“Trump e la fine dell’american dream” di Sergio Romano

Trump

Pagina 4 – Torna all’inizio

Due Americhe, due concezioni del mondo. Quale il futuro della democrazia americana?

La volontà di Trump di recedere dall’accordo di Parigi non ha fatto altro che divaricare ancor di più la forbice esistente tra l’America ambientalista, internazionalista e quella nazionalista e isolazionista. Rispetto al Russiagate, uno scandalo improvviso, tale decisone è invece da considerarsi un corollario della campagna elettorale e, stando ai sondaggi, uno dei fattori chiave del suo successo elettorale. Considerazioni simili spiegano il nuovo assetto dei rapporti diplomatici con Cuba e l’Iran, due paesi che avevano goduto dell’approccio conciliante di Obama. Non tenere fede al patto con Raul Castro nel 2014 e stracciare l’accordo sul nucleare negoziato con Rohani erano i primi passi per sgomberare lo scacchiere internazionale ideato dall’amministrazione democratica. In realtà l’accordo con l’Iran aveva imposto una maggiore trasparenza del regime, garantendo così i semi per la germogliazione di una società civile, oltre al rallentamento del processo di nuclearizzazione della maggior potenza della regione. Insomma, nulla che presentasse una diretta minaccia alla sicurezza nazionale, ma gli equilibri di potenza in Medioriente – con Israele e Arabia Saudita allarmate dall’ascesa di Teheran – e l’opportunità di rafforzare ulteriormente il consenso intorno all’amministrazione repubblicana hanno spinto il Presidente a mantenersi in linea con le promesse fatte in campagna elettorale. Aldilà delle crude invettive dei democratici e dei giornali liberal, pur monopolizzando l’attenzione mediatica sulla volubilità e l’amoralità dei tweet del Capo di Stato, è innegabile che Trump non sia stato eletto «per una combinazione di malintesi e fraintendimenti […]. L’America di Trump esiste e si sente rappresentata dall’uomo che siede alla Casa Bianca» (p. 90). Un dato di fatto che prospetta scenari apocalittici, con una «faglia» socio-culturale estremamente mobile e capace di scatenare terremoti tra le minoranze e un suprematismo bianco, aggressivo e coeso, che pare non aver ancora digerito l’elezione di un afroamericano alla soglia presidenziale.

Nella parte conclusiva, Sergio Romano avanza tre possibili spiegazioni, di breve e lungo periodo, per far luce sulla popolarità di Donald Trump. La fine del «momento unipolare» – un percorso trentennale che ha certificato con le guerre in Medio Oriente e l’unilateralismo promosso dai neoconservatori l’inizio del declino americano[3] – ha raggiunto con Obama una fase stazionaria, con il tentativo maldestro di ritirarsi da una regione ritenuta ormai disfunzionale per gli interessi americani. Un roll back dell’impero americano che potrebbe essere facilitato – o addirittura accelerato – dal nuovo presidente, rappresentando così quella «tendenza al disimpegno che è un altro aspetto di tutti i declini imperiali», ma a differenza del predecessore «sarà un disimpegno interrotto da atti di forza ogniqualvolta Trump penserà che l’uso del “grande bastone” possa dimostrare agli americani che il suo stile di governo è il contrario di quello di Obama» (p. 100). Ed è proprio sulla differenza con il predecessore che Trump ha guadagnato gran parte del suo capitale politico, cercando di sfruttarne i passi falsi e insistendo su di un elettorato realmente disincantato da ciò che Obama e le amministrazioni precedenti avevano costruito. E giungiamo quindi alle altre due questioni che, secondo l’autore, completano il ragionamento e si ricollegano, in un contesto temporale più ampio, al successo elettorale di Trump: la prima riguarda gli effetti travolgenti della globalizzazione, della deregolamentazione dei mercati finanziari e della creazione di aree di libero scambio (NAFTA e TPP), che dapprima con Clinton, poi con Bush e infine con Obama hanno avuto nel far convergere un elettorato contro progetti multilaterali ritenuti la principale causa della crisi americana e globale. Il terzo e non meno importante fattore è risultato essere la politica dei diritti propinata da Obama, dall’aborto ai matrimoni gender passando per i riconoscimenti alla comunità LGBT. Concessioni che avrebbero urtato la sensibilità dell’America cristiana, conservatrice, e in compenso rafforzato la popolarità del presidente afroamericano. Il gap culturale, ideologico tra le due grandi anime che da sempre convivono nella società americana non è una novità della storia degli Stati Uniti: destinati a lottare contro i propri demoni, gli americani continueranno a dover scegliere da quale parte stare, così come i presidenti, insiste Romano, dovranno decidere a quale tradizione ispirare la propria condotta, tanto in politica interna quanto nel contesto internazionale. Ma lo spettro di una «guerra civile fredda» (p. 103) non è mai stato così percepibile come in questo momento storico. Il declino americano in termini di preponderanza globale per l’ascesa di attori sempre più competitivi, la crisi del soft power e della capacità del paese di assumersi responsabilità di leadership internazionale hanno accelerato l’emergere in superficie di queste due Americhe conflittuali.

