La questione della legittimità. Intervista ad Alberto Negri. Estratto da “Il trono di sabbia”

Negri

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Dal colonialismo alle grandi ideologie sovranazionali

I casi che ci ha appena illustrato mostrano come la costruzione dello stato e della nazione in Medio Oriente sia profondamente legata alla storia coloniale. Quali sono, dunque, le principali dinamiche che hanno definito e tutt’ora tentano di definire la legittimità del potere negli stati della regione?

Alberto Negri: L’idea di legittimità in Medio Oriente si forma attorno a questa storia complessa e a volte difficile da seguire in tutte le sue ramificazioni, spesso e volentieri priva di una sua contemporaneità visto che, per esempio, lo stato turco nasce quando ancora i francesi controllavano come potenza coloniale la Siria e il Libano e gli inglesi, attraverso una sorta di protettorato monarchico, l’Iraq. Ci troviamo dunque di fronte a un concetto di legittimità difficile da formare e anche, in qualche modo, difficile da definire se non facendo riferimento alla stessa storia coloniale: nel momento della definizione dei nuovi stati si era posto il problema di definire, per esempio, chi fossero i governanti della Siria, piuttosto che dell’Iraq e della Giordania. Francesi e inglesi, in questi casi, scelsero di ricorrere alla dinastia hashemita, andando, dunque, a rintracciare nella storia quelle famiglie che, per prominenza e declinazioni monarchiche o tribali, costituissero in quei paesi nuclei di potere precedenti al periodo coloniale e all’Impero Ottomano stesso. Si va quindi a scavare nel passato nel tentativo di costruire dei governi in grado di poggiarsi su dinastie arabe ritenute storicamente più o meno legittime.

Questo aspetto è molto importante perché la catena di successione costituisce uno dei principali criteri di legittimità che ancora oggi osserviamo nella regione: tale catena può essere costituita dalla successione di famiglie che, tramite il riconoscimento della propria leadership tribale o monarchica, hanno ottenuto il controllo di vaste aree – questo è il caso dei già citati hashemiti; oppure si ricorre alla successione religiosa. Spesso questi due aspetti si incrociano: gli hashemiti stessi, antichi custodi della Mecca e Medina, hanno, in qualche modo, una legittimità non solo politica ma anche religiosa; oppure si può pensare alla monarchia alauita in Marocco che rivendica la propria discendenza da Maometto; o ancora alla Repubblica islamica iraniana dove i più prominenti degli Ayatollah sono quelli con il turbante nero, i Seyed che rivendicano anch’essi la discendenza dal Profeta, e non stupisce che le due Guide Supreme che si sono succedute fino a oggi facciano parte di questo gruppo. In realtà, l’Iran meriterebbe un discorso a parte perché, rispetto a tutti gli altri esempi che ho citato, è l’unica realtà, insieme all’Impero Ottomano, a vantare una continuità storica che inizia 2500 anni fa e che rende l’Iran il successore delle varie monarchie che hanno governato quei territori negli ultimi sette/otto secoli, dai Safavidi, passando per i Cagiari e arrivando fino ai Pahlavi e ai loro richiami all’Impero Persiano. E se vogliamo, tra tutti gli stati della regione, l’Iran è l’unico i cui confini ricalcano quelli storici, mantenendo il cuore della nazione nell’altopiano iranico. Mentre se si pensa alla Turchia contemporanea la situazione è opposta: Atatürk ha ridisegnato il cuore dello stato turco portandone la capitale ad Ankara, nel centro dell’Anatolia che non mai era stata il fulcro di un Impero Ottomano che partendo da Istanbul guardava verso i Balcani e l’Europa.

Quindi la legittimità stessa di questi paesi attraversa tutte queste caratterizzazioni che abbiamo individuato, riassumibili nel tentativo di rintracciare nella catena della storia e delle successioni dinastiche e religiose un fondamento di legittimità. Questo nel contesto di stati che, in realtà, comprendono popolazioni di origine molto diversa entro confini di tipo artificiale.

Diamo uno sguardo alla storia recente. Il Novecento è senza dubbio stato il secolo delle ideologie e il Medio Oriente non è certamente esente da questa definizione. Terzomondismo, panarabismo, socialismo arabo e islam politico sono alcune delle grandi narrazioni attorno alle quali i regimi mediorientali hanno costruito il proprio spazio di azione politica ed economica e, in qualche modo, anche la propria legittimità. È davvero finita l’epoca in cui i regimi della regione potevano cercare la propria legittimazione in ideologie forti e spesso sovranazionali?

