Tronti operaista

Tronti operaista

Il contributo che qui presentiamo si inserisce in una collaborazione con Prospettive italiane, gruppo di ricerca promosso da alcuni studenti di filosofia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, inaugurata da una recensione a Il demone della politica. Antologia di scritti (1958-2015) di Mario Tronti, curato da Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila M. H. Mascat. Questo articolo ripercorrere la densità teorica del primo periodo della riflessione trontiana (1958-1967), a cui è dedicata la prima sezione del volume Il demone della politica intitolata Il punto di vista.


Ripercorrere i profili teorici e i soggetti in cui si incarna l’esperienza dell’operaismo degli anni Sessanta appare quanto mai anacronistico se si considera il fatto che fu un’esperienza fallimentare per il suo soggetto portante: la classe operaia. Nonostante ciò, l’operaismo continua a sopravvivere a se stesso, non tanto per l’esperienza storica che è stata ma per l’attualità di metodo che offre nell’analisi della società e delle conseguenti forme politiche. Volendo riassumere in poche battute su cosa verteva la proposta operaista rispetto al marxismo ortodosso, si potrebbero individuare due elementi: la soggettivazione e la necessità di storicizzazione della propria analisi. Era il rifiuto dell’assegnazione di un’indiscussa unità alle soggettività politiche e l’intuizione che le soggettività politiche emergono come risultato di un processo storico legato alla dimensione del conflitto che consentiva di spostare il cursore non tanto su “la classe” ma sulla composizione di classe. In tal senso, la domanda che sottende il discorso operaista è: quali sono i conflitti, qual è la loro natura, consistenza e struttura all’interno dello spettro sociale?

Per quanto la società non sia più la stessa degli anni ‘60-’70, la sua struttura resta divisa e all’interno di essa una cultura conflittuale di origine operaista resta, oggi, più che mai valida tanto dentro le lotte sociali all’interno dei singoli paesi quanto nella struttura geopolitica del mondo. Anche nella struttura-mondo, infatti, un pensare operaista può esercitarsi tentando, di volta in volta, di individuare faglie di conflitto. In tal senso, assume tutto il suo spessore la definizione che, dell’operaismo, dà Mario Tronti in un’intervista relativamente recente in cui ripercorre criticamente quella stagione di cui fu indubbio protagonista: «la definizione strategica dell’operaismo è quella di una cultura e di una pratica del conflitto» (G. Borio, F. Pozzi, G. Roggero (a cura di), Gli operaisti, DeriveApprodi, 2005, p. 307). Una cultura e una pratica che consentono, anche oggi, di assumere un punto di vista e un modo di guardare politici radicalmente diversi da quelli correnti: non la centralità dell’ordine ma del conflitto e la ricerca della definizione e della possibile organizzazione di forze antagonistiche in seno alla società.

Risulta prezioso, dunque, ripercorrere la densità teorica che assume, specificatamente, la riflessione di Tronti, il cui itinerario intellettuale è tracciato dall’Antologia curata da Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila M. H. Mascat, che dedica la prima sezione, titolata esplicativamente Il punto di vista, al periodo operaista (1958-1967).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Un pensare operaista

Pagina 2: Il punto di vista

Pagina 3: Tronti e il problema del politico


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Laureata in Scienze Filosofiche all'università di Bologna con una tesi dal titolo "L'insostenibile equilibrio. Giambattista Vico tra democrazia e catastrofe", in corso di stampa. Attualmente è cultrice della materia in Filosofia Morale all'Università di Bologna e membro fondatore del gruppo di ricerca Prospettive italiane. Ricerche di storia della filosofia.

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