“Trump e la fine dell’american dream” di Sergio Romano

Trump

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Donald J. Trump, il populismo nazionalista e la disillusione dell’universo liberal

Il curriculum vitae di Trump e il suo essere fuori dal tradizionale circuito politico lo hanno presentato al grande pubblico come il redentore di una politica corrotta e collusa con la grande finanza speculativa. Un’immagine che, invero, è incompatibile con il suo impero patrimoniale e imprenditoriale lungi dall’essere moralmente inattaccabile, specialmente per la riluttanza del candidato repubblicano a rivelarne pubblicamente le dimensioni. Lusso e svago infatti sono i principali beni che la Trump Organization offre ad una clientela che non è propriamente la white middle class o i blue collars di cui il tycoon newyorkese si è servito per scalare le gerarchie elettorali. Come la campagna presidenziale del 2016 ci ha rivelato, Trump si è dimostrato «uno straordinario venditore di sé stesso», in tempi in cui la politica si gioca spesso su equilibri di domanda e offerta, dove vince il prodotto più in linea con i desideri della constituency, il tutto veicolato dall’anarchia comunicativa dei social network. Una logica che, si credeva, non era pensabile potesse attecchire sul suolo americano, dove tradizionalmente è la politica door to door a ricevere le maggiori compensazioni elettorali. Ma osservando il percorso politico di Trump, alquanto grottesco, e dando una sfogliata alle sue eccentriche pubblicazioni, si scopre che gli ingredienti principali della sua way to win non sono nient’altro che notorietà, successo, ricchezza e ostentazione.

Non è un caso dunque che la candidatura sia stata annunciata proprio nel momento in cui l’impopolarità di Obama aveva raggiunto il suo zenit. Una parabola discendente iniziata nel 2014 in un contesto sociale estremamente teso, in cui le violenze poliziesche e il persistere di un fiorente mercato delle armi da fuoco stavano dividendo ancora una volta gli Stati Uniti in due blocchi contrapposti. In aggiunta la crisi ucraina e quella in Siria completavano un quadro internazionale estremamente peggiorato. Il discorso di Cleveland divenne dunque la promessa elettorale di Trump, ovvero la negazione di tutto ciò che era stato Obama, un leader internazionalista, moderato, liberal e dedito ad ascoltare gli interessi delle grandi organizzazioni multilaterali. Se le premesse alla campagna presidenziale presentavano una situazione già in parte compromessa dalle ambiguità e le incertezze dell’ultimo mandato Obama, la candidatura di Hillary Clinton, dipinta dai media americani come una figura estremamente competente e invulnerabile all’attacco demagogico e populista lanciato dalla sponda repubblicana, ebbe l’effetto inverso. Lo schieramento pro-Clinton dei principali giornali liberal statunitensi finì per martirizzare un personaggio che ha saputo capitalizzare a suo vantaggio una demonizzazione – morale, dei costumi e valori piuttosto che politica – alquanto inusuale. Seppur fondata e legittima, la campagna anti-Trump ha mostrato quanto il senso di infallibilità che ha pervaso il partito democratico e il mondo liberal avesse offuscato parte della società americana, miope rispetto ad una polarizzazione politica reale e capace di annullare l’effetto moderatore dei meccanismi rappresentativi. In un contesto simile venne meno la capacità di assorbire nel mare magnum della maggioranza quelle spinte centrifughe, radicali e populiste, che hanno rimpolpato l’elettorato repubblicano. Nel contesto dell’estremizzazione partitica americana, l’efficacia dell’inclusività è scomparsa, mostrando la cruda realtà di un processo elettorale ostaggio di una semplificazione della politica, sempre più espressione di caricature iperrealiste, dove la sostanza cede il passo alla forma, alla frase a effetto, allo show.

Caratteristiche che finirono per scandire i dibattiti durante la campagna presidenziale, dove venne toccato il punto più basso in quanto a colpi proibiti, volgarità e superficialità, facendo così il gioco del candidato che più era a suo agio in quello spettacolo turpe. All’alba del 9 novembre 2016 Trump aveva conquistato la maggioranza del Collegio Elettorale. Una volta ultimati gli spogli, i risultati mostrarono che il voto aveva travolto i tradizionali baluardi della rappresentanza liberal – per intenderci, quella fetta di elettorato che per due volte supportò la candidatura di Obama – dell’East Coast partendo da quegli Stati continentali che rappresentavano, nella retorica trumpiana, l’America dimenticata: «L’intera mappa elettorale […] rivelava meglio di altri sintomi e fattori quali fossero i problemi della società americana. Mentre gli Stati dell’Ovest e dell’Est appartenevano ad un paese moderno, dinamico e tecnologicamente molto avanzato, quelli in cui Trump aveva vinto erano tutti, per un verso o per l’altro, vittime della globalizzazione» (p. 32). La retorica di Trump, concentrandosi sugli effetti destabilizzanti della deregolamentazione commerciale sulle imprese nazionali, del trasferimento dei capitali all’estero e sulle conseguenze dell’immigrazione clandestina aveva magnetizzato l’elettorato più sensibile a temi che poteva palpare concretamente nella vita di tutti i giorni. Protezionismo, nazionalismo, isolazionismo erano issues da sempre presenti nell’immaginario politico americano, ancora una volta ritornati a cristallizzarsi in una parte della società americana che si riconosceva vittima della crisi globale. L’America First risuonò come un richiamo per tutti coloro che volevano vendicarsi, quasi mossi da un impulso giacobino, degli speculatori finanziari che avevano lucrato negli anni sulle spalle dei lavoratori, di quelle minoranze etniche che minacciavano l’identità anglosassone e l’integrità cristiana dell’America conservatrice.

Le prime iniziative del Presidente e la composizione dell’amministrazione, colpevolmente deficitaria e impreparata nei primi cento giorni, non riflessero le promesse elettorali e rivelarono la natura a-politica di Trump. Alcune nomine sembravano infatti distaccarsi da quell’establishment che aveva tradizionalmente solcato gli ambienti governativi. Ex generali, esponenti della destra fondamentalista come Michael Flynn – Segretario di Stato poi sostituito da H. McMaster – James M. Mattis (Segretario della Difesa), Steve Bannon (Personal Advisor poi dimessosi) e figure di lunga esperienza alla Goldman Sachs come Steven Mnuchin (Tesoro) sembravano contraddire alcune promesse e minacciare future escalation internazionali. Essendo Trump un uomo d’affari prestato alla politica, inesperto negli affari governativi, afferma Sergio Romano, non dovrebbe sorprendere che abbia deciso di circondarsi di uomini di assoluta lealtà e obbedienza, affidandosi a quegli ambienti militari che nel corso dei decenni hanno stabilito contatti sempre più stretti e lucrosi con il governo federale e il Congresso.

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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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