Alberto Negri: Per rispondere a questa domanda vorrei tornare al concetto di legittimità che abbiamo affrontato nella precedente domanda per specificare una cosa: perché abbiamo assistito a questa spasmodica ricerca di legittimità dello stato? La risposta è che questi stati non solo uscivano dalla decolonizzazione, ma, come ricordavo prima, ricomprendevano situazioni multietniche e multireligiose in cui i regimi tendevano da una parte a cercare di includere tutti i gruppi nella costruzione della legittimità dello stato, ma dall’altra erano i primi a escludere dalla vita pubblica e politica coloro che ne mettevano in dubbio la legittimità. Faccio un esempio: i curdi vennero divisi dai nuovi confini postcoloniali in quattro stati differenti e da lì hanno sempre messo in dubbio la legittimità dei regimi a cui erano sottoposti: è per questo che la storia ci mostra come il popolo curdo sia stato spesso e volentieri emarginato anche in modo violento.

Tornando alla domanda, le ideologie hanno funzionato come collanti in situazioni in cui la legittimità dei regimi non era salda come poteva sembrare o come le stesse potenze coloniali avrebbero voluto che fosse dopo l’insediamento dei propri protetti. Allo stesso tempo, le ideologie rispondevano alla necessità di inclusione da parte dei governi: tale necessità non riguardava esclusivamente le etnie e le declinazioni settarie e religiose, ma soprattutto le masse popolari. Il Novecento è infatti l’epoca delle masse che determinano prima la Rivoluzione di Ottobre in Russia e poi si fanno protagoniste di tutti i grandi movimenti socialisti europei, fino a lambire anche gli stati nati dalla disgregazione dell’Impero Ottomano. La necessità di includere queste nuove masse che si erano affacciate alla ribalta della storia riapre la questione della legittimità: non era più sufficiente affidarsi soltanto alla catena dinastica che abbiamo già descritto ma, nel pieno della decolonizzazione novecentesca, le ideologie diventavano il perfetto strumento di inclusione in grado di rispondere ai due principali fattori dietro all’emergenza delle masse: la crescita demografica e l’urbanizzazione.

Le ideologie, quindi, si diffondono anche in Medio Oriente, sia di importazione, sia, per così dire, di origine locale. Si tratta di un processo molto lungo, avviatosi già nella seconda metà dell’Ottocento all’interno dell’Impero Ottomano quando alla necessità di rinnova- mento corrisponde, per esempio, l’emersione di nuove élite di potere che sono in qualche modo funzionali al tentativo di modernizzazione dell’Impero che risulterà del [4]. Poi, a cavallo tra la fine della Seconda guerra mondiale e il dopoguerra, si assiste all’arrivo delle idee socialiste che si imporranno a partire dall’Egitto di Nasser, dove avviene un colpo di stato se vogliamo di sinistra che, nel pieno del conflitto tra Est e Ovest, avvicina lo stato egiziano all’Unione Sovietica. Contemporaneamente si assiste all’emergere di partiti di stampo socialista e nazionalista di cui il rappresentante più importante e prestigioso è il Ba’th, nato in Siria alla fine della Seconda guerra mondiale e fondato da Michel Aflaq, cristiano ortodosso, e Salah al Bitar, arabo sunnita. La nascita del partito Ba’th[5] è fondamentale perché la nuova formazione si rivolge a un ampio spettro della popolazione siriana e araba in generale, cercando di attirare a sé le classi sociali emergenti. In Siria la prima diffusione del Ba’th non è soltanto urbana ma avviene nelle zone rurali tra i piccoli contadini che cercano emancipazione dalle dinamiche ancora presenti del latifondo ottomano. Non va dimenticato, infine, che l’ideologia baathista ha poi costituito il nerbo di regimi che sono rimasti al potere per decenni come quello di Saddam Hussein, e che sono ancora protagonisti della politica mediorientale con il regime siriano di Bashar al-Assad.

In definitiva, l’ideologia è uno strumento di legittimazione e inclusione, ma anche uno strumento di emancipazione delle nuove masse che irrompono sulla scena del xx secolo.

La gran parte dei regimi mediorientali sono di tipo autoritario e dunque non fondano la propria legittimità su un patto sociale orizzontale tra cittadini e stato. La questione che si pone, dunque, è quella di come cercare di mantenere il regime stabile e al potere cooptando la società civile. A parte l’uso della violenza, che è certamente un aspetto cruciale, quali sono gli altri elementi che i regimi autoritari attuano per far sì che la società a essi sottostante rimanga fedele al sistema di potere in atto e non ne cerchi il rovesciamento?

Alberto Negri: La prima cosa che notiamo arrivando in Medio Oriente è che ogni regime della regione ha il ministero dell’informazione. In occidente non esistono questi ministeri. Queste istituzioni non sono dedicate a informare ma in qualche modo a controllare e limitare proprio l’in- formazione stessa, cioè qualcosa di paradossale e di assai ironico. In genere il ministero dell’informazione contiene il messaggio che viene mandato a tutti, dalla popolazione ai media, cioè che tutto è sotto il controllo del regime.

