“Trump e la fine dell’american dream” di Sergio Romano

Trump

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Trump, la Russia e un’improbabile leadership internazionale

Tra la campagna elettorale e i primi mesi della presidenza è intercorsa una linea di continuità individuabile in quello che è stato successivamente definito Russiagate. Il dossier, nato dalla possibile collusione di alcuni membri dell’establishment di Trump con uomini d’affari e di stato russi e dall’accusa dei democratici di interferenze di Mosca durante le elezioni presidenziali, ha palesato sin da subito la possibilità dell’impeachment del Presidente. Data l’estrema rigidità del bipartitismo americano in questo momento storico, tale strumento è apparso l’unica soluzione per l’opposizione per indebolire il consenso intorno all’amministrazione. A suffragare l’ipotesi di alto tradimento ci furono una serie di incontri ufficiosi al di fuori della Casa Bianca, tra il figlio del Presidente e l’avvocatessa russa Natalia Veselnitskaya durante le elezioni, oltre al presunto saccheggio dell’archivio del Comitato Centrale del Partito Democratico da parte dei servizi segreti russi. In piena campagna elettorale ciò sembrava confermare come la simpatia tra Trump e Putin potesse essere ricollegata all’attacco diretto contro la persona di Hillary Clinton per logorarne la credibilità politica, oltre alla tendenza del presidente ad affidare questioni delicate a membri della famiglia.

La prima vittima del turbinio creatosi fu Michael Flynn, dimessosi in febbraio per aver incontrato senza l’approvazione del vicepresidente Mike Pence l’ambasciatore russo. Il caso finì nelle mani del direttore dell’FBI James Comey il quale, dopo un colloquio privato con il Presidente e il tentativo di rivelarne i contenuti alla stampa, venne rilevato dal suo incarico e sostituito il 9 maggio 2017 con l’accusa, strumentale, di aver favorito la Clinton durante i suoi anni al Dipartimento di Stato in qualità di Segretario. Un intricato puzzle che, nella visione dell’autore, svela la centralità dell’FBI, la cui indipendenza rispetto ai poteri non è altro che «un mito creato dal desiderio di esorcizzare il caso Hoover e, oggi, dalle molte ombre che pesano sulla personalità di Donald Trump» (p. 61). Con la deposizione di Comey alla Commissione del Senato e l’ennesimo incontro sospetto tra Jared Kushner – genero e senior advisor del Presidente – e Sergej Gorkov, rappresentante di un importante banca d’affari russa e destinatario delle sanzioni post-Crimea nel 2014, il dossier russo sembrò generare ricadute pesanti sulla reputazione internazionale degli Stati Uniti. La già ricordata simpatia tra Trump e Putin, la retorica contro le sanzioni economiche durante la campagna elettorale e le ultime vicissitudini avrebbero potuto rafforzare i presupposti dei nemici del Presidente per un ricorso all’impeachment. Nemmeno il Congresso si sottrasse alla condanna pubblica e, indirettamente, sferrò un colpo basso al presidente obbligandolo di fatto ad approvare il nuovo pacchetto di sanzioni il 3 agosto 2017[2].

Poco prima del grande appuntamento internazionale – il G7 di Taormina – Trump diede credito a coloro che sostenevano che la nuova amministrazione avrebbe alterato tanto i rapporti euro-americani, quanto la base stessa della politica mediorientale impostata durante gli otto anni di Obama. Nel suo viaggio in Medio Oriente Trump rinsaldò le alleanze con Israele e Arabia Saudita, accordandosi con quest’ultima per una sostanziosa fornitura di arsenali bellici. All’incontro di Taormina le due questioni tanto care al presidente durante la campagna elettorale – immigrazione e cambiamento climatico – hanno condotto le controparti a compromessi e irrigidimenti, con un’enfasi posta da Trump sul primato della sovranità e della sicurezza degli Stati nella risoluzione di due problematiche di respiro globale. La posizione del Presidente dunque non rispecchiava la realtà dell’altra America, completamente avulsa da una retorica bigotta, conservatrice e negazionista, decisa a rispettare tanto i vincoli e gli impegni previsti dal Trattato di Parigi quanto le esigenze di una società sempre più eterogenea e multirazziale, custode dell’eredità di Obama. Secondo l’autore, sembra delinearsi così «un’America a macchie di leopardo», fratturata in due tronconi socio-politici destinati a contendersi il destino, l’immagine e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo (p. 81).

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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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