Trump, la Russia e le sanzioni del Congresso: svanisce l’ipotesi di un nuovo reset?
- 30 Luglio 2017

Trump, la Russia e le sanzioni del Congresso: svanisce l’ipotesi di un nuovo reset?

Scritto da Alberto Prina Cerai

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Putin e i retaggi della guerra fredda

In mancanza di una vera e propria applicazione della nuova dottrina di soft power elaborata da Putin – il concetto di sovereign democracy, contro-ideologia per contrastare la sfida posta dall’«universalità euro-atlantica»[5] – il Cremlino ha deciso di optare per una strategia differente rispetto alle tanto vituperate ONG occidentali.

Utilizzando i social media, campagne di disinformazione organizzate e lanciando attacchi cibernetici ai sistemi d’informazione del mondo occidentale ha cercato di intromettersi nel sistema politico e, in tal modo, influenzare e destabilizzare il circuito.

I russi, così come fecero gli americani nel corso delle prime manifestazioni di piazza a Tbilisi, Kiev e Biškek, hanno negato qualsiasi coinvolgimento durante le elezioni presidenziali del 2016; ciò nonostante, se riflettiamo sulla reazione russa nei confronti dell’atteggiamento occidentale in Ucraina e consideriamo la reazione tanto alle proteste di Maidan quanto alle sanzioni successive per l’annessione della Crimea, la destabilizzazione e la campagna di disinformazione potrebbero rappresentare in quest’ottica l’esito più logico in questo nuovo corso delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.

Questa tipologia d’azione ha radici molto profonde nella storia sovietica, sotto la rubrica di quelle che furono campagne d’agitazione e propaganda, note nello specifico come agitprop. Vladimir Putin ha interpretato il supporto statunitense ai diritti umani e alle forze democratiche come la versione americana di quelli che furono gli “useful idiots” durante il periodo leniniano: agenti che, nel tentativo di reclutare le figure notabili delle comunità locali, provavano ad inserirsi nel discorso politico e, se assistiti da un pizzico di fortuna, ad influenzare le direttive dei governi secondo i propri interessi, nella speranza di creare tensioni e caos all’interno di alcuni paesi.

Putin ha rielaborato questo antico concetto di propaganda e, utilizzando mezzi non tradizionali e potenzialmente molto più pervasivi – quali sono i network della rete e le piattaforme digitali – ha provato a mettere in campo una forma aggiornata della destabilizzazione politica di matrice sovietica.

La domanda che si pongono tutti è la seguente: Trump e il suo staff hanno avuto un ruolo effettivo nel facilitare questa operazione? Una questione attualmente irrisolta, a cui molti – soprattutto il direttore della CIA Mike Pompeo – credono di avere una risposta ben chiara. Le campagne di destabilizzazione condotte dalle ONG occidentali, i cui membri hanno agito noncuranti dei delicati equilibri geopolitici in Ucraina, erano focalizzate sulla questione morale di dover intervenire per promuovere la modernizzazione in un paese e una società che ha risentito del richiamo occidentale.

Le operazioni russe, al contrario, hanno fomentato un senso d’incertezza, veicolata nel mondo sempre più intricato della rete. È molto difficile immaginare che la strategia russa puntasse ad un controllo diretto del presidente Trump poiché se avessero posseduto sufficienti informazioni per manipolarne l’operato probabilmente si sarebbero anche immolati per proteggere la sua persona da qualunque sospetto.

Ci sono molti indizi che spingono a ritenere che un effettivo contatto ci sia stato con il team dell’allora concorrente alla Casa Bianca, basti pensare a Paul Manafort, che aveva curato anche la campagna elettorale dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovyc.

Nonostante le accuse, incontri privati e contatti sospetti non hanno avuto luogo e ciò potrebbe anche confermare l’ipotesi che i russi avessero il solo interesse di discreditare la figura del Presidente americano in quanto tale.

La speranza di generare un movimento populista contro la candidatura della Clinton, negli interessi di Mosca, avrebbe sicuramente facilitato il progetto di avviare l’ennesimo reset diplomatico; sia l’attacco informatico alle e-mail della Clinton sia le voci di un vicinanza di alcuni membri dello staff repubblicano con esponenti russi mostrano, invece, come l’unica vera e propria vittima di questi intensi mesi sia stata la credibilità della democrazia americana.

Nella strategia del agitprop, l’influenza diretta sul processo politico è desiderabile ma spesso è abbastanza forte da ottenere effetti più duraturi e meno selettivi, nel dispensare sfiducia all’interno del paese prestabilito come obiettivo.

Quello che conta non sono tanto i mezzi, ma il fine o quantomeno se tale strategia aiuti a raggiungere quelli che sono e rimangono gli obiettivi della politica estera russa. In primis allontanare lo spettro dell’ingerenza americana da quella che Mosca ritiene ancora la sua sfera d’influenza. Sin dalla fine della guerra fredda il problema principale nella costruzione delle relazioni tra Stati Uniti e Russia è stata l’intrinseca ambivalenza degli interessi dei due paesi e i retaggi irrisolti del bipolarismo: da una parte il senso di insicurezza e di inferiorità che da sempre ha caratterizzato il modo di affacciarsi al continente della Russia, dall’altra l’incorreggibile senso di eccezionalità statunitense nel voler estendere al resto del mondo il proprio modello economico, politico e culturale.

Quella che è stata correttamente definita come «sindrome dello spazio post-sovietico»[6] ha contagiato tutti i paesi fuoriusciti dall’orbita dell’URSS, vittime di regimi anti-democratici e di fatto avvinghiati tra gli interessi economici dei leader politici collusi con l’oligarchia energetica russa.

Qualsiasi tentativo esterno di alterare questo status quo ha infiammato le relazioni russo-americane nel corso degli ultimi anni e la crisi ucraina rappresenta l’epilogo quasi scontato di una storia che dopo il 1989 sembra tutt’altro che essersi congelata.

La parziale continuità della visione delle amministrazioni democratiche e repubblicane rispetto al dossier russo ha al contempo manifestato la difficoltà di stabilire una gerarchia di priorità nelle relazioni tra Mosca e Washington che fossero funzionali ad una relazione bilaterale: giostrando spesso tra questioni di sicurezza e questioni relative alla democratizzazione nello spazio post-sovietico, Stati Uniti e Russia hanno finito per inciampare in incomprensioni reciproche dovute a differenti concezioni della politica internazionale.

Con Obama e la crisi ucraina abbiamo assistito alle stesse irrisolte contraddizioni; il bottone del reset è dunque passato nelle mani di Trump, la cui elezione sembrava poter promettere una riappacificazione, partendo proprio dalla cancellazione delle sanzioni imposte dal predecessore all’indomani dell’annessione della Crimea, eliminando così un peso non indifferente sull’economia russa.

Stracciare la serie di ordini esecutivi controfirmati da Obama a partire dal 2015 avrebbe significato dare credito alle istanze avanzate dal Cremlino sulla principale questione in discussione: il riconoscimento di una sfera d’influenza russa nella cerniera orientale europea o almeno in gran parte di essa e della paternità delle rivendicazioni russe in seguito alla crisi ucraina.

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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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