Questi rigurgiti particolaristici erano messi a tacere da una comune credenza nel manifest destiny e dalla narrazione eccezionalista che, prospettando un ruolo globale per gli Stati Uniti, trascendeva il bipartitismo e garantiva il primato dell’interesse nazionale. Ora che questa convergenza sembra erodersi a causa della polarizzazione politica, la fiducia nella missione statunitense e nel ruolo tradizionalmente internazionalista delle amministrazioni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sta venendo meno. Con la Presidenza Trump la crisi del bipartisanship – forse il segnale più preoccupante per la sopravvivenza della democrazia statunitense – sarà probabilmente senza soluzione di continuità, prospettando uno scontro aspro tra il nascente «teoconservatorismo» e coloro che hanno sostenuto la presidenza liberal e «socialdemocratica» di Obama. Se si aggiunge a questi fattori strutturali l’incognita della personalità estroversa e imprevedibile di Donald Trump, il quadro risulta ancor più preoccupante per la politica internazionale. Stando alle dichiarazioni di Rex Tillerson in uno dei suoi discorsi ufficiali al Dipartimento di Stato, i valori americani sono stati sacrificati quali agenti di politica estera, presumibilmente sull’altare del mero interesse economico. Ma l’importanza della coesione interna dell’élite di politica estera – un circolo che attinge universalmente senza distinzioni provenienza partitica – è imprescindibile quando si tratta di decidere i paradigmi della sicurezza nazionale.  La policy-making del presidente, al contrario, in questi primi mesi è sembrata orfana di una grand strategy, perlopiù impostata su reazioni impulsive e dettate dall’inesperienza e dalla mancanza di organicità all’interno dell’amministrazione.

L’unica certezza che Trump sembra possedere è la sua incrollabile fede nell’arte del dealing: qualora si presentassero occasioni di dialogo che prospettino diretti vantaggi per l’interesse americano, l’amministrazione repubblicana siederà al tavolo. Sfortunatamente, osserva l’autore, le «maggiori difficoltà saranno quelle dei paesi europei legati agli Stati Uniti da un patto politico e militare» (p. 108). Sebbene abbia più volte inveito contro la NATO, ritenuta un organismo obsoleto, nel discorso tenuto a Varsavia durante il vertice del G-20 Trump ha ribaltato la questione. La natura stessa del Patto Atlantico, come garanzia di un impegno americano costante in Europa e di sicuri profitti per le industrie militari, è funzionale per l’obiettivo primario dei “falchi” conservatori alla Casa Bianca: la lotta contro il terrorismo internazionale. Inoltre la contraddittorietà con cui l’amministrazione si è mossa sulla scena internazionale non garantisce la piena fiducia della controparte. In termini di security, ammonisce Sergio Romano, forse è tempo che l’Unione Europea si emancipi dall’ombrello militare americano. Sarà l’atlantismo la prima vittima di Donald Trump? In conclusione, lo scritto, comprensivo delle principali questioni affrontate dall’amministrazione, pur nella brevità, riesce a contestualizzare l’ascesa di Trump nella dinamica declinista che l’autore intravede tanto per la crisi patologica del sistema democratico statunitense quanto per l’abdicazione al ruolo globale del paese che gli americani hanno decretato la notte dell’8 novembre 2016.

Torna all’inizio


[1] Per un primo ed esaustivo commento sul lascito della presidenza Obama si veda il libro – e la relativa recensione – di Mario Del Pero, Era Obama. Dalla speranza del cambiamento all’elezione di Trump, Feltrinelli, Milano, 2017, https://www.pandorarivista.it/articoli/era-obama-mario-del-pero/

[2] Sulla questione mi permetto di rinviare all’articolo https://www.pandorarivista.it/articoli/russia-congresso-sanzioni/

[3] La tesi declinista dell’autore è riscontrabile in una delle sue più recenti pubblicazioni, la cui recensione è reperibile presso https://www.pandorarivista.it/articoli/declino-impero-americano-sergio-romano/. Per una interpretazione opposta, si veda Joseph Nye, Fine del secolo americano?, Il Mulino, Bologna, 2016, o per una sintesi https://www.pandorarivista.it/articoli/fine-del-secolo-americano-di-joseph-nye/


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

Comments are closed.