanto meno ambiguo. L’Iran, infatti, ha più volte rassicurato la comunità internazionale circa gli scopi pacifici del suo programma di ricerca, senza però risultare particolarmente convincente. Uno dei maggiori pericoli, in questo scenario, è che si inneschi un cosiddetto “effetto cascata” nella regione, con altri attori regionali (a partire dall’Arabia Saudita) determinati a sviluppare un proprio piano di ricerca nucleare, per contrastare quello iraniano. Inoltre, Israele ha adottato una dottrina (la cosiddetta “Dottrina Begin”) che prevede che il solo Stato detentore di armi nucleari nella regione debba essere lo Stato di Israele. Una dimostrazione di tale dottrina la si è avuta nel 2007 quando l’aeronautica israeliana attaccò e distrusse l’impianto siriano di Deir el-Zor, sospettato di essere utilizzato per scopi nucleari. L’attacco fu sferrato senza avviso alcuno e con incredibile efficacia, a dimostrazione dell’importanza che Israele attribuisce a questo tema. Non può essere escluso un aumento delle tensioni, o addirittura un attacco simile, nel caso in cui il programma nucleare iraniano non dovesse fermarsi.
Il NPT, così come l’impalcatura mondiale di non proliferazione, rischia di diventare una mera formalità, una norma alla quale adeguarsi solo in assenza di interessi divergenti legati alla sicurezza nazionale. Le armi nucleari, d’altro canto, costituiscono strumenti eccezionali, a livello militare, storico e psicologico. La distruzione che sono in grado di causare, infatti, impone a coloro che possono deciderne l’impiego una logica circa il loro utilizzo che è e deve essere diversa rispetto a quella comunemente utilizzata per le armi convenzionali. Allo stesso modo, la reazione dell’opinione pubblica di fronte alla sola possibilità di utilizzo di tali armi è talmente forte (sia in senso positivo che negativo) da aggiungere un ulteriore grado di complessità circa il loro utilizzo, la loro creazione e l’atteggiamento del proprio Paese verso gli altri stati impegnati nel loro sviluppo.
Nonostante tutto ciò, la combinazione tra il potere che queste armi è in grado di dare ai propri possessori e il dato storico che nessun Paese detentore di armi atomiche sia mai stato direttamente attaccato, rende ancora oggi gli incentivi per il loro sviluppo tremendamente alti e allettanti.
Scenari futuri
Gli incentivi per il loro utilizzo, invece, sono estremamente bassi. Al momento non esiste alcun Paese al mondo in grado di sferrare un attacco nucleare verso un altro Paese dotato di armi atomiche senza aspettarsi ragionevolmente di subire una quantità di danni considerata non tollerabile. Per questo motivo tutte le dottrine legate all’utilizzo delle armi atomiche, sebbene con diverse sfumature, hanno carattere di natura difensiva, sia in quei paesi che le hanno rese note sia in quelli che non lo hanno mai fatto. Per il prossimo futuro, dunque, è logico aspettarsi che nessuna testata atomica sia lanciata.
Problematiche diverse possono sorgere rispetto alla possibilità che gruppi terroristici siano in grado di entrare in possesso di armamenti atomici (o in generale di armi di distruzione di massa). Dal punto di vista tecnologico, gli stretti rapporti tra alcuni paesi e certi gruppi terroristici potrebbero far sì che una tecnologia considerata fino a qualche decennio fa di proprietà unicamente statale possa finire in mano ad attori non statali. Dal punto di vista strategico, la stessa vicinanza nei rapporti tra Stato e gruppi terroristici comporterebbe una sostanziale dipendenza dei secondi rispetto al primo, tanto che l’eventuale decisione di utilizzo dell’arma dovrebbe ottenere necessariamente il consenso da parte dello Stato; in questo modo, il decisore finale sarebbe in ogni caso lo Stato il quale, per i motivi esposti in precedenza, non ha alcun incentivo a scatenare un conflitto nucleare.
Come visto nei casi precedenti, la razionalità del decisore viene sempre, in ultima istanza, invocata a difesa di chi possiede un arsenale atomico o di chi vorrebbe svilupparne uno. Ciò che la razionalità non può, per sua stessa definizione, prevedere è l’errore, che si tratti di errore umano o tecnologico. Celebre è il caso di Stanislav Petrov l’ufficiale dell’URSS che, nel settembre del 1983, ricevette dal sistema satellitare sovietico alcun dati concernenti un attacco nucleare lanciato dagli USA. Petrov interpretò, correttamente ma al limite di quanto gli era teoricamente consentito fare, tali dati come un errore del sistema, e non segnalò l’accaduto ai suoi superiori i quali, con tutta probabilità, avrebbero deciso di rispondere con un attacco dello stesso tipo. Un altro caso riguarda la base militare di Green Common, in Gran Bretagna, dove nel febbraio del 1958, a causa di un errore di valutazione di un pilota di aereo, un altro velivolo contenente una bomba atomica prese fuoco, rischiando di esplodere; la tragedia fu evitata grazie alla prontezza dei soccorsi che riuscirono a spegnere l’incendio prima che questo causasse la conflagrazione. Un terzo celebre caso è quello di Palomares, Spagna, dove gennaio del 1966 un aereo cisterna e un aereo contenente quattro bombe atomiche, sempre per un errore umano, entrarono in collisione tra loro. Due bombe rimasero intatte, altre due esplosero nelle loro componenti convenzionali al contatto col suolo ma senza dare l’avvio all’esplosione nucleare.
Tutti questi esempi (e la lista potrebbe continuare) dimostrano che i rischi legati non tanto all’utilizzo quanto all’esistenza delle armi nucleari sono già sufficientemente alti. Che le date degli incidenti citati non traggano in inganno, suggerendo che ad oggi, con il miglioramento tecnologico avvenuto, non sarebbero più possibili: questo genere di eventi viene rivelato solamente parecchi decenni dopo, e chissà quanti ne sono accaduti dagli anni Sessanta ad oggi!
Il NPT, e in generale il regime di non proliferazione globale, per quanto indebolito da decine di anni di azioni che ne hanno eroso le fondamenta, si configura ancora oggi come l’unico modo per allontanare dal Pianeta la possibilità di tragedie immani. Solamente il disarmo completo potrà assicurare ciò che né l’errore umano né l’errore tecnologico possono: l’assoluta certezza che armamenti di questa potenza non vengano utilizzati. La sfida del futuro, dunque, è quella di trovare incentivi per il disarmo più alti di quelli che spingono attualmente gli stati a cercare di armarsi. Una sfida ardua, ma necessaria.