Ci sono poi gli apparati di sicurezza e i servizi. Molto spesso notiamo che questi apparati sono pletorici: in Iraq, ai tempi di Saddam, si contavano ben dodici branche dei servizi segreti; una dozzina sono anche le branche che c’erano e probabilmente ancora operano nella Siria di Bashar al-Assad; lo stesso si può dire dell’Egitto dove, tra l’altro, la competizione tra i servizi è emersa molto chiaramente – e drammaticamente – nel caso di Giulio Regeni. Tuttavia, noi che frequentiamo da tanti anni l’Egitto e la regione abbiamo a che fare con il Mukhabaràt – i servizi – in tutte le sue declinazioni e in ogni regime. Un altro esempio a cui pensare è quello algerino, dove gli apparati di sicurezza sono stati utilizzati in modo capillare per contrastare il terrorismo islamico. Molto spesso vediamo che i capi dei servizi sono gli uomini più potenti di questi paesi, in genere provenienti dai ranghi militari e molto spesso in grado di controllare i gangli del potere.

Poi ciò che veramente colpisce è la capillarità del controllo del territorio da parte di questi regimi, per esempio attraverso l’utilizzo di determinate categorie sociali: probabilmente non esagero se dico che i tassisti sono tutti spie. Questo non deve sorprendere: chi è costantemente in contatto con la popolazione e addirittura con gli stranieri viene periodicamente interrogato dai servizi sull’attività che svolge. È difficile pensare che muovendosi con un autista a Tehran o ad Algeri, piuttosto che a Damasco, gli apparati di sicurezza non siano a conoscenza di questi spostamenti. Spesso i ricercatori e i giornalisti occidentali si meravigliano per questa situazione – che talvolta ha risvolti drammatici – ma in qualche modo questa è un’ingenuità visto che il controllo continuo e capillare è una caratteristica fondamentale di questi regimi.

Naturalmente, con l’arrivo del flusso di informazioni legato all’utilizzo di internet questo controllo è diventato totale anche sui telefoni mobili e sui computer: io stesso ho spesso dovuto aggirare la censura che impedisce di accedere a svariati siti internet, dal blocco di Wikipedia in Turchia al monitoraggio della Bbc. La censura, il controllo dei messaggi e delle mail, l’ascolto delle telefonate sono anch’essi capillari. Ovviamente c’è anche un controllo sulla popolazione più tradizionale che viene attuato attraverso vari settori sociali: per esempio non c’è dubbio che le Moschee e gli Iman siano attenzionati costantemente da parte dei servizi.

Un altro aspetto fondamentale e interessante è l’utilizzo delle minoranze come strumento di controllo: per i già citati motivi legati alla multietnicità e multireligiosità tipica degli stati mediorientali, le divisioni settarie all’interno del quadro di ciascun paese possono essere sfruttate da chi detiene il potere per controllare la popolazione. Questo avviene, per esempio, con i cristiani in Siria o, ai tempi di Saddam Hussein, con l’utilizzo di alcune minoranze presenti in Iraq, tra cui, in taluni casi, persino i curdi: Masoud Barzani, leader del Partito democratico del Kurdistan (Pdk), è diventato miliardario vendendo il petrolio di Saddam alla Turchia nel periodo delle sanzioni internazionali contro Baghdad. Quindi quello a cui assistiamo è il controllo di informazioni e risorse attraverso l’uso delle minoranze. Una cosa che mi diceva qualche tempo fa l’Arcivescovo di Baghdad Shlemon Warduni è che le minoranze in Iraq non erano state usate solo in contrapposizione ma in una sorta di giustapposizione, questa è la definizione che lui mi dava, nel senso che veniva attuata una sorta di divisione del lavoro sociale tra le minoranze presenti nel paese, non tanto per contrapporle ma per farle convivere tra loro e servire il potere. Potere che ha interesse a sfruttare le divisioni settarie per i suoi obbiettivi di controllo, ma non ha certamente vantaggio a contrapporre questi gruppi perché ciò rischierebbe di minare la stabilità stessa del regime. La monarchia hashemita giordana, per esempio, ha un controllo capillare attraverso i servizi della popolazione che, come si sa bene, è formata in larga maggioranza da popolazione di origine palestinese e non beduina; in questo contesto, però, i beduini costituiscono il gruppo di tribù a cui vengono affidati il controllo dei servizi.

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[4] Con il termine Tanzimat si indica un importante periodo di riforme e riorganizzazione dell’Impero Ottomano messo in atto tra il 1839 e il 1876.

[5] Sulle origini del partito Ba’th faccio riferimento agli scritti e alle ricerche del grande studioso iracheno Hanna Batatu che ha rintracciato e approfondito le radici storiche, politiche e soprattutto sociali del baathismo.


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Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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