Il Trattato di Non Proliferazione Nucleare: fragile e necessario

Non Proliferazione Nucleare

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Scenari futuri

Gli incentivi per il loro utilizzo, invece, sono estremamente bassi. Al momento non esiste alcun Paese al mondo in grado di sferrare un attacco nucleare verso un altro Paese dotato di armi atomiche senza aspettarsi ragionevolmente di subire una quantità di danni considerata non tollerabile. Per questo motivo tutte le dottrine legate all’utilizzo delle armi atomiche, sebbene con diverse sfumature, hanno carattere di natura difensiva, sia in quei paesi che le hanno rese note sia in quelli che non lo hanno mai fatto. Per il prossimo futuro, dunque, è logico aspettarsi che nessuna testata atomica sia lanciata.

Problematiche diverse possono sorgere rispetto alla possibilità che gruppi terroristici siano in grado di entrare in possesso di armamenti atomici (o in generale di armi di distruzione di massa). Dal punto di vista tecnologico, gli stretti rapporti tra alcuni paesi e certi gruppi terroristici potrebbero far sì che una tecnologia considerata fino a qualche decennio fa di proprietà unicamente statale possa finire in mano ad attori non statali. Dal punto di vista strategico, la stessa vicinanza nei rapporti tra Stato e gruppi terroristici comporterebbe una sostanziale dipendenza dei secondi rispetto al primo, tanto che l’eventuale decisione di utilizzo dell’arma dovrebbe ottenere necessariamente il consenso da parte dello Stato; in questo modo, il decisore finale sarebbe in ogni caso lo Stato il quale, per i motivi esposti in precedenza, non ha alcun incentivo a scatenare un conflitto nucleare.

Come visto nei casi precedenti, la razionalità del decisore viene sempre, in ultima istanza, invocata a difesa di chi possiede un arsenale atomico o di chi vorrebbe svilupparne uno. Ciò che la razionalità non può, per sua stessa definizione, prevedere è l’errore, che si tratti di errore umano o tecnologico. Celebre è il caso di Stanislav Petrov l’ufficiale dell’URSS che, nel settembre del 1983, ricevette dal sistema satellitare sovietico alcun dati concernenti un attacco nucleare lanciato dagli USA. Petrov interpretò, correttamente ma al limite di quanto gli era teoricamente consentito fare, tali dati come un errore del sistema, e non segnalò l’accaduto ai suoi superiori i quali, con tutta probabilità, avrebbero deciso di rispondere con un attacco dello stesso tipo. Un altro caso riguarda la base militare di Green Common, in Gran Bretagna, dove nel febbraio del 1958, a causa di un errore di valutazione di un pilota di aereo, un altro velivolo contenente una bomba atomica prese fuoco, rischiando di esplodere; la tragedia fu evitata grazie alla prontezza dei soccorsi che riuscirono a spegnere l’incendio prima che questo causasse la conflagrazione. Un terzo celebre caso è quello di Palomares, Spagna, dove gennaio del 1966 un aereo cisterna e un aereo contenente quattro bombe atomiche, sempre per un errore umano, entrarono in collisione tra loro. Due bombe rimasero intatte, altre due esplosero nelle loro componenti convenzionali al contatto col suolo ma senza dare l’avvio all’esplosione nucleare.

Tutti questi esempi (e la lista potrebbe continuare) dimostrano che i rischi legati non tanto all’utilizzo quanto all’esistenza delle armi nucleari sono già sufficientemente alti. Che le date degli incidenti citati non traggano in inganno, suggerendo che ad oggi, con il miglioramento tecnologico avvenuto, non sarebbero più possibili: questo genere di eventi viene rivelato solamente parecchi decenni dopo, e chissà quanti ne sono accaduti dagli anni Sessanta ad oggi!

Il NPT, e in generale il regime di non proliferazione globale, per quanto indebolito da decine di anni di azioni che ne hanno eroso le fondamenta, si configura ancora oggi come l’unico modo per allontanare dal Pianeta la possibilità di tragedie immani. Solamente il disarmo completo potrà assicurare ciò che né l’errore umano né l’errore tecnologico possono: l’assoluta certezza che armamenti di questa potenza non vengano utilizzati. La sfida del futuro, dunque, è quella di trovare incentivi per il disarmo più alti di quelli che spingono attualmente gli stati a cercare di armarsi. Una sfida ardua, ma necessaria.

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Bolognese, classe ’94, laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Si occupa di politica italiana e internazionale, geopolitica e Unione Europea, studi strategici e sicurezza internazionale.

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