La questione della legittimità. Intervista ad Alberto Negri. Estratto da “Il trono di sabbia”

Alberto Negri

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Gli stati mediorientali al centro della politica internazionale

Parlando di legittimità in senso generale, oltre agli aspetti per così dire domestici, c’è sicuramente una dimensione internazionale: a partire dall’inizio del xx secolo, il Medio Oriente è sempre stato al centro della politica estera delle grandi potenze, le quali sono a più riprese intervenute direttamente o indirettamente per tentare di consolidare i propri interessi politici ed economici nella regione, favorendo o ostacolando taluni regimi a seconda dell’orizzonte politico del momento. A suo giudizio l’essere legittimati da parte di una o più potenze internazionali è davvero così importante?

Alberto Negri: È assolutamente vero. Ci sono numerosi esempi da questo punto di vista: pensiamo soltanto, per quanto riguarda l’Iran, a che cosa accadde nel 1942 quando le grandi potenze, Stati Uniti e Gran Bretagna, ebbero bisogno di Tehran come retrovia nella lotta contro il Terzo Reich. La scelta fu quella di deporre lo shah Reza, mandandolo in esilio in Sudafrica, per sostituirlo con suo figlio Mohammed Reza. Sempre restando in Iran, pensiamo al colpo di stato del 1953 contro il primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq: nell’agosto di quell’anno lo shah fu costretto a fuggire dal paese – ritirandosi, tra l’altro, all’Hotel Excelsior di Via Veneto a Roma – per rientrare solo grazie al golpe anglo-americano organizzato tramite l’Operazione Aiace. Guardiamo quello che succede all’indomani della Seconda guerra mondiale in Siria con l’indipendenza del paese: si susseguono in quattro o cinque anni, penso, una dozzina di colpi di stato di cui alcuni chiaramente orditi dall’esterno, tra cui uno sicuramente di matrice statunitense attraverso il quale, grazie al supporto della Cia, nell’estate del 1949 il generale siriano Housni al-Zaim prende il potere con lo scopo di favorire la costruzione di un oleodotto che doveva partire dall’Arabia Saudita, attraversare la Giordania e arrivare fino alle sponde del Mediterraneo. Questo esempio è solo uno dei tanti che ci portano fino agli eventi più recenti: Quando Saddam Hussein, che era un alleato dell’occidente sostenuto per otto anni dagli Stati Uniti e dalle monarchie del Golfo nella guerra contro l’Iran, invase il Kuwait nell’agosto del 1990 fu immediatamente scaricato dall’occidente che impose durissime sanzioni all’Iraq fino all’invasione finale del 2003. C’è poi il caso della Guerra civile siriana, forse la più grande guerra per procura degli ultimi 50 anni, dove con la regia di Washington, la Turchia e le monarchie del Golfo hanno tentato di esautorare Bashar al-Assad, alleato dell’Iran e di Hezbollah, fino all’ingresso in campo della Russia nel 2015 che è intervenuta con il dichiarato intento di mantenere Assad al potere. O ancora pensiamo a quanto accaduto in Libia nel 2011 dove la situazione, se non ci fosse stato l’intervento di Francia e Stati Uniti, rafforzato dai bombardamenti Nato, si sarebbe forse evoluta specularmente a quanto accaduto nella Siria di Assad, cioè i ribelli avrebbero preso un pezzo di Cirenaica ma non sarebbero mai arrivati in Tripolitania.

Potremmo continuare a lungo con questi esempi tenendo però presente un’eccezione: le infiltrazioni e le influenze straniere, che in tutte queste vicende sono state palesi, non hanno coinvolto l’Algeria e questo in ragione della sua storia coloniale. Algeri deriva la sua legittimazione da una feroce lotta anticoloniale e quando si è presentato sulla scena politica un movimento islamico, che per altro è passato dalla vittoria elettorale al primo turno per poi trasformarsi in una resistenza armata jihadista, gli algerini sono stati gli unici a riuscire a sigillare il proprio paese dall’influenza esterna. In questo sta, almeno finora, l’eccezione algerina.

In ultimo, sono poi due i paesi che si sono, come dire, distinti nel respingere le influenze esterne negli ultimi anni: uno è l’Iran della Repubblica islamica, uscito rafforzato dalla guerra Iraq-Iran e in grado di esercitare un controllo molto forte sulla popolazione. L’altro è la Turchia di Erdoğan, nonostante le spinte interne ed esterne – basta ricordare che la Turchia è un paese della Nato che ha negato per un anno e mezzo la base di Incirlik agli americani. Su Ankara vorrei aggiungere una cosa: la legittimità di Erdoğan nasce dal partito musulmano tradizionalista Akp ma soprattutto dall’aver dato, come dire, un palcoscenico politico ad ampi settori della popolazione tradizionalista turca che non erano inclusi nella gestione del paese. Oggi Erdoğan ha in qualche modo messo da parte gli accenti sugli aspetti religiosi della propria propaganda per fare un’alleanza con l’Mhp, cioè il partito dei Lupi Grigi, che è l’espressione più estrema del nazionalismo turco, andando dunque a rafforzare la propria legittimità con il carburante del nazionalismo, il quale rimane pur sempre il collante più potente del paese.

La parabola dell’Isis sembra aver raggiunto la sua fase di declino, soprattutto per quanto riguarda la dimensione della costruzione di un vero e proprio califfato che potesse diventare un soggetto statale. È proprio questa ambizione, che forse potremmo definire utopia, che ha maggiormente distinto l’esperienza dell’Isis rispetto, per esempio, a quella di al-Qaeda. L’ambizione di costruire uno stato nei territori conquistati violentemente ha certamente posto l’Isis di fronte alla questione della legittimi- tà: se da lato lo strumento retorico principale è senza dubbio quello della jihad e della restaurazione del califfato, dall’altro è meno chiaro come questa entità avrebbe potuto veramente legittimarsi nei territori occupati se non attraverso l’uso senza fine della violenza e dell’estremismo religioso. Si può dire che lo Stato Islamico si sia dimostrato totalmente incapace di trovare una legittimità, oltre che internazionale, anche all’interno dei propri territori? A quali interrogativi sulla legittimità ci pone di fronte l’esperienza dell’Isis?

Alberto Negri: Quello dell’Isis è un caso molto interessante. Vediamo quali sono gli elementi che in qualche modo rendevano più difficile, almeno in un certo senso, una legittimità del Califfato. In primo luogo, c’è sicura- mente la forte caratterizzazione settaria assunta da Daesh. Lo Stato Islamico ha le sue origini nel gruppo di al-Qaeda della Terra dei due Fiumi guidato da Abu Musab al-Zarqawi. Zarqawi muore nel 2006 ma ha il tempo di influenzare fortemente al-Qaeda in Iraq, indirizzando le azioni in senso fortemente settario: la lotta contro gli Stati Uniti rimane, ma la lotta primaria diventa quella contro lo sciismo. Non stupisce, quindi, che il periodo che va dal 2003 al 2009 sia colmo di attentati proprio contro gli sciiti. Il Daesh eredita questa svolta storica, tanto è vero che si sviluppa nelle roccaforti sunnite dell’Iraq, in primo luogo Falluja, dove si erano create le situazioni funzionali a dare una forte connotazione settaria a questo tipo di resistenza. Senza arrivare a farne la storia, Falluja, che io conoscevo ben prima della battaglia del 2004, era il luogo dove governavano i Dulaimi, tribù sunnita alleata di Saddam. Il problema è che a un certo punto un generale dei Dulaimi aveva messo i bastoni tra le ruote a Saddam e per questo venne barbaramente decapitato dal regime che poi ebbe la premura di recapitarne la testa ai compagni di tribù dentro a una scatola di scarpe. È anche per questo episodio che quando nel 2003 comincia il caos a Falluja emerge una particolare situazione di malessere nei confronti del regime che viene poi in qualche modo sfruttata da al-Qaeda e da altri gruppi della resistenza irachena.

Ora se si osserva la parabola del Daesh, quello settario è un elemento che verrà rimarcato più di una volta e, ancora prima della nascita dello Stato Islamico, anche nella stessa Siria: a partire dal 2008-2009 emergono movimenti jihadisti che fanno proclami contro gli alauiti, tanto è vero che quando qualche giorno fa [luglio 2018] è stata annunciata la morte del giovane figlio di Abu Bakr al-Baghdadi in un’operazione dalle parti di Homs il comunicato diffuso dal Califfato indica che questa è avvenuta combattendo non contro gli occidentali ma contro gli alauiti. Questa forte caratterizzazione settaria è uno dei motivi per cui il movimento ha ottenuto un certo consenso nelle popolazioni sunnite in Iraq e poi anche, almeno in parte, in Siria; ma dall’altra parte, la natura settaria impedisce al Califfato il raggiungimento di quello che è il suo scopo principale, ovvero governare tutti i musulmani e non soltanto quelli appartenenti a una determinata declinazione dell’islam.

Il secondo aspetto che costituisce, anche questo un fattore allo stesso tempo positivo e negativo nella ricerca di legittimità del Daesh, è la multietnicità delle sue truppe. L’afflusso di jihadisti stranieri costituisce, all’inizio, una grandissima spinta all’espansione del Daesh, permettendo l’inglobamento di gruppi concorrenti, come alcuni rami di al-Qaeda, ma soprattutto permette l’inserimento nei propri ranghi di guerriglieri ceceni, tunisini, libici, caucasici e finanche europei. Ciò costituisce un aspetto molto positivo perché dà alla fase iniziale della parabola del Califfato una connotazione multietnica e multinazionale che in qualche modo è in linea con la tradizione califfale. Allo stesso tempo la multietnicità diventerà un problema quando si tratterà di organizzare il governo dei territori controllati, perché l’iracheno e il siriano vedranno come propri comandanti sul campo e amministratori del Califfato guerriglieri stranieri e dunque estranei al territorio stesso. Questo naturalmente rappresenta un aspetto grosso di vulnerabilità di Daesh. Oggi, poi, abbiamo a che fare con ampie sacche di guerriglieri di Daesh catturati nelle operazioni di liberazione dei territori che pongono il problema del loro ricollocamento a fine processuale e detentivo: i combattenti iracheni e siriani possono essere rimandati nei loro paesi, più difficile gestire il rimpatrio di quelli provenienti da altre regioni.

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Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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